Vangeli minori e liturgie eretiche

Le parole dei miei libri, come atti di fede laica, messe qui con tutta la carne che richiede la verità. Sono frammenti del mio sacro senza chiesa, per i giovani, i padri, i credenti smarriti, gli atei.

Guida al testo

Esiste un punto della vita in cui la morte non è più solo un evento, ma una condizione: una presenza che si insinua nei gesti, nelle stanze, nei pensieri, fino a diventare un’altra forma dell’esistenza.
In quel punto, l’assenza non svanisce: si radicalizza, si struttura, si fa spazio fisico, architettura del dolore. La stanza che contiene chi si è ritirato dal mondo diventa un tempio, un mausoleo domestico dove non c’è solo una persona, ma molte — anime che non hanno ancora trovato un luogo dove dimorare.

TRATTO DA “L’ALFABETO INUTILE-MONOLOGO PER UN HIKIKOMORI”

“La morte di una persona ci condanna per sempre alla sua esistenza.
Anche se non le si potrà più dire dove andremo l’estate prossima, o avercela accanto nel soggiorno o per un giro in auto.
È come ci lasciasse una montatura metallica dentro alla mente.
Io sono un padre che piange il tuo decesso ripetuto.
La tua porta, le pareti della tua stanza sono un mausoleo domestico.
Io penso che nel tuo luogo sacro tu stia facendo dimorare mille altre anime.
E chissà da quale tempo verranno.
Le sento tutte quante, che urtano, annaspano, come tante lumache cieche.
Lo so che il mio amore ti è insufficiente.
Che stai bene magro disossato come un’arancia spremuta o con il corpo grasso.
Che ti vuoi fare scassare dalla bellezza della fine.
Tu lì dentro sei al sicuro, come avessi delle querce intorno.
Fuori c’è l’infezione peggiore.
Non c’è nessuno che opponga resistenza, stanno bene tutti quelli che si sanno a casa.
E allora penso che tu mi stia facendo capire il senso.
Qualche volta vorrei dirti che mi sono ammalato, e che vorrei venissi a metterti seduto sul mio letto, perché non so da dove mi venga il male, e che è molto pesante.
Avrei vergogna e paura e ti direi quale abito ho pensato di portare con me e che dovrai far tingere di fresco la mia bara.
Ti ho sentito cadere per terra, ho creduto avessi voglia di uscire di fretta per farti vedere pieno di pace.
Non morire, non sono pronto.
Non so nemmeno se hai una coperta.
Se io potessi avere anche una sola mano nella tua stanza sono certo che riuscirei a liberarti.

Qui davanti ti ho lasciato il tuo solito piatto di riso.”