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E gli bucherei a sassate la testa (per affiliare la Calabria all’onore)

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Ecco, ve li offro i miei prigionieri della tristezza: quegli uomini comuni che rimangono pazienti in attesa del Paradiso, o dell’Inferno che sia.

Da questa parte della terra la luna ha un lavoro consueto: cade in mezzo alla notte aprendosi chiara e straziante, come volesse mettere un gioiello, un giglio per l’eterno nei paesi; come volesse dare la parola alle strade.

C’è anche qualcuno che pigramente aspetta cada l’istante dell’estasi, o che la libertà diventi definitivamente legale.

Eccole, in Calabria, le ore dilette dai sogni. E allora tutto ha il senso della risurrezione, delle cravatte rosse come sete lucenti nella pena. E allora tutto riprende la pienezza dell’assenza, l’ignoto splendore della solitudine. Allora tutto ha il passo immortale di quegli orologi che sanno che nulla è mai per poco.

È qui che la maledizione vive: negli occhi che sanguinano ogni giorno senza conoscerne il motivo; nella creazione, che al massimo è nel sicuro ovile del terrore.

E non ci si meraviglia se la morte in agguato già copre fino alle ginocchia; se la malandrineria ci riempie di spilli bianchi, di bandierine da gran pavese, come segno di conquista. Non ci si meraviglia se nella bocca abbiamo gli scheletri del passato sociale e nel petto un’incudine di ferro che toglie il fiato a ogni protesta.

E noi, per non urlare, mordiamo le vene nei pugni, la lingua, mordiamo anche le scarpe.

Saremmo la massa vincente, solo avessimo al fianco la volontà politica e il sostegno militare. Loro sono la parte minore della comunità, ma ci opprimono con la prepotenza: con i loro coltelli da macello nascosti, con le loro armi da fuoco usate alle spalle. Sono sbruffoni e vili, impestati dall’ignoranza.

Loro sono cuori freddi. Le loro donne hanno seni durissimi, che non esitano a strofinare nel piombo. E i loro figli non sanno giocare a palla.

Loro hanno nel pensiero solamente spine e croci, cannoni di arroganza e un rimbombo in testa fatto di ferocia. Non hanno un sentimento da mettere in festa, ma denti e lame e pistole; non hanno nessuna coscienza, e anche a cercarne una traccia la troveremmo affogata nel sangue. Loro non hanno onore; perché non hanno alcuna forza al di fuori dai loro fucili.

Io vorrei mettere un chiasso popolare dentro alle loro anime; vorrei mettere un tamburo e l’Amore della mia gente nella loro vita. Vorrei entrare nelle loro pance con una bomba nelle mani: farli saltare come le rane, farli esplodere avendoli a bersaglio.

Vorrei metterli a ciuffo sopra alla cima della libertà, ridicoli e morti.

Io li vorrei uno per volta davanti, gli ‘ndranghetisti, per arrampicarmi sulle loro corna e bucargli la testa a sassate.

Io vorrei poterli vedere piangere davanti a se stessi morti; vorrei vederli in agonia toccati al petto, con il viola sulle labbra, con lo sguardo supplicante all’ingresso della porta dell’oltretomba.

Vorrei vederli ricevere in bocca l’ostia dovuta ai moribondi.

Vorrei vederli tremanti davanti alla condanna solenne di Dio.

Te saluto Milano

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Già quando si arriva si cerca di mettere i piedi sull’onda, per poi improvvisare un’andatura possente: come non fossero nulla le spine nostalgiche della memoria.

Già quando si arriva sembra che ogni palazzo sia una rosa, ogni piazza un largo di luce. E i navigli un accesso immediato verso il mare.

Ma già quando si arriva le pupille oscurano il bianco sfavillante delle zagare, per poi dare il passo al grigio di un’aria morta: a volte sembra anche a delle lune nere.

E in mezzo a tanti cuori guasti non si trova nessuno che voglia la libertà di essere infiacchito: come fosse sacra l’accelerazione. Nessuno che, in questo infinito campo di deportati, voglia scattare in piedi.

Sembra che ovunque vi sia una coltivazione aperta di anime tristi, di quelle definite irregolari nell’universo.

Per rimanere fuori dalla scia bisognerebbe stare attenti a non ripetere l’abitudine, a non agevolare la tenaglia del consumo, a non oliare la meccanica del pane. A credere in ciò che non è vero.

Ma già quando si arriva si inciampa nelle ombre dei miserabili, che preparano le mani e ci tengono d’occhio. E poi ci scordano e dormono, ovunque. E potessimo scoprirli non troveremmo i nostri stessi pensieri oscuri.

Qui tornano a ripetersi i figli di nessuno. E non ci sono mammelle solidali, portatrici di succhi di limoni e cedro, di acqua d’amore. E le facce diventano verdi e dopo grigie e dopo pallide, e anche la lingua diventa nuvolosa.

Già quando si arriva si capisce che la rilucenza non è nelle stelle, che i fanali hanno la cima illuminata e un manto di paura. Si capisce che questa è una civiltà immatura, per nulla profetica: con i nervi saldati nel metallo, con il coraggio inchiodato ai muri, e la vita, la vita, vietata.

Già quando si arriva il manometro segna il tuo livello, la tua utilità. E c’è la giostra del toro accesso fiammante che ti fa saltare in aria; che ti mette in opera e non per un affanno sportivo. La resa è il battito o la sepoltura.

Qui c’è il tempo del design, così lontano dal richiamo della terra scossa e dagli ambasciatori del mediterraneo. Qui non c’è uno sguardo acutissimo che poi ti sappia soccorrere.

Già da quando si arriva si guarda la cappa del cielo messa al rovescio: come se in quell’alto si potesse entrare dentro a una buca. E tu senti di avere freddo, lì sotto.

E poi c’è il fischio delle sirene che sale, che assale. E tu scappi. E tu pensavi di poter essere un giglio.

Milano è una madre illegittima che non dimentica di farti assaporare l’amaro del mondo, è un’arena che hai nella gola,  un’incudine che ti schiaccia.

Già quando si arriva, qui, non c’è nessuno che voglia battere le mani, che voglia diventare una colomba.

Zucconi, l’anti risorgimentale*

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E Zucconi ci ha voluti schiaffeggiare, per incapacità manifesta.

Dall’alto della sua comoda postazione, di uomo favorito dalla sorte, ci ha voluti accusare di inabilità intellettiva.

Io credo che a volte servirebbero delle fessure di areazione, se non altro per nettare i pensieri sporchi. Se poi ci si ritrova di fronte a un uomo con la mente annodata nei preconcetti allora servono degli squarci.

Ma non è difficile che a Zucconi sia rimasta in testa la nota teoria democristiana che il popolo del Sud vada mantenuto nella sudditanza: così, per ricordarlo, nella sua famiglia la democrazia cristiana era di casa, anzi di seggio.

E io me lo figuro, l’inventore degli scoop falsi, mentre, dai monitor supremi, ci guardava immobile con i suoi occhi d’oro, uno per uno in fila verso le urne; e ci sentiva tutti maligni, simil bestie. E ci avrebbe volentieri tolto la tessera elettorale dalla tasca, come ai bambini la fionda.

Tanto lui lo sa che siamo giocondi e infantili; che non abbiamo senso dello Stato, che siamo tutti abilitati alla pratica criminale. E che siamo abituati a mangiarci tra di noi, che siamo creature rasenti l’inferno. E che teniamo le mani in tasca per non perdere la pistola.

E Zucconi lo sa che abbiamo le fruste d’acciaio, per le nostri mogli e i nostri figli: affinché non si permettano decisioni diverse.

Lui, che è un monumento di marmo, un mito, lo sa quanto siano deboli le nostre coscienze.

E io me lo figuro, dal suo trono di gloria e gioia, mentre gode per la povertà che ci stermina: a causa delle scelleratezze del suo attuale Capo. Me lo figuro tenere alte le bombole d’ossigeno mentre anneghiamo per cause di abbandono.

Per lui sarebbe bello ci fossero per noi al Sud le culle imbottite di acidi e veleni, ci fossero i randelli alle cintole delle guardie nazionali, del nord.

È un assassino d’anime, Zucconi. Un affare disumano e deprimente. E lo è per formazione scolastica, per supposta supremazia culturale. Oscilla con un ritmo costante nel razzismo della peggiore borghesia; dalla sua casa a colori giudica chi come noi ha sete e fame e necessità. Giudica chi come noi, per una volta libero, si esprime contro.

E si stupisce se protestiamo, decisamente stanchi.

Si stupisce perché si spaventa che da qui possa, Dio lo voglia, nascere il vero Risorgimento.

*In riferimento alle dichiarazioni di Vittorio Zucconi, sull’incapacità del popolo del Sud a esprimere il proprio voto

 

A Loreto, ospite di Gesù

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..e mi ritrovo pietoso con l’anima all’indietro; alla ricerca dell’istante felice nella veglia degli Angeli: della loro sapienza infinita che nonostante i secoli non conosciamo; di quell’umiltà e potenza così simile alle rose e alle spine. Qui la morte non ha luogo, e neanche l’alternanza universale dovuta alle anime.

La casa di Gesù è eterna, dovutamente segreta.

E sento la catena la voce del cielo, e vedo la luce che non sembra luce. E vedo l’essenza della misericordia, il cuscino della Vita e le labbra in invocazione.

Oggi ho capito che le pietre della casa di Gesù sono stati trasportati dalle rondini, o dalle colombe, appoggiate alla veste di Maria, per sanare quella ferita ancora spalancata nell’infinito.

Gesù ha generato l’Amore, e ancora nel nostro buio respira, mentre noi continuiamo a vivere nella preparazione nera di Lucifero. Noi, che da un capo all’altro continuiamo a seppellire l’umanità, ci lasciamo perforare tagliare alla radice dalle intenzioni crudeli degli spiriti maligni.

Nella casa di Gesù c’è l’Annuncio che si crea negli occhi, la visione miracolosa del regno di Dio, e ognuno crede di essere giunto appena sotto la Vetta, nel seme dell’esistenza.

C’è una forte corrente di Pace, una superba creazione di Pace. Qui si piange senza saperlo, e ogni preghiera è un’arca di salvezza. L’aria è ricca, come avessero steso fili dalle stelle per far tacere il dolore della croce.  Ognuno si iscrive verso l’alto, come potesse avvenire la trasmutazione e d’improvviso si diventasse esseri celesti.

Qui dentro l’Uomo si indebolisce, perde la sua acqua scura e si concede la Fede.

Qui davvero gli Angeli hanno l’ultimo fiato, della conversione e del pentimento.

Nelle valli di Loreto lo spirito dolcissimo di Gesù è una casa.

Mi inginocchio e bacio, a una a una le pietre.

 

Stiamo profanando Dio

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“Il massacro fu così grande che i nostri uomini camminavano nel sangue fino alle caviglie” e così hanno dato a Dio il possesso del crimine.

Le loro bocche, in quegli altri tempi, erano senza luce di speranza, erano piene di odio; per mille diverse ragioni una trappola.

Dopo Gesù Cristo, quello che doveva essere un mondo nuovo è diventato una vampa: l’Umanità ha iniziato ad avere le armature fragili, ha iniziato a essere spiata da un’aria non di pace.

Di quale importanza parliamo, che fossero ebrei o cristiani o islamici, in quegli altri anni venne fatta la fortuna delle religioni. Venne fatta la separazione dallo Spirito.

E l’Uomo, allora, è diventato polvere da gioco, la camera scura dell’universo. Si è lasciato poggiare sulle tavole e infilzare dai versetti della spada. Si è lasciato accecare dall’impronunciabile vendetta dell’occhio. Ha ridato corpo al vecchio nido di Satana. Ha preferito confessarsi debole e inetto.

Dopo Gesù Cristo si dovevano accendere le lampade dell’Amore, le nostre immagini diventare davvero somiglianti a Dio.

Ma l’Uomo ha pensato alla sua parte malefica, ha lasciato crescere le sorgenti del dolore e dell’assassinio. Ha ceduto il suo cuore alle menzogne dell’effimero. Ha lasciato venisse calpestato Dio dalla volontà delle vite dell’inferno, e si è reso congegno di morte, bestia omicida.

Satana è stato furbo davvero, ha portato avanti la sua mietitura di anime riempiendo il suo regno di droghe e sesso, di ricchezza e potere. Del disumano. E l’Uomo non ha saputo allontanarlo, e si è voluto ingrassare con la carne degli innocenti.

Satana si è cosparso di denaro di vergini di giovinezza. Dio ci ha dato un fusto spinoso con la promessa di farci risorgere. Satana ha concimato d’oro luccicante il suo frutteto. Dio ci ha dato una terra fangosa e l’impegno di un Paradiso. Satana è entrato nelle nostre porte con vasi di allegria. Dio ha scagliato pietre contro il nostro cuore per abituarci alla resistenza.

Eccolo, con la nostra complicità alle trombe fatali di Satana, il conflitto terrestre: il mondo sarà una tomba e verrà profanata la Grazia di Dio.

Non ci basta come allarme?

Fiocchi di mani ad Aleppo, per Anas al-Basha

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E i civili morti dicono che dalle tombe neanche si sente, il rumore degli aerei. Che sotto terra non riluce per niente la polvere da sparo. Che loro sono nel lato successivo del creato, opportunamente opposti alla nostra vita. Alla nostra guerra.

Neanche Anas Basha voleva sentire, e credeva si potessero lasciare delle impronte tenere in mezzo alle macerie. Lui credeva che l’amore stesso potesse respingere al  cielo le bombe. Lui credeva bastasse quel suo naso rosso per allarmare tutti i cuori dell’umanità.

Raccontano saltasse tra le rovine come un matto, o qualcuno che volesse scrivere, sulle pagine di quella storia, l’allegria. E che i bambini gli tenevano la coda, consapevoli fosse uno straccio di speranza. E che lui stava al centro dei loro fiocchi di mani, come davvero un giglio.

Anas Basha era felice per gli assalti e i baci, la sua anima scintillava come un faro in mezzo a quelle case sgozzate, e sembrava che ogni sua risata riportasse la parola ai muti popoli occidentali. E sembrava fosse possibile che tutte le schiene, mozzate a metà, si rimettessero dritte per protestare contro un genocidio.

Anas Basha era l’uomo appartenente alla bontà, era l’esorcista del male. E ha voluto esserci nella nostra riunione terrena, per farci capire quanto essa sia rischiosa e fragile. Per farci capire quanto momentanea sia la nostra presenza.

Lui i civili morti li conosceva tutti, e li nominava come le vere forze tra gli uomini.

Portava con sé una manciata di terra e fiori, e ne faceva nido e ne faceva ghirlande. Lui tracciava l’armonia e pure il grido del suo popolo.

E sembrava ogni volta chiedere: cosa siamo adesso noi, con la fame nella bocca e l’angoscia dentro al cuore, cosa di altro siamo se non carne per un sepolcro.

E intanto i bambini erano affamati delle sue risate, l’univa via veramente divina per la conservazione.

E intanto il cielo gocciolava esplosivi, massicce bombe come fossero mandorle calde: aveva nel volo le unghie del Potere, e quelle graffiature dissanguavano già prima della morte.

E intanto le bruciature nella pelle erano un anticipo. E poi saltavano in aria i paletti, e le case e le braccia e le caviglie.

E da qualche parte le banche oliavano i pallottolieri. E da qualche altra parte i russi e gli americani vedevano tutto.

Anas Basha dicono sia crollato come una rovina.

E che nessuno sia riuscito a tenere la sua testa tra le mani, perché non è rimasta.

E che nessuno sia riuscito a sostituire il suo naso rosso, perché non è rimasto.

E che nessuno riuscirà a imitare il suo strillo acuto, dopo quell’esplosione nel petto.

“Il primo anno va male, gli altri sempre peggio”

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La leggerezza è un impulso, forse l’unico in grado di attingere dall’acqua bellissima dell’Amore. È un prodigio rimasto ancora adesso raro.

Davvero tanti i dolori mentali che si è costretti a subire, proprio quando gli sponsali sono per carattere diversi. Eppure ci si chiede quanto profondo possa essere un sentimento vissuto nel duello: oddio sì, verbale, di quelli che aprono a volte il paradiso a volte l’inferno; di quelli che fanno conoscere lo smarrimento, e poi l’estasi. Ma è proprio così che si aprono i filamenti della comprensione. È proprio così che si rivela l’infinito “io e te Persempre”.

Quella di Alberto e Mara è una storia d’Amore raccontata, in apparenza, per aneddoti casalinghi, per contrasti e rappacificazioni. Ma è giusto in questa contesa che si rivela, in tutta la sua grazia, un legame così saldo da festeggiare i 40 anni.

Alberto e Mara dovrebbero insegnare questa qualità sentimentale, ai molti che vivono quotidianamente nella disperata ricerca di un equilibrio familiare e forse anche la ragione di una convivenza.

Loro hanno un canovaccio autentico, puro ed esemplare, così lontano dalla convenzione e dalla formalità, hanno lo stesso senso della gioia: nell’intendimento, alla fine. Hanno una casa con le imposte sempre aperte, per farci capire che nessun loro ambiente è stato danneggiato né dagli individualismi né dalla sopraffazione: ma che tutto ha la cura della concordia. È così la vita non ha data, diventa piuttosto una lunga unica avventura senza interruzioni.

Poi capita anche che Loro siano i veri responsabili dei nostri fallimenti o dei nostri successi sentimentali, dei sogni nostri affidati a un motivetto qualsiasi. Alberto e Mara, ma si sa, hanno congegnato ogni nostro istante, l’uno scrivendo i testi la trama, l’altra cercando la voce adatta per far entrare dentro ai nostri cuori alle nostre menti, come esseri luminosi, i vocaboli.  Hanno, loro, illuminato i nostri pensieri i nostri miraggi volendoli nella musica.

Senza nessun inganno, Alberto e Mara, hanno fatto durare il segno della  comunione domestica, tratteggiato da possenti maree o da onde leggere o da calma piatta ma sempre con lo stesso comportamento sapiente: tipico di chi comprende quali siano le modalità per evitare di arrivare allo sfacelo del rapporto. E così si sono presi in giro, si sono compresi, si sono dati la mano nelle difficoltà, si sono abbracciati per evitare ogni paura al cuore, si sono perfino sentiti perduti nell’universo umano: ma hanno sempre ripreso a riandare poggiandosi sulle spalle, l’uno dell’altra e viceversa.

Lunga quanto la vita, passata e quella a venire, la loro unione sentimentale; con un filo astratto si sono legati a doppio giro, per non perdersi mai.

Una storia all’apparenza divertente, quella raccontata in “Il primo anno va male, gli altri sempre peggio” libro edito da Baldini & Castoldi, in realtà io vi ho trovato la narrazione di una vita ubriaca di pieno amore, senza cedimenti e con una partecipazione tenera, ed educata alla ricerca della compatibilità affettiva.

Il libro, si legge bene scorre e affascina per la morbida scrittura, ha un passo dolce e leggero.

Credetemi, non è necessario cercare nella migliore letteratura romantica; questo libro è l’esempio onesto della bontà dell’Amore ma anche della voluta semplicità.

In questo libro vi è l’intera storia della canzone italiana, passata dai versi colti di Alberto o dall’intuito formidabile di Mara. Un racconto continuo che si infila nella nostra memoria, la riporta in vita; apre alla nostalgia degli anni belli: quando serviva il talento per scrivere canzoni, serviva il talento per individuare l’Arte e l’Artista. Alberto e Mara, con questo libro, fotografano afferrano i nostri ricordi ci riportano le immagini che credevamo riposte nel fondo della dimenticanza.

Sì le parole di Mara, ed è ormai fatto comune, sono armate e combattenti, pungono più delle spine, e Alberto sembra disposto soltanto a schivarle: ma in realtà lui sa da che parte cominciare per ristabilire la quiete, e lei così facilmente sa che coprirà tutto con una risata.

Alberto e Mara sono la prova sicura della costanza; sanno che l’Amore ha una forma atletica e che bisogna avere tanto fiato e cuore ricco per starle al passo.

Sono una rarità d’altri tempi, perché hanno ben custodito i palpiti meravigliosi della felicità; sono un esempio da seguire, un efficace testimonio della resistenza e della resilienza. Ecco, di rado un libro riesce a rappresentare nella sua pienezza un sentimento, “Il primo anno va male, gli altri sempre peggio” non solo vi riesce ma mantiene ferme le indicazioni della buona scrittura.

Culpa sibi admissa, Lapo Agnus FIAT *

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La finestra di fronte a La Stampa era sempre accesa, come un occhio della luna. Patrizia sapeva apparire come una ricamatrice seduta al telaio della vita: ci diventava matta a rammendare cuori: dicono fosse una cerva, che sapesse togliere i sudari dai corpi in maniera agile e veloce.

Dietro al vetro, Lapo, guardava alcuni uomini affaccendati a incolonnare notizie, e aveva la sensazione di sentire le rotative, di sentire il rumore della delusione dentro al suo orecchio. Doveva esserci anche casa sua, lì dentro. Ma lo avevano chiuso fuori.

E Lapo sostava nella casa di fronte: quella delle farfalle e delle estasi, della pace dai rimproveri; quella dei balsami sui chiodi nella pelle.

E Lapo diceva del suo talento, troppo irregolare per la sua famiglia. E sudava a nominare sua madre: ne aveva paura; ripeteva che tutti i bambini hanno avuto aggiustato un cuscino, e sentito cantare una favola, hanno avuto un bacio.

Lapo aveva avuto molto freddo, senza che nessuno se ne accorresse.

Lapo lo sapeva che per farsi sentire doveva farsi male.

Chiuso fuori.

Lo sapeva che sarebbe stato pericoloso spostarsi dalla linea dell’ossequenza. Contestare la severità dell’Avvocato anche da morto; che se lo avesse visto dalla sua finestra avrebbe avuto un gesto di collera.

E Lapo pensava a Giorgio, chiuso fuori e poi lasciato morire in una clinica psichiatrica. E pensava a Edoardo che ha preferito essere un uccello in picchiata, perché quella vita gli bruciava intorno.

Chiuso fuori.

E pensava a John che aveva la spuma dell’oro nel letto, che gli era ostile: quel ragazzo aveva anche il cuore inamidato, oltre al sorriso.

Lapo, lo sapeva che non appena possibile sarebbe stato seminato nel vento, si trattava di tempo, di occasioni.

Chiuso fuori.

Anche dalla finestra del Notaio, con dentro John sua madre sua nonna.

Chiuso fuori.

Lapo lo sapeva che per farsi sentire doveva farsi male.

E così ha aperto la sua caccia al tormento; sempre più debole e confuso ha lasciato caricassero sulla sua schiena ogni fascio di rovi.

Si è fatto macellare, scannare da ogni perversione, da ogni vizio.

Ha deciso di entrare ovunque gli avessero aperto, anche in quelle case che effondevano il fumo dell’inferno. Ha deciso di perdere il suo genio a vantaggio del suo squilibrio, di farsi sciogliere nel corpo un’invincibile forza. Ha deciso di alimentare da solo la corrente dell’amore, di concedersi un onore nell’infinito.

Chiuso fuori.

Lapo lo sapeva che per farsi sentire doveva farsi male.

*(attribuita la colpa a se stesso, Lapo sia fatto agnello)

Lo zero indispensabile – Sindaco, non un quinto assessore ma un azzeramento-.

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A volte gli appelli sono soltanto un suono sordo, neanche discendessero da un linguaggio incomprensibile. E spesso si attende che cadano nel dimenticatoio: così che nessuno rimanga impegnato. È, questa, costumanza tra i politici, per loro quasi una regola. È una forma diplomatica di rifiuto, in attesa di far sboccare l’invito nell’abbandono. Poco importa se nel frattempo  i cittadini vengono divorati dalle inattività gestionali.

Capita che anche a Taurianova lo stile non cambi. Capita che nessuno, tra i nostri politici, sembra voglia ascoltare la gran voce della nostra comunità: che implora una svolta per non finire nelle profondità del’isolamento, per non essere risucchiata dall’ubriachezza di qualche dannato ambizioso. Per non ascoltare più le volgarità e gli attacchi personali che a nulla portano, se non al godimento delle morbosità represse dei pochi.

La società taurianovese, si sappia, non vuole interessarsi ad altro che allo sviluppo e al progresso della comunità; il resto rimanga fuori perché è fuffa, miseria intellettuale, e deve rimanere lontano dalla gestione amministrativa. I contrasti personali non devono essere un danno per il bene comune.

Gli esempi di attaccamento vanno incentivati, promosse le iniziative spontanee di progresso. Vanno lasciate aperte le braccia a chiunque voglia impegnarsi, senza tifoserie di sorta o distinzioni di appartenenza.

Ed è per questo che torno a reclamare. Per Taurianova, una conduzione comune: che sia di salute pubblica, di pacificazione governativa, di cancellazione delle astiosità; affinché vi sia finalmente una rivolta civica e civile.

E per questo che rinnovo il mio appello al Sindaco Scionti. Si presenti al prossimo consiglio comunale, magari aperto, con una Giunta azzerata; lasci sganciate dalla politica le collaborazioni. Proponga ai consiglieri il Patto Collettivo. Tutti uniti per stilare il programma di rinascita. Dia la possibilità a chiunque di proporre progetti e sistemi per la loro realizzazione. Di quel consiglio comunale ne faccia popolazione viva. Apra al cittadino, che ha idee libere e concrete. Proponga, a sua guida perché eletto Sindaco dal popolo, un’amministrazione che comprenda tutti i consiglieri (con un colpo secco spiazzerà ogni dubbio e ipocrisia). Faccia sì che le commissioni siano fonte e luce di proposte, faccia sì che le associazioni cittadine siano partecipi di ogni atto deliberativo. E chieda agli Assessori al Presidente del consiglio a chiunque incassi anche un centesimo per l’incarico di rinunciare a quelle spettanze. E ci rinunci anche lei Signor Sindaco. Rimetta i soldi dovuti ai vostri incarichi politici nel bilancio comunale. Costituisca un fondo per interventi sul territorio, fosse possibile anche con uno storno di bilancio, e investa ogni mese quelle somme con attività evidenti: la pulizia di una piazza, la sistemazione di un marciapiede, la sostituzione di una lampadina, una cena di solidarietà, un contributo alle famiglie povere; ogni mese un proposito. E renda questa nuova attività amministrativa trasparente e pubblica, con un giornale online, cosicché i cittadini sappiano dello sforzo che si sta compiendo. Sia lei, Signor Sindaco il primo a eliminare le bandiere e gli stemmi. Migliori con un dibattito pubblico questa proposta di base. Renda tutto bianco.

Annunci alla città questo che può essere il suo intendimento, e vada in consiglio. Io non ritengo vi sarà nessun incosciente tra i consiglieri capace di bocciare la sua proposta. Io non credo le faranno mancare i numeri per governare: boccerebbero se stessi, perché il suo è un richiamo collettivo.

Lei, sia chiaro, è l’unico autorizzato a farlo, perché liberamente scelto dagli elettori.

Ci provi, e stia certo che i cittadini, in questo, la seguiranno.

Michele Caccamo

Il libro scemo della politica taurianovese

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A Taurianova si è fatto grigio, e verso il cielo sembra levarsi una caligine vischiosa. È arrivata la palude; e il fango a cannonate, e il futuro sta diventando di creta e sabbia.

È un dato certo: i nostri politici sanno scrivere solo il libro scemo, e noi siamo ostaggio dei loro racconti assurdi, e nessuno mi impedisce di crederlo delle loro necessità di ciuffi e piume a mazzi.

Oddio, non avrei sperato le braccia aperte, alla mia proposta di destituire l’attuale giunta politica per il Patto Collettivo, ma neanche l’insulto di un ennesimo pasticcio.

E a sentirli, nei giorni precedenti il consiglio comunale, sembravano dolenti e pensosi, sembravano determinati a cambiare in una Taurianova che per davvero vorrebbe cambiare.

Sì, certo, la mia era una richiesta lirica, romantica, appassionata: di quelle da apprezzare nelle private stanze. Ma troppo lontana dal giogo voluto dalla politica.

Ci sono banditori più armati di me, che ben sanno come forare le resistenze, come rattoppare le falle. Sanno come essere convincenti.

E allora il sindaco Scionti non ha avuto coraggio di mettere davanti il suo essere persona per bene, non ha avuto il coraggio di fermarsi davanti all’imminente sconcezza. Così consigliato si è seduto comodo, rifugiandosi nel segno della sua alta carica.

Ma io, che sono testardo, insisto.

Sindaco, così si alleva la distruzione, ormai più neanche tanto lenta. Stiamo facendo la fine dei topi nelle fogne: non ve ne foste accorti abbiamo la poltiglia della morte civica già alla gola. Così continuando sarà impossibile non dico esistere ma sopravvivere. Nelle nostre strade la desolazione è evidente e nella nostre speranze neanche più velata. Così lei alimenta gli assassinii peggiori per la nostra comunità. Le mescolanze opportuniste le lasci ai mestieranti politici, lei dice di essere di altra razza. Lo dimostri.

Sindaco, non contribuisca ad ammorbare il futuro dei nostri figli, e dei suoi compresi, con alchimie antiche quanto le querce e per fortuna superate dalla storia. Faccia sì che a Taurianova sia la volta della salvezza. Non metta anche le sue mani nelle nostre fosse; metta invece il suo potere, tutto, per la rinascita di una volontà civica, che è chiara nei cuori di ogni suo concittadino; diventi il timoniere di questa barca scassata che ancora ce la può fare a mantenersi sopra alla bolla dell’acqua.

Sindaco, sappiamo dove risiede il maligno, non lo insegua. Non faccia come un suo predecessore che pur di non abbassare la cima del successo personale si è trovato impiccato dalla sua stessa vanagloria.

La Storia ha una linea circolare, e si ripete. La interrompa.

Il futuro per noi è malato, molto malato. Se non pensa di avere sufficienti stille amorose nel cuore lasci perdere e si dimetta. Se pensa di non avere un petto d’acciaio capace di respingere le frecce avvelenate dei suoi amici e dei suoi nemici, lasci perdere e si dimetta.

Sindaco, con tutta la serietà, non abbia paura della minaccia del crollo, non dia ascolto a chi le preme sulle tempie le foglie di alloro. È meglio vivere da audace in mezzo agli incendi che da pauroso sotto la cenere.

Io così credo.

 

Michele Caccamo