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Ricci ha l’occhio maligno, oggi su Baglioni

Baglioni Ricci

I Ricci hanno una conchiglia strana e un’insuperata forma di doppiezza. Hanno una costa d’origine liscia, e mille punte che dividono e troncano l’aria: si coprono, così, come temessero di farsi vedere andati a male, e ne avessero il marchio impresso; si ricompongono, per contrarre lo spasmo dell’insofferenza, con la luce dei fanali. E sembrano inoffensivi con quei loro corpi imballati nelle spine. I Ricci sono la falsità fulminante, il perno della minaccia, che nessun uomo si vanterebbe di averli in casa.

Un nome a volte è una circostanza, altre una profezia. E voglio dire che ad Antonio Ricci è toccata la profezia. E credo lui fosse così fin dall’infanzia, intento già dalle scuole elementari a rubare ai suoi amichetti i quadretti e le righe dai loro grembiulini. Ed è cresciuto così, come un pesce nella schiuma, dell’inimicizia. Non ha avuto il tempo di vedere per davvero quale fosse la bellezza di un abbraccio, la brezza piena di un essere umano: si è tenuto il becco d’acciaio anche per le vicende personali, isolandosi, soltanto con lo scopo di poter minacciare, volendosi riscattare. Si è segnato il volto con i colori della guerra, e ha colpito mirando sempre alle spalle. Si è costruito una volta di stelle scure, nel soffitto della sua casa distrutta dal rancore. E oggi crede di essere diventato la ruota della saggezza, e della condanna. Ha l’anima invasa dal sangue, che Dio non saprà sostituirla; ha tra le notizie un pugnale sempre pronto a uccidere chi gli ha mancato un sorriso, un favore, una riverenza.

Adesso gira il suo occhio maligno contro Baglioni, e impropriamente ne parla. Come potesse comprendere, come fosse capace di intenderlo. E azzarda commenti sulle bravure musicali e sulle forme poetiche. Come avesse studiato, le note le frequenze le tonalità le accoppiate sonore le scale armoniche; come avesse studiato lo stile la forma la prosa romantica la strofa civile la pausa intima del verso. Come fosse qualche volta uscito fuori dalle tette di sua madre menzogna. E adesso, ancora, continua ad abborracciarsi dalla sua ignoranza.

Antonio Ricci ha un vassoio minuscolo, incapace della sua portata d’odio. Glielo si dica che la sua ingordigia finirà presto, e che ritroverà la sua tristezza all’altezza precisa dei suoi occhi. Glielo si dica che nessuno gli farà tenere la scopa, nessuno lo ingiurierà, nessuno gli farà sberleffi, nessuno lo metterà in castigo. Glielo si dica che nessuno più gli farà scorticare le ginocchia sui ceci. Glielo si dica, che è tutto finito: così smetterà di cercare prede, ostaggi: di spaventare chiunque con il vento della sua calunnia. Glielo si dica che non ha scienza nella sua ragione, ma solo il mondo piccolo della maldicenza; che è una formica nel vino, e che vive come un insetto galleggiante. Mi fa pena, vederlo che annaspa. Se Dio gli facesse capitare delle sonore sberle in faccia, e seguendo il ritmo nel cuore, forse si salverebbe.

Michele Caccamo

La canzone civile e senza prudenze di Claudio Baglioni

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In qualche strato del globo ci saranno pure gli “esploratori del futuro”, a fare i garzoni per separare le rocce profane e, per come chiedeva Evtusenko, a rendere più illuminato il racconto umano: la nostra essenza, lo sappiamo, è una conca piena di semi e pure in questo buio ha una bella fioritura; una grafia inimmaginabile in questa vita, che dolorosamente reggiamo.

E allora la nostra esistenza viene tracciata per versi, per canzoni a volte dette leggere: fino ad animare la crosta del firmamento come si avesse l’uso delle chiavi per la Fede, oppure un grimaldello per demolire le catene che ha in corpo l’Amore.

Tra noi ci sono quelli che catturano in volo le bianche ispirazioni dell’Anima: per incarico speciale: come dovuto ai puri.

E io per questo, Baglioni, lo metterei a innalzare dighe, freni di protezione, a raccontarci di quante volte è riuscito a fermarsi sui colli dell’avvenire, di quante volte è riuscito a guardare oltre i predatori del pensiero, alle loro architetture diaboliche.

Lui ne ha la competenza e la scienza; sia che costruisca per rime o assonanze, ne ha la cultura. Scopre, con apparente facilità i messaggi segreti dell’Universale Costruito, ne conosce il linguaggio e ci istruisce facendoci cantare; volendoci avvicinare non forzatamente a un Dio ma al tempo perfetto: dell’incontro in fratellanza tra i popoli, secondo la migliore tradizione evangelica. E ancora insegna, con il suo atto di obbedienza alla fragilità del corpo, con il suo rapporto di unità con l’Oltre.

Io, Baglioni, l’ho sempre considerato un proletario: operaio con la mano al cuore per la Gioia umana, vicino ai sentimenti maggiori: ogni sua canzone ha incoronato un nido per bisognosi. Lui ha scoperto le antiche sale della Verità, le più belle di tutte nella nostra vita, e le ha di più ornate con la musica migliore.

La sua è una canzone “civile” per come deve essere, viva nella bocca di chiunque senza prudenze: che intervenga per distruggere o lodare o anche per conservare.

Baglioni io lo vedo, tra le nostre antinomie, impassibile come un amico confidente, un uomo di stirpe accesa: mentre noi siamo nel deserto e giriamo intorno all’ago del mondo reale, lui cambia l’aria e ci fa ruotare nel sogno.

È una sua maniera per farci rimanere inebriati, farci sentire come fiori sbocciati in primavera: freschi come avessimo nei petti il respiro del mare.

Baglioni usa il ferro e allo stesso modo il miele, non so come, con la stessa leggerezza. Io penso lui abbia nella mente la splendida forma del seno di Dio: il regno che nell’Amore dispone accoglie cura risana, salva.

http://faremusic.it/2016/04/15/la-canzone-civile-e-senza-prudenze-di-claudio-baglioni/