contro un’Europa incosciente –
di Michele Caccamo –
L’Europa non è più un’idea. È un edificio chiuso, un vuoto senza luce.
Non è più patria, non è più madre: è un tempo svuotato della sua voce, del suo pensiero.
Un tempo guardavamo il cielo per cercare dei significati, aprivamo le mani al vento per coglierne il sussurro, ci lasciavamo guidare dalla meraviglia. Oggi teniamo lo sguardo basso, il passo misurato, la mente addomesticata. Non dubitiamo più, non osiamo più. Non chiediamo più perché, non ci domandiamo se questo giogo sia giusto, se questa strada abbia senso.
Ci hanno insegnato che la verità non è nostra, che la libertà è un concetto sorpassato, che il pensiero deve piegarsi alle regole di un ordine.
L’architettura dell’Europa non poggia più sulle colonne della libertà, ma su mura alzate per contenere, per separare, per controllare.
I popoli non sono vivi, ma numeri in un equilibrio di forze, spostati come ostaggi da chi crede di poter decidere per loro.
Questo non è ordine, è gabbia. Non è civiltà, è dominio.
Hanno insegnato all’uomo che senza obbedienza non c’è pace, che senza una guida non c’è direzione. Ci hanno comandato che i popoli non possono governarsi da soli perché il caos sarebbe la loro rovina. Ma il caos è già qui, e ha la forma di una società che non respira più, che ha ceduta la sua anima al profitto, che ha scambiato la bellezza per l’efficienza.
Quale giustizia è questa, che si misura in decreti e non in verità? Quale pace è quella che ci cerca con la guerra? Quale direzione è quella che uccide il pensiero critico, che soffoca ogni possibilità di autodeterminazione? È una menzogna colossale, e ci stiamo camminando dentro senza più vederne i confini.
Questa non è sicurezza, è prigionia.
Non è progresso, è uno sterile accumulo.
Ogni giorno nuove leggi, nuovi confini tracciati non sulla terra, ma nelle menti, nei cuori, nella possibilità stessa di immaginare un’alternativa.
Perché è questo il vero potere: non la forza, non la violenza, non la repressione diretta, ma la capacità di far credere che non esista altra via.
L’Europa oggi si governa con la paura. Paura della miseria, paura dell’instabilità, paura di essere soli. Ci stanno dicendo che la guerra è necessaria. Ci vogliono servi perché temono uomini che pensano, sudditi perché tremano davanti a individui che decidono per sé. Ma la solitudine è il primo respiro della libertà, l’instabilità è quel cuore che si riappropria di sé. Non c’è pericolo nel caos, c’è pericolo nella sua assenza, c’è pericolo nella rassegnazione.
Il vero ordine, quello naturale, non si impone con leggi e gerarchie: nasce spontaneo dall’incontro di spiriti liberi, da una società senza padroni, da una volontà che non si piega alla necessità ma segue solo la propria ispirazione interiore.
Chi possiede una coscienza è invincibile, chi non accetta padroni è ingovernabile. Ecco perché ci dicono che dobbiamo accettare, che dobbiamo aspettare, che non c’è alternativa. Perché sanno che l’alternativa esiste.
Eppure, qualcosa brucia ancora.
Non nei palazzi, non nei mercati, non nelle stanze dove si calcolano gli interessi e si tracciano i bilanci, ma nelle strade, nei margini, negli spazi vuoti che resistono alla logica della sopraffazione. Brucia nelle mani che rifiutano di stringere un fucile, negli sguardi di chi ha smesso di credere alla menzogna del necessario.
C’è chi dice che la libertà assoluta sia una follia, che l’uomo non possa vivere senza un’autorità che la contenga. Ma la libertà è l’unica cosa che esiste prima delle leggi, prima dei confini, prima delle gerarchie. È l’unico stato naturale, il solo respiro autentico. L’unica risposta alla violenza non è altra violenza, ma l’assenza stessa del potere, la rinuncia al dominio, la negazione di ogni struttura che costringa l’uomo a un ruolo imposto. Esiste nell’atto di negarsi a questa follia, nel rifiuto di nutrire il meccanismo.
La guerra non è inevitabile, è una scelta.
La povertà non è un destino, è un sistema.
Il controllo non è necessario, è solo utile a chi governa. E il potere non si combatte, si dissolve nel momento in cui gli uomini rifiutano di obbedire. Nessuna legge può sopravvivere se nessuno la riconosce, nessuna fortezza può reggersi se nessuno la abita, nessun padrone può esistere se nessuno si inginocchia.
Quando il dominio non trova più schiene cade da solo.
L’obbedienza si spezza quando si sceglie di non accettarla più.
L’Italia non è una terra di servi, né una periferia di Francia e Germania. È una terra antica, fatta di individui che hanno sempre saputo opporsi, che hanno conosciuto l’arte e il pensiero prima della politica, la poesia prima della guerra, la ribellione prima delle istituzioni.
Non deve accettare il giogo, non deve continuare a finanziare la gabbia in cui la rinchiudono. Non deve rimanere dentro questo recinto di bombe, non deve farsi custode della propria prigione.
Chi dice che non c’è alternativa mente. C’è sempre un valico per chi ha il coraggio di attraversarlo.
Nessuna corda è più solida della stessa convinzione di doverla portare.
L’unica rivoluzione è il risveglio.
L’unica vittoria è l’uscita.
L’unica scelta è la libertà.
Non si resta. Non si attende. Si vive. Si pensa. Si è liberi.
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