di Michele Caccamo –
Siamo considerati un’anomalia nella simmetria del progresso.
Un difetto di fabbricazione nella perfetta ingegneria dell’Occidente.
Un ingranaggio difettoso. Un errore genetico.
Ma siamo solo figli dei loro inganni, delle loro truffe, delle loro ruberie, dei loro magheggi.
Nonostante ciò, ci accusano di non aver trasformato le nostre terre in distretti industriali.
Di non aver costruito fabbriche abbastanza grandi, strade più veloci, città ambiziose.
Che non siamo stati al passo.
Che siamo rimasti chiusi nei nostri vicoli stretti.
Che abbiamo lasciato che i nostri figli partissero, che non sentissero più il valore del nostro tempo. Che li abbiamo lasciati alle lingue degli altri, alle stanze in affitto.
Che ci hanno tenuti in vita, anestetizzati con i soldi.
Senza chiarire che lo hanno fatto per tenerci fermi, immobili, sedati, senza pretese.
Senza dire che hanno protetto l’agricoltura del Nord Europa, distruggendo la nostra, lasciandoci sommergere da limoni spagnoli, arance marocchine, olio tunisino venduto come italiano. Che hanno riempito i nostri mercati di latte tedesco mentre chiudevano le nostre stalle, di grano canadese mentre scomparivano i nostri campi di frumento. Che hanno finanziato progetti agricoli che non producevano, abbandonando i contadini veri, quelli che la terra l’hanno sempre lavorata. Che hanno imposto quote, divieti, regole che hanno fatto fallire le nostre aziende, mentre lasciavano che altrove si arricchissero con gli stessi prodotti che per noi erano diventati inutili. Che hanno svuotato i nostri mari, con leggi che proibivano la pesca locale mentre le flotte del Nord facevano razzia nei nostri fondali. Che ci hanno imposto di abbandonare i nostri ulivi malati, senza aiutarci a salvarli, mentre le multinazionali acquistavano ettari di terra per produrre olio contaminato. Che hanno sfruttato i nostri ospedali, i nostri medici, i nostri infermieri. Che hanno ridotto la nostra sanità a una trincea, mentre i nostri malati venivano costretti a viaggiare per curarsi. Che hanno spostato i grandi investimenti, le fabbriche, le risorse dove già c’era ricchezza, lasciandoci con il solo dovere di sopravvivere.
Adesso dicono che siamo diventati il margine della loro civiltà.
Ci hanno insegnato a sentirci colpevoli, a vergognarci, a credere di essere diversi dagli altri.
Ci hanno sottratto il talento, ci hanno tolto le mani, hanno voluto la resa. Non ci hanno dato possibilità di organizzazione, ci hanno maltrattati.
L’Europa, per noi, non è stata un’opportunità ma l’ultimo capitolo del saccheggio.
È giunto il tempo di sottrarci.
Di far togliere i nostri nomi dai loro libri di economia, dalle loro statistiche, dai loro dati anagrafici. Di togliere il nostro sangue dal loro lavoro.
Non facciamoci più trovare in coda per le loro elemosine, tra le briciole dei loro banchetti. Che non ci contino più nelle loro equazioni.
Smettiamola di essere la variante sacrificale delle loro economie.
Finiamola di essere i loro primari, i loro insegnanti, i loro maestri, al servizio dei loro sistemi.
Finiamola di essere il bacino di manodopera a basso costo, la valvola di sfogo, i mendicanti dei loro fondi strutturali, i fantasmi nelle loro metropoli.
Sottrarci non è fuga, è rinascita. È il rifiuto di rimanere satelliti del loro sviluppo, di continuare ad alimentarlo. È restituire dignità a un popolo.
Creiamo una rete che non si disfi con i loro diktat, che non chieda permesso per esistere.
Chi resta, chi torna, chi lotta, deve trovare possibilità.
Organizziamoci, riuniamoci, costruiamo cooperative, consorzi, imprese indipendenti. Le amministrazioni locali diventino un centro di idee, di proposte, di coinvolgimento.
Torniamo a gestire l’energia, l’acqua, le risorse con mani libere. Rifiutiamo la schiavitù economica, il ricatto del debito, la dipendenza da chi ci ha voluti deboli.
Acquistiamo i nostri prodotti.
Riprendiamoci i borghi abbandonati, trasformiamoli in centri di vita e di produzione.
Creiamo scuole che insegnino a restare.
Sottrarsi vuol dire tornare insieme.
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