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Ricci ha l’occhio maligno, oggi su Baglioni

Baglioni Ricci

I Ricci hanno una conchiglia strana e un’insuperata forma di doppiezza. Hanno una costa d’origine liscia, e mille punte che dividono e troncano l’aria: si coprono, così, come temessero di farsi vedere andati a male, e ne avessero il marchio impresso; si ricompongono, per contrarre lo spasmo dell’insofferenza, con la luce dei fanali. E sembrano inoffensivi con quei loro corpi imballati nelle spine. I Ricci sono la falsità fulminante, il perno della minaccia, che nessun uomo si vanterebbe di averli in casa.

Un nome a volte è una circostanza, altre una profezia. E voglio dire che ad Antonio Ricci è toccata la profezia. E credo lui fosse così fin dall’infanzia, intento già dalle scuole elementari a rubare ai suoi amichetti i quadretti e le righe dai loro grembiulini. Ed è cresciuto così, come un pesce nella schiuma, dell’inimicizia. Non ha avuto il tempo di vedere per davvero quale fosse la bellezza di un abbraccio, la brezza piena di un essere umano: si è tenuto il becco d’acciaio anche per le vicende personali, isolandosi, soltanto con lo scopo di poter minacciare, volendosi riscattare. Si è segnato il volto con i colori della guerra, e ha colpito mirando sempre alle spalle. Si è costruito una volta di stelle scure, nel soffitto della sua casa distrutta dal rancore. E oggi crede di essere diventato la ruota della saggezza, e della condanna. Ha l’anima invasa dal sangue, che Dio non saprà sostituirla; ha tra le notizie un pugnale sempre pronto a uccidere chi gli ha mancato un sorriso, un favore, una riverenza.

Adesso gira il suo occhio maligno contro Baglioni, e impropriamente ne parla. Come potesse comprendere, come fosse capace di intenderlo. E azzarda commenti sulle bravure musicali e sulle forme poetiche. Come avesse studiato, le note le frequenze le tonalità le accoppiate sonore le scale armoniche; come avesse studiato lo stile la forma la prosa romantica la strofa civile la pausa intima del verso. Come fosse qualche volta uscito fuori dalle tette di sua madre menzogna. E adesso, ancora, continua ad abborracciarsi dalla sua ignoranza.

Antonio Ricci ha un vassoio minuscolo, incapace della sua portata d’odio. Glielo si dica che la sua ingordigia finirà presto, e che ritroverà la sua tristezza all’altezza precisa dei suoi occhi. Glielo si dica che nessuno gli farà tenere la scopa, nessuno lo ingiurierà, nessuno gli farà sberleffi, nessuno lo metterà in castigo. Glielo si dica che nessuno più gli farà scorticare le ginocchia sui ceci. Glielo si dica, che è tutto finito: così smetterà di cercare prede, ostaggi: di spaventare chiunque con il vento della sua calunnia. Glielo si dica che non ha scienza nella sua ragione, ma solo il mondo piccolo della maldicenza; che è una formica nel vino, e che vive come un insetto galleggiante. Mi fa pena, vederlo che annaspa. Se Dio gli facesse capitare delle sonore sberle in faccia, e seguendo il ritmo nel cuore, forse si salverebbe.

Michele Caccamo

Goran, Dio è meno vivace di te. (Ti supplico, torna indietro).

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Non credevo mi potessi lasciare un martello nella testa, mi mettessi in un universo vuoto.

Mi hai piantato qui, così.

Cazzo, potevi aspettare. Opporti a Dio: Lui sa solo farci andare in polvere, metterci le pietre in faccia; potevi suonargli la tua musica nel cervello, farlo svegliare dal buio della sua stanza; potevi dirglielo che la smettesse di essere un’entità ben truccata, il vero clandestino della vita.

Noi alla fine non vogliamo saperne nulla dei suoi mirabili disegni, dei suoi vari esiti spirituali, del suo equilibrio tra terra e cielo. Lui vuole farci andare fuori di senno, e non guarda se ci riempiamo di baci se ci abbracciamo perché siamo bisognosi di vivere. Lui getta via i nostri cuori, le nostre dita, le nostre braccia e tutto il resto nel grembo della morte: Lui ha sempre un’impronta pesante quando si fa sentire.

Potessi gli tirerei una scarpata, nel pieno della fronte. E sarei implacabile. Perché Dio merita anche la nostra rabbia. Gli scompiglierei le nuvole per coglierlo nudo, senza l’elmo del giustiziere.

Dio vuole far parlare di sé, e ci uccide. È furbo, pazzo. Sta tutto chiuso, sconciato; ci appare come un dolce frutto, un essere che profuma d’amore. Lui è la bestemmia, il rompiballe.

Goran, stanotte ci sarà qualcuno che veglierà la tua forma secca. E verranno altri che ci pianteranno fiori. Altri non sapranno a chi rivolgersi per farsi ascoltare da te. Ci saranno quelli che ti chiederanno di farti più in là, per fargli posto al tuo fianco. Stanotte, Goran, apriranno i recinti perché è morto il custode. E allora le canaglie, che sanno solo ingannare, trionferanno.

Dalla tua tomba fai uscire il tuo seno, quel solo fiore con i muscoli. Fammi ancora una volta sorridere con un suono gigantesco, fammi ancora comporre un verso per una canzone.

Dio, domani o quando la legge del trapasso indica , ti farà ballare, Goran, e suonerà la chitarra. Ma non saprà essere vivace. Perché non ti somiglia. Proprio per nulla.

Ti supplico, Goran, torna indietro.

Alessandro e Fabio, due cuori fuori dalla Chiesa

 

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Le piumette della lavanda ci lasciavano correre, e fare polvere. Come volessero farci abbandonare ogni sorta di ordine, il povero pensiero del nostro giudizio.

Ed eravamo germogli contagiati dalla meraviglia, e stavamo maturando come spighe al sole, ci stavamo spingendo in avanti verso una semplice purezza.

Saremo stati in cento, e davamo l’aria al campo, alle fessure delle pietre che ci sono state infilate nel cuore, e davamo sorrisi e la certezza dell’amore all’amore. C’era una voglia incessante di precipitare fino in fondo a quella bellezza sentimentale, di assistere alle lacrime su quei teneri nomi, e avremmo mandato in fumo finanche il nostro avvenire la nostra vita quotidiana.

Saremo stati in cento a evitare i ricci del conformismo, a scardinare la nostra solitudine, il frastuono delle anime dolorose.

E ci siamo trovati come fiori schiusi, deboli, a piangere per quei due cuori lasciati fuori da una chiesa, che avrebbero meritato le labbra di Cristo in bocca.

Eravamo muti, in una festa muti, come in una luce d’eterno, incantati e senza la paura di trovare ombre e lupi intorno a noi. E loro iniziavano a essere dappertutto, belli come due esseri volanti, e cadevano come petali come farfalle in coppia come due innamorati come due veri amici come due soldati due angeli che si capisca due devoti.

Erano due sposi, e si tenevano per gli occhi, e la luna stava diventando monocroma, un gioiello bianco.

Alessandro e Fabio ci avrebbero passato la vita a scambiarsi gli anelli a rimanere in quel tempo di spuma e splendore, a morire per quell’amore.

Ci avrebbero legati al petto e pizzicati per farci rimanere svegli dentro al loro sogno.

Io c’ero e li ho visti, Alessandro e Fabio, diventare rosso colore, ad asciugare  le parole perfide e violente che li hanno toccati, che li hanno offesi, a far diventare ogni sillaba della loro memoria confetto coniugale.

Io c’ero e li ho visti trionfare con i loro volti infiniti. Da Cupido e dal cielo perdutamente rapiti .

E sono stati il mio nettare, la libertà, forse anche  il mio paradiso in questo inferno.

(Michele Caccamo)

I boccoli d’oro, e Approdo News

I BOCCOLI D’ORO, E APPRODO NEWS

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È più la stoltezza che la ragione, credetemi. Perché i calabresi sono così, hanno le potenze supreme della flagellazione nei pensieri. E ci si aggredisce con mano lesta e ogni volta possibile ci si accusa di ‘ndranghetismo, a vicenda. Ci si ubriaca del diritto alla condanna e si lasciano volare, come allodole sulle vite di chiunque, le farse dei tribunali sommari: ed è una festa nel porcile quando le manette lustrano i cuori pessimi dei giustizialisti. Così non si separano le acque dell’oceano nero della criminalità, anche a costo di far annegare gli innocenti.

Ma si sa, i giornalisti hanno boccoli d’oro e la verginità delle madonne. E le pieghe nel cuore sempre ondeggianti: tra il dolce e l’amaro. Così capita di vedere il buon Agostino sul cadavere dell’antipatico Nino. Così capita di vedere correre con la velocità dei vermi la notizia che beffeggia e condanna. Eppure Nino lo si conosce, più per i temibili profumi che per le frequentazioni banditesche; eppure lo si sa che indagini del genere, lacunose e fantasiose, hanno portato quasi sempre a un nulla di fatto. Lo si sa, ma il comodo è il giuramento di vendetta di anni fa. Perché i calabresi sono così, si spaccano di accuse; prigionieri di un insondabile dolore si sentono cavalli bianchi e soldati ed eroi: che non è mai tardi per condannarne un altro, in piazza e per lingue corrotte. Si sa, in Calabria le indagini giudiziarie rendono fertili le memorie e ognuno alza la testa, per spirito di vendetta. Con la verità uguale a quella di Giuda.

È più la stoltezza che la ragione, credetemi. Se si insiste a invischiare gli uomini nel fango per il solo gusto di avere uno spazio splendido nella notizia, e nulla importa se lo si ottiene con morsi di astio.

No. Non si agita la ‘ndrangheta per burlare un avversario, non la si agita quando si sente colare il dubbio. Perché non rendere l’occhio e l’orecchio più svegli piuttosto che procurare bile, e risate proprio dove nulla c’è da ridere? Lasciate addormire la vostra stupida voce, lasciate la vostra triste anima tra i serpenti che allevate.

Ci ricascate, sempre in cerca di una ferita da riempire d’aghi. Ci ricascate, senza pudore e rispetto per la Giustizia. Voi, siete ancora sporchi, di veleno. Ancora contro Enzo, Franco, Antonino, Vincenzo, Loredana, Maria Antonia. Fino a prova contraria, innocenti.

MICHELE CACCAMO

http://www.approdonews.it/giornale/?p=307227

LETTERA APERTA A UN GIORNALE WEB, O AD APPRODO NEWS

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LETTERA APERTA A UN GIORNALE WEB, O AD APPRODO NEWS

“Avete al collo tutte le targhette delle vittime, dei perseguitati, degli innocenti che avete contribuito a far diventare criminali, per un giorno, con i vostri titoli”.

 

Eccovi ancora, con l’occhio furente dei cani. Con la sensibilità sempre più scarna e assoggettata. Eccovi ancora, con i vostri giudizi anticipati, anche quando chiaro rifulge l’errore.

Non comprendo questa vostra ostilità al dubbio, questa vostra certezza, sempre assoluta e sempre indiscutibile. Sembra non ne sappiate nulla del condizionale d’obbligo, sembra non vi interessi la tragedia umana di chi dovrà dimostrare un’innocenza. Eppure ci siete cascati più e ripetute volte. Eppure continuate a entrarci dentro, con tutte le scarpe, nel fango della cultura del sospetto.

Siete complici di una volontà politica giustizialista, della cosiddetta tabula rasa, o per dirla meglio del lancio della rete: su di un popolo, inerme e responsabile soltanto di un’appartenenza territoriale.

L’attività giornalistica dovrebbe avere la forma sicura dell’imparzialità, della distanza; dovrebbe supportare l’obiettività e mai la partigianeria. Le Procure fanno il loro lavoro e indagano provvedono secondo ipotesi; voi dovreste farne un altro: seguire il dovere di verità. Fate spavento immobili dinnanzi a questa terra imputridita dalle indagini sbagliate, e non avete un coraggio che superi il diritto di cronaca. Ma quale differenza allora tra voi e gli altri? Strillate allo stesso modo accuse e condanne, pubblicate le stesse veline, siete amplificatori di reati ancora da verificare. Mantenete la comodità degli uomini incapaci di un discernimento, e causate danni.

Ditemi, al cospetto della vostra coscienza come vi sentite? E dico quando le persone vengono completamente scagionate, e dico quando le persone ancora lottano per dimostrarsi onesti e integerrimi nella Legge. Come vi sentite quando pubblicate le immagini segnaletiche anche quando gli uomini recuperano di fronte all’apparato giudiziale la loro onorabilità? Come vi sentite, perdio, con la vostra assurda e lesta sete giustizialista?

State affondando, chiusi nella piccola campana che vi piace ascoltare. Avete al collo tutte le targhette delle vittime, dei perseguitati, degli innocenti che avete contribuito a far diventare criminali, per un giorno, con i vostri titoli, e nell’immaginario collettivo. La vostra missione è debole, schiava, per nulla incolpevole. E la notizia di oggi, sparata su Enzo, Franco, Antonino, Vincenzo, Loredana, Maria Antonia aumenta la mia rabbia. Perché neanche loro lo meritano, come esseri umani.

I cittadini di Taurianova ancora una volta si chiuderanno nella paura di poter diventare loro stessi il prossimo bersaglio, pur sapendo di essere innocenti: come i tanti, i troppi, finiti ciononostante nel tritacarne. Ma non faranno nulla neanche in questo caso. La paura è una pessima compagnia, ed è meglio tacere, meglio non farsi notare. L’angoscia di poter diventare “notizia” è un terrore sparso negli occhi di tutti

Michele Caccamo

http://www.approdonews.it/giornale/?p=305554

 

Sissy, io non ci credo

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In quell’orribile profondità degli inferi gli agenti, nelle divise, hanno anche degli stemmi colorati: neanche ci fosse della nobiltà, nel chiudere a chiave le anime.

Ma loro lo sanno che il carcere è come la bocca di un vulcano, pieno di sentimenti soffocati. Loro vivono i sospiri rabbiosi nella notte dei carcerati,  come fossero un familiare; come fossero un’ostia novella per l’assoluzione.

È di notte che nei corridoi si spandono i pianti e ogni rumore si fa più forte. E gli agenti stanno come fossero cenere sulle braci, attenti a non far accendere le urla di quelle solitudini. E anche se rimangono seduti in fondo al corridoio, riparati dai venti del dolore, sono una bontà che splende per la quiete.

In quell’orribile profondità degli inferi, gli agenti, hanno le cintole inutilmente corazzate. Sono guerrieri e preti, e sono tutta la luce.

Sono il tronco dei detenuti messo in mezzo alle norme carcerarie. Sono i primi a essere confusi tra la luna e le divise, all’alba nelle celle.

Sono le nuvole guardiane, la catena d’oro con la libertà. Sono i missionari, i soli amici.

In quell’orribile profondità degli inferi, gli agenti, si schierano per la difesa e la conservazione della vita: anche contro un sistema carcerario che ne vuole la soppressione.

E capita, così, che per qualcuno quella partecipazione umana sia la peste; capita che per qualcuno le celle devono essere una tomba.

E capita che si lucri con gli alimenti, con la sanità; con la morte, e le preghiere per quell’anima beata. E capita che qualcuno si ribelli, e metta in piazza, in gioco, la sua divisa di agente di polizia penitenziaria.

E così capita, può capitare, che una Sissy* qualsiasi, in un carcere qualsiasi, venga trovata  quasi morta. E venga spacciata per suicida.

E così capita che quel sangue che dorme nella tempia sia l’unico testimone di un probabile omicidio: di quelli che conviene lavare, prima che scorra nella voce di ognuno, prima che ognuno possa chiedere un’ispezione un’interrogazione, una cazzo d’indagine.

*Sissy Trovato Mazza, è stata trovata sanguinante, con un colpo di pistola alla tempia dentro al carcere di Venezia. È un agente di polizia penitenziaria. È in coma. Io non credo al suo tentato suicidio.

 

#sissyiononcicredo

C’è dell’acqua torbida, a Nicotera.

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Non avevano messo i datteri nella testa del capretto, ma la sufficienza del piombo per un’intera famiglia: quella dei D’Agostino.

La ‘ndrangheta quando è spaventata fa così: si mette davanti alle nostre case e traccia solchi di sangue fin dentro al nostro grembo. Fa così quando pretende di ammutolire la ribellione.

E Antonio D’Agostino solo a nominarlo, già allora, creava un disturbo: scuro nervoso esattamente temibile. Gli hanno inviato cinque proiettili e una testa mozzata di capretto: un cliché che avrebbe seccato il sangue a chiunque.

Nicotera è talmente vicina agli aranceti incantati di Rosarno che durante la rivolta i bastoni degli immigrati hanno risuonato ovunque,  aprendo la coscienza di molti e colpendo il cuore di Arturo Lavorato e Felice D’Agostino: la ‘ndrangheta che sfrutta, la politica che mantiene la speculazione; e quegli uomini abbandonati senza angeli custodi, altri non fossero che i caporali. Nessun animo buono poteva stare in silenzio dinnanzi a tanta disumanità, bisognava intervenire e prima che arrivasse una vendemmia di sangue. Lo immaginavano, Arturo e Felice, già filmando la rabbia e la delusione di Franco Costabile. Oggi i nuovi poveri non sono solo tra gli immigrati. Loro due volevano salvare tutta la gente inerme e succube: Arturo, alla fine, ha scelto i “negri” tra gli aranceti, e al loro fianco ha lanciato il grido di allarme, contro la ‘ndrangheta contro il caporalato contro lo sfruttamento.

E ancora a Nicotera, in un giorno qualunque, hanno fatto un salto all’indietro aprendo il rubinetto dell’acqua: gialla come se tutta la ruggine del pianeta si fosse infilata nelle condutture sotto le case, come se la morte si fosse sciolta nelle viscere del paese. Era imbevibile, qualcuno aveva sommerso i pozzi di tossico. E fu così per ore, giorni, mesi.

Era necessaria una protesta, una reazione popolare; prima che il fuoco della morte si avventasse sulla cittadinanza. Un movimento, civico e civile, per il diritto alla vita: lo disse Lavorato, lo disse D’Agostino, lo disse Toni Capua, lo dissero centinaia di nicoteresi. Si riunirono. 14 Luglio, il nome scelto.

Quella è una comunità irremovibile, sarebbe stata all’erta: senza alcuna possibilità di cedimento, senza alcuna trattativa. I nicoteresi chiedevano un diritto, non un privilegio.

I cuori dei cortei mettevano sotto pressione la Sorical: l’attenzione delle autorità era puntata sulla gestione delle falde acquifere.

Nicotera era diventata un pugno, il diritto all’acqua era la via maestra. E ognuno aveva giurato che non avrebbe ceduto, neanche un millimetro, alle impaccature di giustificazione, create dalla Società di gestione dei pozzi comunali.

E c’era, tra gli altri, anche la cronista Dell’Acqua: aveva prontamente indossato l’elmetto e si era tuffata per la pesca del veleno. E ne parlava. Eccome se ne parlava.

Il Movimento 14 Luglio era forte. Toni Capua raccordava gli incontri, coordinava le iniziative a sorpresa.

Fu forse prima di qualche tuffo che alla Dell’Acqua venne fatto perdere l’equilibrio: e smise l’elmetto e smise la lotta. E pensò che in fondo il giallo dell’acqua non fosse poi così distante dalla colonia chanel, che ci poteva stare. Che si poteva smettere di parlarne, che il Movimento 14 Luglio poteva chiudere i battenti.

La Sorical inquieta aspettava.

L’intrepida cronista iniziò a buttare alla rinfusa articoli sconnessi, intenzionata a spostare l’asse del mirino. Aveva ancora le pale dell’elicottero sopra la testa, viste qualche giorno prima sul social e poi fatte scandalo, e poi ancora ingiusto merito. Aveva negli occhi un disegno ambizioso, seppur lontano dalla sua gente. E scrisse di tutto, e ogni storia era agevole, perché favorita da un quotidiano disattento.

La Sorical inquieta aspettava.

Il Movimento 14 Luglio non aveva intenzione di soccombere, tanto che chiese di poter replicare. E l’intrepida cronista, spalle forti, disse di no. Che era una limitazione, un bavaglio alla sua libertà. Ed emise strilli di allarme; e si dichiarò perseguitata, si dichiarò dell’antimafia.

E ci sono sempre i giornalai giornalieri cercatori della disonestà calabrese. E così ci hanno creduto, e così non hanno visto oltre.

La Sorical inquieta ancora aspettava.

Serviva utilizzare la ‘ndrangheta: è pur sempre un marchio buono e, a chi ha dimestichezza con la notizia, non sarebbe stato difficile farla passare per reale: la ‘ndrangheta, che vuole tappare le bocche. Ma non quella vera, che si preoccupava dei D’Agostino, di Lavorato, e dei cittadini di Nicotera che non avevano paura, serviva il suo fantasma da agitare sotto il cielo dell’antimafia. Fu così che l’intrepida cronista, spalle forti, divenne un caso. Con la complicità del disattento quotidiano, trasformò, in petizione (da presentare dove come a chi?) una semplice richiesta  di diritto di replica a un suo ennesimo impreciso articolo. Divenne combattente e soldatessa d’inchieste, in realtà mai avvenute, contro lo strapotere mafioso, e chi le stava contro un complice colluso. Divenne così martire, vittima di quei “cattivi” che chiedevano soltanto di poter ribattere. E la stampa nazionale senza investigare ha accettato l’inganno, e ha fatto grancassa.

E la Sorical, da qualche giorno, ha creduto di non dovere più aspettare.

E l’acqua ancora rimane imbevibile, e nei pozzi c’è ancora il tossico.

Il Movimento 14 luglio, è notizia di ieri, ha occupato il Municipio. I nicoteresi continuano la lotta, nonostante il fango della stampa nazionale.

La Costa degli dei è orlata di neve. Chissà mai quel candore non riesca a ripulire le condutture dell’acqua e qualche coscienza; chissà mai non riesca a lavare il rischioso peccato della cupidigia, o altre recenti dannose bramosie.

I piloti delle stragi (A Nizza, a Berlino. O ad Aleppo).

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I cristiani hanno i piedi nella palude, e ogni suolo è davvero poco. C’è una nuova morte che li inchioda alla croce, che anche le campane del mondo hanno il nastro sonoro spaventato. Li fanno sprizzare di rosso ardente con una botta alla schiena, li fanno imbrattare di sangue: ogni loro vita è diventata moribonda e se ne va senza che vi sia stata dichiarata da nessuna tromba la guerra.

Miserere mei, Deus, secundum magnam misericordiam tuam.*

I cristiani hanno le mani ferme nei rosari; perché Gesù è stato un grammatico dell’Amore. Quale che fosse la discendenza, quale la vittoria della Patrie, ha asperso ogni ragione di onniveggenza. Se solo lo avessero capito, ci avrebbero aiutato a costruire giostre di bellezza.

Miserere mei, Deus, secundum magnam misericordiam tuam.

I musulmani, oggi, hanno gli occhi nel fango, lontani dal bel fiore d’oro di Maometto. Hanno i signori infernali tra di loro, e Dio ha molti nomi e le mani degli omicidi. E le figlie del cielo sono puttane e quelle della terra un compenso. E oggi la luce da Oriente viene da un pozzo di bombe, dalla cintura che divora.

Miserere mei, Deus, secundum magnam misericordiam tuam.

I musulmani fossero api lascerebbero il miele agli assassini, la condanna a quei cattivi spiriti che li stanno portando via dal Profeta. Potessero uccidere marcherebbero di infedeltà, con una bozza in mezzo al petto, gli uomini malvagi e li manderebbero alla morte.

Per un musulmano la vita è sacra.

Per un cristiano la vita è sacra.

Miserere mei, Deus, secundum magnam misericordiam tuam, e di quegli uomini smarriti che passano dalla porta del peccato; che hanno trovato nel patrimonio la loro convenienza al massacro. Abbi pietà della loro inconsapevolezza, per la loro offesa al tuo Messaggero. Abbi pietà quando arriveranno sporchi di sangue, e così lontani dal tuo seno.

Miserere mei, Deus, secundum magnam misericordiam tuam, e di chi non ha saputo pregarti e ha pensato fosse più facile obbedire a un comando omicida; abbi pietà di chi non ha fatto in tempo a vedere il sogghigno dell’economia occidentale.

* Abbi pietà di me, o Dio, per la tua grande misericordia

 

Gesù, non nascere

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Gesù, non nascere. Non ci troveresti.

Le ali di Lucifero hanno colmato di buio la nostra terra; hanno avvilito il cielo e sparso da ponente a levante nuvole di piombo e sangue; hanno messo a morire le anime dell’infanzia e chiuso con foglie di cicuta le bocche, che avevi pensato buone per le rivolte. Non ci troveresti, nei sentieri dei pastori, nelle larghe ruote attorno al tuo Verbo, negli angoli casti della tua volontà.

Gesù, non nascere. Non ci capiresti.

Le nostre lingue sono ormai gonfie di veleni, di parole convulse e inservibili. Gli uomini sono diventati i mistici di Satana, e proclamano la morte; hanno strozzato il canto del gallo, e la luce sin dall’alba. Non ci capiresti. Sotto miliardi di cupole d’oro o a far da sentinelle a sepolcri di cemento; e a non toccare l’acqua che hai chiamato tra gli Elementi, per lavare le coscienze e le sbrecciature negli animi.

Gesù non nascere. Non ci perdoneresti.

Le nostre mani hanno lacerazioni immonde, e costruiscono troni di creta e guidano le bombe e strangolano le libertà. Le nostre mani hanno messo palle di lenzuola nei denti e poi sparato alla testa del fratello; hanno, dovresti saperlo, le unghie a taglio per cavare gli occhi e scavare basi di frontiera e spaccare il petto e strappare il cuore e far saltare dalle pozzanghere i brandelli del morto.

Gesù non nascere. Non ci ameresti.

Siamo conservati qui sotto nel più terribile dei modi, sotto le lame delle ostilità e senza la memoria del tuo testamento d’Amore. Qui è ovunque ineguaglianza e guerra e ogni fuoco scuote la fine dell’umanità. Noi siamo già arresi e la Fede indietreggia, e la morte è una torre d’acciaio sulle nostre vite. Noi siamo messi via come un niente, come se l’anima l’avesse potuto portare via il vento.

Gesù, io non riesco più a respirare e stringo le gambe pieno di paura. E dicono io abbia una faccia triste quanto un camposanto, e la pelle bianca come mi fosse stata infilata dai fantasmi. Io avrei voluto essere una rosa, la felicità per tutti gli occhi; ma non riesco a respirare e mi gonfio come una rana vecchia. Non so quanti cattivi innamorati della Vita ho attorno, e soffro.

Gesù non nascere. Gli uomini odiano, e ti odiano.

Dio è un’interconnessione operosa (o la supplica di un Cristiano)

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Fratello mio, ciò che è tuo mi appartiene, perché proviene dalla pianta dell’unisono; perché anche io l’ho, nel mio futuro probabile, la tua matrice divina.

Tu senza toccarmi sei le mie mani e la mia pelle. Tu sei il mio bacio, la mia carne lacerata,  sei il mio numero successivo, la radice o la fionda di partenza. Tu sei quella fascia nell’orizzonte che intende custodirmi, per abbraccio di fratellanza.

Tu sei il dolore dissolto, infine la lacrima tremante che mi commuove.

E quanto vorrei che rimanessimo innocenti e preservati dall’inferno: Dio ci ha dato delle condizioni stupende per la Vita, ma oggi sulla terra c’è un massacro di colpi per raggirare l’Insegnamento; per farsi bastare l’ingegno umano.

Dovremmo sgombrare, tutti quanti, e presentarci con il senno bruciato dinnanzi alla Luce del Tempo.

Noi dovremmo, tra le lune messe ai poli, allungare le braccia ed essere le croci del risveglio; dovremmo essere a uno a uno anime di raccoglimento, nelle colonie degli universi.

Noi siamo i pensieri irripetuti di Dio, e stiamo in questo mondo come fossimo delle farfalle disseccate. E aspettiamo che la morte riesca a decapitarci.

Noi stiamo come fossimo corpi sanguinanti e pieni di gas, senza sapere che siamo l’eternità bloccata da Dio; che siamo una moltiplicazione di noi stessi, e la lingua perfetta dell’Amore. Che siamo la parte spoglia e bianca della Natura.

Noi siamo eccellenti e dai vestimenti puri, la rinomanza della Bellezza.

Ma viviamo come cacciatori di montagna, e lasciamo impronte giganti dentro ai cuori. Non sappiamo riconoscere i terreni dei nostri fratelli, e facciamo cadere lenzuola di cera sui loro volti. Non sappiamo aprirci al profumo dello spirito, a quel campo grande e verde che ci riunisce.

È un anello celeste la vita, un melo senza peccato; non fosse che l’abbiamo inchiodata nella colpa, nel cipresso nero di ogni crimine, sarebbe l’eucarestia.

Facciamo allora saltare dalle nostre schiene la rogna della disumanità, per esserne immuni. Facciamo perdere le nostre tracce profane, e tutti i vestiti di lutto che ci sono stati imposti dalla modernità.

Diventiamo figli della Gioia, invocando tutti d’accordo la comunione. Diventiamo aurore di braci e insieme Magi con nelle mani la Vita e la Luce.

Entriamo così nel vuoto del cosmo, e avremo dentro alle anime l’ossigeno che esiste solo nella bocca di Dio.