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L’uomo purissimo

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di Michele Caccamo

 

Spazio è quello che voglio. Restare solo dentro al buio, dopo aver vissuto nel luminoso azzurro, a guardare le stelle elette.

Adesso voglio fuggire, emigrare in un buco nero e per davvero scomparire.

Vorrei essere un Professore scientifico, con un telescopio per gli anni luce; innamorarmi della tristezza dell’Universo, perdermi nell’intuizione miracolosa che, l’Illimitato, io posso ascoltarlo e vederlo. Vorrei una salita lunare per perdere l’ossigeno; arrivare alla Massa di qualità, quella che riuscirà a darmi l’aspetto di Dio. Vorrei essere visibile, solo ai tuoi occhi, mentre sollevo le ali. Tu penseresti al mio suicidio, alla mia fuga veloce; mi adatteresti, per questo, alle tue deboli suppliche, mi attaccheresti alle spine dei roseti come un ingenuo martire. Non durerei più di un secondo al tuo sguardo, e neanche lo sospetteresti il mio stato provvisorio nel tuo tempo: quando si è vicini agli uccelli la vita diventa un perpetuo carambolare negli istanti. Non vi è altro. E sì che, sfortunatamente, la nostra cultura letteraria non è mai riuscita a liberare l’ascesa, a rendere visibile i tratti del gesto: l’ha lasciata inchiodata all’utopia, all’immaginazione, allo svago intellettuale.

Io, però, oggi, andrò in orbita, scacciato, come altro non fossi che un errore della natura umana, o un maniaco dell’astratto, o la preda del cielo, o la congiunzione con le fibre del buono. Sarò così, davanti a te, mia testimone incredula.

Con le mani allargherò la stanza solare, la sua antica parte di roccia, lo stabilimento del calore. Ogni sua lanterna. Tutto ciò sarà la mia Patria, il mio ultimo attimo di vita. Sarò un enorme vapore e, nel momento mio migliore, un suono perfetto e prolungato. Per me la morte sarà preistoria, io esulterò da quella distanza, da quel fondo voluto dalle anime, per estrarre i venti. Farò conoscere la mia visione contraria e interamente la morte: dopo, nessuno più la scriverà in cinque lettere, avrà bisogno di un’intera leggenda.

Tu vedrai, quanto ti sembreranno ridicole le lodi alla tua vita dopo che ti saranno pubbliche le Leggi dello Spirito.

Questa notte sarò straordinario, così lontano dalle tue imposture e dall’odio. Sarò decisamente un pensiero, amato dal’Universo. Tu mi vedrai soprannaturale, ma anche un uomo nella sua bara. Io non ti riconoscerò più nella tua anatomia, nelle tue carte che esaudiscono i tuoi sogni da miscredente. Qualsiasi tua faccia mi sembrerà assurda, stupida, e la tua voce la sentirò regolata su di una frequenza fastidiosa.

Non sarò semplicemente lontano. Sarò nell’esercizio della mia felicità, in una conversazione intima, nella mia prima meditazione spirituale: come un Uomo purissimo, pronto a creare ancora il mondo.

Gli scrittori ne parleranno.

(tratto da: Lamentazioni prima dell’amore– Opera in lavorazione di Michele Caccamo)

 

Dio, io vorrei. (Proposte per il nuovo anno).

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Vorrei raccogliere i frammenti dei miei ossicini portati al rogo, per poi far tacere per sempre chi non si è preso cura di me.

Vorrei si perdessero le siringhe che ancora mi gonfiano di dolore.

Vorrei si perdessero, al primo dispiacere, i cuori freddi e torbidi che mi hanno disconosciuto.

Vorrei che l’uomo buono che sono non venisse più abusato.

Vorrei che finalmente tu Dio mi dicessi quando potrò aprire ai venti le mie mani, la pulizia delle mie mani, per far cadere questa condanna al macello. Quando potrò volare sui terrazzi come le colombe, come la giovinezza salva e rifugiata nel seno delle tue donne.

Io non so più come vestire il mio corpo; come far portare via la mia croce, come scacciare i fanatici d’assalto dalla mia sensibilità. Non so più come stare dentro al bene segreto della tua Bellezza: mi hanno rubato e quasi non so più come tornare da te.

Dio, mi hai lasciato sotto il tiro di chiunque e non ti sei mai girato verso i miei occhi, schiacciati dal troppo nero nella terra. Tu non mi hai voluto liberare e hai permesso che mi ingarbugliassero. Hai permesso che io avessi il ventre pieno di uomini sordi e ciechi, di mormoratori di quell’ira folle che ho nel destino. Hai permesso si passassero da una mano all’altra la mia solitudine e la mia amarezza, che mi strappassero il cuore spacciandolo per cartaccia, che mostrassero la mia anima in pubblico come fosse una bestia.

No, non è merito tuo se io sono sopravvissuto a tutto.

Troppo a lungo mi hai tenuto con le braccia carbonizzate; con le pupille strane, che avevano la loro tinta migliore nel fango. Troppo a lungo mi hai sottratto le lacrime dell’amore, mi hai voluto martire dell’assenza.  Troppo a lungo mi hai lasciato recitare i versi del suicidio, come volessi insegnarmi a morire: e le pompe del cielo avevano un inno dolce, veramente le mie ferite una garza medicale. E io avrei voluto chiudere gli occhi, con la dolcezza che hanno gli uccelli.

Dio, io vorrei che prima di allontanare l’anno vecchio preparassi un tuono di richiamo, un cuscino contro il male che subisco. Perché qui, ricordalo, non hai lasciato nessun campanello per la ricordanza, nessun pastore benevolo e paziente; qui hai lasciato un esercito di spiriti maligni e a mille a mille le idee squallide. Non hai neanche censurato gli umani che mi hanno addentato le palle, che hanno cercato il gusto nel mio petto dissanguato. Quegli umani che hanno messo sulla mia testa il supplizio, e nei miei pensieri la morte.

Dio, vorrei che prima di allontanare l’anno vecchio mi facessi diventare uno di voi, asciutto e incolore, lontano da questo brutto imbroglio che è diventata la mia vita. Che guarissi il mio cuore malato, che facessi partire un enfatico fracasso in tutto l’universo per dichiararmi salvo.

Vorrei che tenessi il mio cranio aperto per scaricare la ragione nera del dovere, e lo riempissi di aria e ci mettessi dentro un neonato da cullare.

Vorrei che tu, Dio, mi trovassi un rifugio nella tua Opera, nella letteratura dei tuoi Angeli.

Vorrei che non mi lasciassi qui come sono adesso: un uomo al di fuori dal sole, un fiore sotto a una pietra, un perdente afflitto dalla sorte, un morto sì un morto.

Dio, io vorrei con il nuovo anno rinascere, guardare lo stradone del tuo cielo e vedere ammutolire la malasorte. Vorrei finissero davvero i miei anni a vuoto e tu levassi gli uomini infedeli dal mio cospetto. Vorrei che con minuscoli omicidi tu eliminassi le anime cattive.

Dio, vorrei che nel nuovo anno al mio capo opposto ci fossi tu, che non mi sei rivale.

Poi vorrei cadere in un volo di farfalle, e diventare vivo sul serio; essere scelto dall’amore, esserne benedetto. Vorrei che tu mi facessi rialzare la testa. Vorrei per la mia Gioia, rivedere l’ideale lei di nuovo tornare: bianchissima e forte come lo era nel sogno.

Dio è un’interconnessione operosa (o la supplica di un Cristiano)

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Fratello mio, ciò che è tuo mi appartiene, perché proviene dalla pianta dell’unisono; perché anche io l’ho, nel mio futuro probabile, la tua matrice divina.

Tu senza toccarmi sei le mie mani e la mia pelle. Tu sei il mio bacio, la mia carne lacerata,  sei il mio numero successivo, la radice o la fionda di partenza. Tu sei quella fascia nell’orizzonte che intende custodirmi, per abbraccio di fratellanza.

Tu sei il dolore dissolto, infine la lacrima tremante che mi commuove.

E quanto vorrei che rimanessimo innocenti e preservati dall’inferno: Dio ci ha dato delle condizioni stupende per la Vita, ma oggi sulla terra c’è un massacro di colpi per raggirare l’Insegnamento; per farsi bastare l’ingegno umano.

Dovremmo sgombrare, tutti quanti, e presentarci con il senno bruciato dinnanzi alla Luce del Tempo.

Noi dovremmo, tra le lune messe ai poli, allungare le braccia ed essere le croci del risveglio; dovremmo essere a uno a uno anime di raccoglimento, nelle colonie degli universi.

Noi siamo i pensieri irripetuti di Dio, e stiamo in questo mondo come fossimo delle farfalle disseccate. E aspettiamo che la morte riesca a decapitarci.

Noi stiamo come fossimo corpi sanguinanti e pieni di gas, senza sapere che siamo l’eternità bloccata da Dio; che siamo una moltiplicazione di noi stessi, e la lingua perfetta dell’Amore. Che siamo la parte spoglia e bianca della Natura.

Noi siamo eccellenti e dai vestimenti puri, la rinomanza della Bellezza.

Ma viviamo come cacciatori di montagna, e lasciamo impronte giganti dentro ai cuori. Non sappiamo riconoscere i terreni dei nostri fratelli, e facciamo cadere lenzuola di cera sui loro volti. Non sappiamo aprirci al profumo dello spirito, a quel campo grande e verde che ci riunisce.

È un anello celeste la vita, un melo senza peccato; non fosse che l’abbiamo inchiodata nella colpa, nel cipresso nero di ogni crimine, sarebbe l’eucarestia.

Facciamo allora saltare dalle nostre schiene la rogna della disumanità, per esserne immuni. Facciamo perdere le nostre tracce profane, e tutti i vestiti di lutto che ci sono stati imposti dalla modernità.

Diventiamo figli della Gioia, invocando tutti d’accordo la comunione. Diventiamo aurore di braci e insieme Magi con nelle mani la Vita e la Luce.

Entriamo così nel vuoto del cosmo, e avremo dentro alle anime l’ossigeno che esiste solo nella bocca di Dio.

Il seno della Madonna

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Siamo impauriti, come fossimo degli uccelli in mezzo alla neve. E non riusciamo a guardare né verso la tenebra né verso la luce. E già vivendo pensiamo a quando metteremo i fiori e i calici d’argento nello scrigno dei nostri resti.

E allora esistiamo come non ci fossero più gioie per noi, e aspettiamo di ricevere le ostie sante, fossero in un santo monastero.

Ci siamo messi così lontani dalla nascita da non essere riconosciuti. Siamo stati annientati dalla nostra stessa fame; noi siamo ormai avanzi, fossili sotterrati.

Ed è inutile serrare le nostre porte di paglia contro il demonio.

Siamo diventati un pasto, o realmente un nulla.

Dovremmo avvicinarci all’altare, lasciando fuori le cinghie umane, rimanendo nudi nella vera orfanità. E non guardare le Chiese buie, coperte dalla bruma dell’incenso, come se tutto fosse docile e definito.

Dovremmo andare verso l’uomo di Maria: lei che è sposa e stella, la miniera duplicata in ogni cuore, che sa come tenere nel suo petto il nostro orientamento.

Dovremmo diventare i barellieri dell’Amore. Per le insanabili debolezze dell’uomo essere il richiamo unico per la salvezza.

Dovremmo, da questo lato del cielo, farci testimoni della purezza.

Ma siamo dei ragni, nella nostra insanabile pochezza succhiamo il seno della Madonna, come prima il costato di Cristo, credendo di trovarci le sorgenti miracolose per la nostra immortalità.

Quando capiremo che la Bellezza di Maria offusca gli occhi e la vita che osserviamo con la rabbia, riusciremo a tornare bambini nella culla e vivremo in torri piene di luci. E avremo pupille di cristallo e saremo ciechi e saggi, finalmente liberi da ogni misura umana. E saremo defunti e passeremo in un attimo, come dei tori nella mischia, nella risorgenza.

Non staremo più infermi con lo sguardo in basso, verso quelle angosce profonde che prendono facilmente vita.

Saremo Angeli e Fratelli e avremo nelle labbra la Grazia e l’Armonia.

La Madonna ha la lingua dei cherubini, e  un fazzoletto di versi romantici. Ha la rosa vergine tra le dita, il fiore più bello il figlio dell’eternità.

La Madonna ha per noi una capanna di gigli e le ore dei vulcani, ha una cava azzurra e la fioritura del cedro. Ha il grembo nella mano, come il nostro sogno, e la pace in un secondo.