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Ricci ha l’occhio maligno, oggi su Baglioni

Baglioni Ricci

I Ricci hanno una conchiglia strana e un’insuperata forma di doppiezza. Hanno una costa d’origine liscia, e mille punte che dividono e troncano l’aria: si coprono, così, come temessero di farsi vedere andati a male, e ne avessero il marchio impresso; si ricompongono, per contrarre lo spasmo dell’insofferenza, con la luce dei fanali. E sembrano inoffensivi con quei loro corpi imballati nelle spine. I Ricci sono la falsità fulminante, il perno della minaccia, che nessun uomo si vanterebbe di averli in casa.

Un nome a volte è una circostanza, altre una profezia. E voglio dire che ad Antonio Ricci è toccata la profezia. E credo lui fosse così fin dall’infanzia, intento già dalle scuole elementari a rubare ai suoi amichetti i quadretti e le righe dai loro grembiulini. Ed è cresciuto così, come un pesce nella schiuma, dell’inimicizia. Non ha avuto il tempo di vedere per davvero quale fosse la bellezza di un abbraccio, la brezza piena di un essere umano: si è tenuto il becco d’acciaio anche per le vicende personali, isolandosi, soltanto con lo scopo di poter minacciare, volendosi riscattare. Si è segnato il volto con i colori della guerra, e ha colpito mirando sempre alle spalle. Si è costruito una volta di stelle scure, nel soffitto della sua casa distrutta dal rancore. E oggi crede di essere diventato la ruota della saggezza, e della condanna. Ha l’anima invasa dal sangue, che Dio non saprà sostituirla; ha tra le notizie un pugnale sempre pronto a uccidere chi gli ha mancato un sorriso, un favore, una riverenza.

Adesso gira il suo occhio maligno contro Baglioni, e impropriamente ne parla. Come potesse comprendere, come fosse capace di intenderlo. E azzarda commenti sulle bravure musicali e sulle forme poetiche. Come avesse studiato, le note le frequenze le tonalità le accoppiate sonore le scale armoniche; come avesse studiato lo stile la forma la prosa romantica la strofa civile la pausa intima del verso. Come fosse qualche volta uscito fuori dalle tette di sua madre menzogna. E adesso, ancora, continua ad abborracciarsi dalla sua ignoranza.

Antonio Ricci ha un vassoio minuscolo, incapace della sua portata d’odio. Glielo si dica che la sua ingordigia finirà presto, e che ritroverà la sua tristezza all’altezza precisa dei suoi occhi. Glielo si dica che nessuno gli farà tenere la scopa, nessuno lo ingiurierà, nessuno gli farà sberleffi, nessuno lo metterà in castigo. Glielo si dica che nessuno più gli farà scorticare le ginocchia sui ceci. Glielo si dica, che è tutto finito: così smetterà di cercare prede, ostaggi: di spaventare chiunque con il vento della sua calunnia. Glielo si dica che non ha scienza nella sua ragione, ma solo il mondo piccolo della maldicenza; che è una formica nel vino, e che vive come un insetto galleggiante. Mi fa pena, vederlo che annaspa. Se Dio gli facesse capitare delle sonore sberle in faccia, e seguendo il ritmo nel cuore, forse si salverebbe.

Michele Caccamo

Goran, Dio è meno vivace di te. (Ti supplico, torna indietro).

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Non credevo mi potessi lasciare un martello nella testa, mi mettessi in un universo vuoto.

Mi hai piantato qui, così.

Cazzo, potevi aspettare. Opporti a Dio: Lui sa solo farci andare in polvere, metterci le pietre in faccia; potevi suonargli la tua musica nel cervello, farlo svegliare dal buio della sua stanza; potevi dirglielo che la smettesse di essere un’entità ben truccata, il vero clandestino della vita.

Noi alla fine non vogliamo saperne nulla dei suoi mirabili disegni, dei suoi vari esiti spirituali, del suo equilibrio tra terra e cielo. Lui vuole farci andare fuori di senno, e non guarda se ci riempiamo di baci se ci abbracciamo perché siamo bisognosi di vivere. Lui getta via i nostri cuori, le nostre dita, le nostre braccia e tutto il resto nel grembo della morte: Lui ha sempre un’impronta pesante quando si fa sentire.

Potessi gli tirerei una scarpata, nel pieno della fronte. E sarei implacabile. Perché Dio merita anche la nostra rabbia. Gli scompiglierei le nuvole per coglierlo nudo, senza l’elmo del giustiziere.

Dio vuole far parlare di sé, e ci uccide. È furbo, pazzo. Sta tutto chiuso, sconciato; ci appare come un dolce frutto, un essere che profuma d’amore. Lui è la bestemmia, il rompiballe.

Goran, stanotte ci sarà qualcuno che veglierà la tua forma secca. E verranno altri che ci pianteranno fiori. Altri non sapranno a chi rivolgersi per farsi ascoltare da te. Ci saranno quelli che ti chiederanno di farti più in là, per fargli posto al tuo fianco. Stanotte, Goran, apriranno i recinti perché è morto il custode. E allora le canaglie, che sanno solo ingannare, trionferanno.

Dalla tua tomba fai uscire il tuo seno, quel solo fiore con i muscoli. Fammi ancora una volta sorridere con un suono gigantesco, fammi ancora comporre un verso per una canzone.

Dio, domani o quando la legge del trapasso indica , ti farà ballare, Goran, e suonerà la chitarra. Ma non saprà essere vivace. Perché non ti somiglia. Proprio per nulla.

Ti supplico, Goran, torna indietro.

Alessandro e Fabio, due cuori fuori dalla Chiesa

 

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Le piumette della lavanda ci lasciavano correre, e fare polvere. Come volessero farci abbandonare ogni sorta di ordine, il povero pensiero del nostro giudizio.

Ed eravamo germogli contagiati dalla meraviglia, e stavamo maturando come spighe al sole, ci stavamo spingendo in avanti verso una semplice purezza.

Saremo stati in cento, e davamo l’aria al campo, alle fessure delle pietre che ci sono state infilate nel cuore, e davamo sorrisi e la certezza dell’amore all’amore. C’era una voglia incessante di precipitare fino in fondo a quella bellezza sentimentale, di assistere alle lacrime su quei teneri nomi, e avremmo mandato in fumo finanche il nostro avvenire la nostra vita quotidiana.

Saremo stati in cento a evitare i ricci del conformismo, a scardinare la nostra solitudine, il frastuono delle anime dolorose.

E ci siamo trovati come fiori schiusi, deboli, a piangere per quei due cuori lasciati fuori da una chiesa, che avrebbero meritato le labbra di Cristo in bocca.

Eravamo muti, in una festa muti, come in una luce d’eterno, incantati e senza la paura di trovare ombre e lupi intorno a noi. E loro iniziavano a essere dappertutto, belli come due esseri volanti, e cadevano come petali come farfalle in coppia come due innamorati come due veri amici come due soldati due angeli che si capisca due devoti.

Erano due sposi, e si tenevano per gli occhi, e la luna stava diventando monocroma, un gioiello bianco.

Alessandro e Fabio ci avrebbero passato la vita a scambiarsi gli anelli a rimanere in quel tempo di spuma e splendore, a morire per quell’amore.

Ci avrebbero legati al petto e pizzicati per farci rimanere svegli dentro al loro sogno.

Io c’ero e li ho visti, Alessandro e Fabio, diventare rosso colore, ad asciugare  le parole perfide e violente che li hanno toccati, che li hanno offesi, a far diventare ogni sillaba della loro memoria confetto coniugale.

Io c’ero e li ho visti trionfare con i loro volti infiniti. Da Cupido e dal cielo perdutamente rapiti .

E sono stati il mio nettare, la libertà, forse anche  il mio paradiso in questo inferno.

(Michele Caccamo)

L’uomo purissimo

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di Michele Caccamo

 

Spazio è quello che voglio. Restare solo dentro al buio, dopo aver vissuto nel luminoso azzurro, a guardare le stelle elette.

Adesso voglio fuggire, emigrare in un buco nero e per davvero scomparire.

Vorrei essere un Professore scientifico, con un telescopio per gli anni luce; innamorarmi della tristezza dell’Universo, perdermi nell’intuizione miracolosa che, l’Illimitato, io posso ascoltarlo e vederlo. Vorrei una salita lunare per perdere l’ossigeno; arrivare alla Massa di qualità, quella che riuscirà a darmi l’aspetto di Dio. Vorrei essere visibile, solo ai tuoi occhi, mentre sollevo le ali. Tu penseresti al mio suicidio, alla mia fuga veloce; mi adatteresti, per questo, alle tue deboli suppliche, mi attaccheresti alle spine dei roseti come un ingenuo martire. Non durerei più di un secondo al tuo sguardo, e neanche lo sospetteresti il mio stato provvisorio nel tuo tempo: quando si è vicini agli uccelli la vita diventa un perpetuo carambolare negli istanti. Non vi è altro. E sì che, sfortunatamente, la nostra cultura letteraria non è mai riuscita a liberare l’ascesa, a rendere visibile i tratti del gesto: l’ha lasciata inchiodata all’utopia, all’immaginazione, allo svago intellettuale.

Io, però, oggi, andrò in orbita, scacciato, come altro non fossi che un errore della natura umana, o un maniaco dell’astratto, o la preda del cielo, o la congiunzione con le fibre del buono. Sarò così, davanti a te, mia testimone incredula.

Con le mani allargherò la stanza solare, la sua antica parte di roccia, lo stabilimento del calore. Ogni sua lanterna. Tutto ciò sarà la mia Patria, il mio ultimo attimo di vita. Sarò un enorme vapore e, nel momento mio migliore, un suono perfetto e prolungato. Per me la morte sarà preistoria, io esulterò da quella distanza, da quel fondo voluto dalle anime, per estrarre i venti. Farò conoscere la mia visione contraria e interamente la morte: dopo, nessuno più la scriverà in cinque lettere, avrà bisogno di un’intera leggenda.

Tu vedrai, quanto ti sembreranno ridicole le lodi alla tua vita dopo che ti saranno pubbliche le Leggi dello Spirito.

Questa notte sarò straordinario, così lontano dalle tue imposture e dall’odio. Sarò decisamente un pensiero, amato dal’Universo. Tu mi vedrai soprannaturale, ma anche un uomo nella sua bara. Io non ti riconoscerò più nella tua anatomia, nelle tue carte che esaudiscono i tuoi sogni da miscredente. Qualsiasi tua faccia mi sembrerà assurda, stupida, e la tua voce la sentirò regolata su di una frequenza fastidiosa.

Non sarò semplicemente lontano. Sarò nell’esercizio della mia felicità, in una conversazione intima, nella mia prima meditazione spirituale: come un Uomo purissimo, pronto a creare ancora il mondo.

Gli scrittori ne parleranno.

(tratto da: Lamentazioni prima dell’amore– Opera in lavorazione di Michele Caccamo)

 

Chiara e le fate

Chiara

E si cade in un’illuminata freschezza: come se a guidarci fossero i passi di una bambina, e le sue fate che rilucono dall’alto.

Qui tutto è pacato, messo in equilibrio, senza vi sia un contrasto possibile.

Chiara appare appena nell’armonia che sa creare: non aggredisce turbando l’ascolto, ma carezza con la sua vena intimista. Sembra voglia spargere una polvere romantica nei nostri sogni, farci masticare le erbe della fantasia: affinché non si possa sperare meglio di così tanto.

Lei leva in alto i cuori immaginabili e oppone il suo appello alla crudeltà dei nostri tempi. Per ognuno di noi costruisce un nido, una culla che rimanga per tutti gli anni.

Chiara ci cerca con le mani bianche del suo talento: inconfondibile e onesto; come venisse da spazi lontani, per nulla aderenti alle bassure dello scenario musicale.

Le canzoni di questo suo nuovo album sono una collana infinita d’incanto: perle aggrappate a una magia che chiede di essere ascoltata.

Gli arrangiamenti di Mauro Pagani si distinguono, perché fioriscono in un’anima antica di bellezza, quasi classica: gli adagio che parlano al vento, o gli andanti che sferzano la posa del ritmo.

E Pacifico: che inchioda nei punti più alti le sue melodie, che le fa alzare la voce; che vuole giungere agli eccessi, alle vocalità delle anime.

E Giovanni Caccamo: che raccoglie in un componimento il motivo più bello; che trova nei respiri vicini il talismano per l’amore, proprio quando tutto si offusca e sembra perduto.

E gli altri autori e gli altri brani e sempre continuamente Chiara: una fragranza dolce o una spumeggiante e leggera figlia della gioia.

E a ogni canzone avanzano le fate, per la luce e l’immenso ideale, come volessero concedere uno spiraglio a  questo mondo che ha sempre sete d’amore.

 

Sissy, io non ci credo

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In quell’orribile profondità degli inferi gli agenti, nelle divise, hanno anche degli stemmi colorati: neanche ci fosse della nobiltà, nel chiudere a chiave le anime.

Ma loro lo sanno che il carcere è come la bocca di un vulcano, pieno di sentimenti soffocati. Loro vivono i sospiri rabbiosi nella notte dei carcerati,  come fossero un familiare; come fossero un’ostia novella per l’assoluzione.

È di notte che nei corridoi si spandono i pianti e ogni rumore si fa più forte. E gli agenti stanno come fossero cenere sulle braci, attenti a non far accendere le urla di quelle solitudini. E anche se rimangono seduti in fondo al corridoio, riparati dai venti del dolore, sono una bontà che splende per la quiete.

In quell’orribile profondità degli inferi, gli agenti, hanno le cintole inutilmente corazzate. Sono guerrieri e preti, e sono tutta la luce.

Sono il tronco dei detenuti messo in mezzo alle norme carcerarie. Sono i primi a essere confusi tra la luna e le divise, all’alba nelle celle.

Sono le nuvole guardiane, la catena d’oro con la libertà. Sono i missionari, i soli amici.

In quell’orribile profondità degli inferi, gli agenti, si schierano per la difesa e la conservazione della vita: anche contro un sistema carcerario che ne vuole la soppressione.

E capita, così, che per qualcuno quella partecipazione umana sia la peste; capita che per qualcuno le celle devono essere una tomba.

E capita che si lucri con gli alimenti, con la sanità; con la morte, e le preghiere per quell’anima beata. E capita che qualcuno si ribelli, e metta in piazza, in gioco, la sua divisa di agente di polizia penitenziaria.

E così capita, può capitare, che una Sissy* qualsiasi, in un carcere qualsiasi, venga trovata  quasi morta. E venga spacciata per suicida.

E così capita che quel sangue che dorme nella tempia sia l’unico testimone di un probabile omicidio: di quelli che conviene lavare, prima che scorra nella voce di ognuno, prima che ognuno possa chiedere un’ispezione un’interrogazione, una cazzo d’indagine.

*Sissy Trovato Mazza, è stata trovata sanguinante, con un colpo di pistola alla tempia dentro al carcere di Venezia. È un agente di polizia penitenziaria. È in coma. Io non credo al suo tentato suicidio.

 

#sissyiononcicredo

BATTISTI E PANELLA: LA CONVERSIONE DELLA CANZONETTA

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E non davvero a portata di mano, ma in nessun luogo ha scelto di rifugiare i verbi: per darci da piangere o da ridere, o ancora meglio la possibilità di escluderci da questa realtà; per arrivare fino ai tempi più lontani, inibiti all’accesso della comune immaginazione, quelli che lacerano le nostre lampade vitali, e anche premono per giungerci nelle costole, o in mezzo agli occhi, come fossero saette avventurose.

Ogni verso di quelle opere è una battaglia, data per l’indipendenza della parola.  Non ho mai visto altra ricerca onesta e più coraggiosa, mai nulla che fosse così immortale, così intenso e profondamente laico.

Quelle opere non hanno niente a che vedere con i regolamenti della composizione testuale, perché Panella ha insanguinato il piano musicale di Battisti, lo ha reso adulto, per sua scelta incomprensibile, come si consente a una vera vena dell’avanguardia.

Battisti e Panella sono stati l’uva, il vino corrente, l’unico futuribile sovversivo: anche se per alcuni, del mercato discografico, erano dei cavalli morti, degli stravaganti con una presunzione intellettuale.

Le poverissime visioni degli addetti, all’impiego delle canzoni, volevano condizionarli, intralciarne l’evoluzione: mettere al posto del talento una quiete protetta,  rendere Battisti un sereno anziano e costringere Panella a non infastidire i ritornelli per le serate a mare.

Ma loro due, che tendevano all’assoluto, hanno sequestrato la salute della canzone per cominciare in anticipo una nuova storia. L’uno ha scritto quaranta poesie l’altro ha composto quaranta sigilli d’Arte musicale.

Battisti, scegliendo l’ estro di Panella, ha voluto scacciare i fantasmi dalle bionde trecce, l’impolverata costruzione metrica e la regolarità tecnica di Mogol.

Non poteva continuare, era diventato un mestiere, un appuntamento solito con un ormai invecchiato giro melodico: Battisti non poteva starci, non ha mai servito nulla di altro che fosse oltre la patria del suo genio.

E non ha limitato la sua musica con i metodi elettronici, ne ha anzi usato le battute come fonte di battesimo per nuove armonie: dieci cento cambi di giro, e altrettanti refrain nascosti, come se in ogni tempo ritmico ci fosse una miniera.

Lui ha fatto declinare la canzone per poi riprenderla in una conversione incantevole.

Aveva deciso di avviarsi verso una nuova libertà.

E così abbiamo avuto la sposa occidentale, allontanando gli specchi opposti e per altri motivi, lo scenario, il don Giovanni, e cosa succederà alla ragazza, e l’apparenza (dell’anulare in bocca), e i ritorni, quasi sempre campati in aria. Tutti esattamente creati per far coincidere l’indipendenza espressiva con la bellezza musicale.

Quanta immensa complicità, tra i due, al di fuori dell’orecchio cantabile; a dismisura quanto talento al di fuori da ogni riparo abituale.

Panella sapeva di avere una venatura ostile: per grandezza poetica entrava e usciva dai misteri paralleli. E ne aveva felicità. Era la sua parte migliore molto lontana dalle canzoncine già scritte, negli anni passati, per sfuggire alla fame.

Battisti non è mai rimasto nell’angolo appartato del successo, come fan tutti, si è con decisione aperto alla sperimentazione. Nel suo prodigio creativo aveva scelto di non camminare tranquillo nel solito tappeto musicale, ma di rifilarsi in una piazza compositiva isolata, rischiosa e non misurabile: forse anche feroce, perché il silenzio sarebbe potuto cadere sul suo nome.

Mogol, dal canto suo, voleva sempre vincere: aveva costretto Battisti a essere un vulcano ordinato; aveva reso esauribile la sua creatività, gli aveva imposto la morte, lo aveva reso un vilissimo musicista.

FRANCESCO DI GIACOMO E RODOLFO MALTESE O DELLA NUOVA TEOLOGIA

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Oggi ricorre il terzo anniversario della sua morte. Ne avevo scritto, così.

 

A volte gli Angeli hanno bisogno di una diversa voce sentimentale, non solo di un’ugola capace di appassionarsi a un’estensione ma anche di un ruolo musicale da contrapporre allo sbaglio del caos: loro lo sanno che per la conversione incide di più una musica elevata che non i residuati brandelli della teologia.

È per questo che gli Angeli, a volte, cambiano le intonazioni degli uomini, alzandone le frequenze oltre il limite dei suoni. È un lavoro su ordinazione, e per quanto ne sappiamo svolto per raggiungere un senso migliore.

A Francesco l’hanno portato via di soprassalto; stava fischiettando e non pensava di essere un moribondo.
A Rodolfo gli hanno lasciato tutto il tempo per tremare, riempiendolo alla fine di materia secca.

Ma Dio, che ha una sua saggezza terribile, secondo noi da sterminatore, agisce per il primato della Creazione. Così mai Francesco avrebbe creduto di essere amato per reazione da Dio; mai Rodolfo avrebbe sospettato di ricevere nelle sue carni quel pericoloso dono.

Francesco era un non credente, un indispensabile comunista, e aveva l’onestà di non pentirsi di essere terreno: diceva di non avere alcuna corrispondenza con quello là. La sua realtà era talmente elevata da diventare una vocazione.

Rodolfo aveva una fede nuda e sapeva di appartenere a un cerchio vasto; non aveva nessuna inibizione a parlare di Anima perché era un bisogno dei vivi, pur trovandola in una lontananza assoluta rispetto all’uomo.

Francesco e Rodolfo avevano la stessa quiete profonda nelle parole. Una disciplina nell’amore infinitamente minuziosa. Un preciso suono, una nota alzata, erano sempre un viaggio al centro della vita. E portavano maestosi e liberi i loro messaggi di resistenza sociale. Francesco apriva la sua voce fin dove non ce la faceva nessuno, con un canto che era una massa di sangue, perché voleva farci preoccupare della deriva pubblica e della terribile perdizione in cui è stata infilata l’umanità. Rodolfo chiedeva alle corde musicali di protestare, di lamentarsi, di schernire quei fragili e comodi tappeti melodici.

Chi, come me, li ha frequentati non perderà mai neanche una loro riflessione: sulla vita, la tristezza, l’amicizia, la società, il piacere. Loro erano due Uomini al servizio dell’intelletto.

Adesso sono di nuovo insieme per un altro inizio: da eremiti liberi. Non aspettano più gli uomini, hanno iniziato le nuove esercitazioni nell’armonia celeste, e si lasciano baciare dai sacramenti del silenzioso infinito: due sposi vergini.

Dopo penseranno come riprendere a suonare, a non farci mancare la purissima bellezza nel cuore.

La loro morte è una pausa. Eccoli, in luce.

 

VECCHIONI, IL MERCANTE DI LUCE.

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E non è vero che solo gli altari riescono a far fronte alla morte: neanche fossero il grembo dell’universo, la nascita delle nascite.

Perché nell’Oltre, ed è certissimo, pur nella nostra infinita insicurezza, manteniamo intatta e intoccabile la coscienza della parola. E se così non fosse negli scaffali di un libraio si troverebbe pur sempre il segreto riparo: come in un sonno l’occhio, come in un guscio la mandorla.

Vecchioni lo sa e abita i luoghi del mondo negato: in un giallo di grano piuttosto che nel senso posticcio del vivere. È un solitario fanale messo alla prua della nave; un uomo che naviga, per portare in salvo la Poesia, i resti di Rimbaud, l’incanto della lontananza o, per come talvolta è accaduto, la fatica della propria esistenza.

È un uomo innamorato e melanconico, un inquieto che chiede si accenda una figura viva: che sia un treno, un cavallo, una sera intera in una fiamma.

È un figlio, per il padre una medicina d’oro, lo stesso che dopo una mano di dadi potrebbe dire: qui c’è un uomo, e ha un cilindro, un trucco, dopo il vino un singhiozzo; figlio mio la vita è solo una questione di partenze. Una gara, appunto. A colpi di tempo, di chiavi per lo stupore. E tutto si dovrebbe concludere, con le carte le scommesse i sogni: in un tramonto finale ma luminoso. Sì, “Papà, lasciamo tutto e andiamo via”.

E ancora la lotta contro questo secolo, fatto di destrutturazione del pensiero, di uccisione del sentimento. Per i figli, di tutti, oggetti permanenti nella noia, che hanno gli occhi mutilati e un’insistenza luttuosa: perché rammentino quanto sia comune la notte nell’animo. Perché lui l’ha visto Tommy, tremare nella luce: sembrava un uccello legato per il collo, con quella corda alzata al cielo. Leggero affinché nessuno potesse dargli del dannato.

Eccome se c’è stato anche l’inganno: la toga nera, la stanza nera, il cesso nero, l’insulto nero, la collezione di ombre nere. Il giudice, di nera potente pece.

Vecchioni apre brani come ring, per fare a pugni contro tutte quelle tristezze tumorali che gli hanno addentato la carne: ma è piccola la natura del male se c’è, da un mattino all’altro, quella forza invisibile del cuore; che lascia i suoni, i passi, e magari anche un battibecco, un rimbrotto: contro quel mistero secco che sta tentando di sprangare la porta. È il verso di ogni tumore, voler mettere intorno le pietre delle gelosie, e tante macerie scure. È la chiamata forte verso la sacra notte.

Ma, a ogni volta, basta una poesia, una singola rima per drizzarsi in piedi: perché un verso è un albero di sapienza e sa come mettersi d’obliquo nel piombo del cielo.

Non è per nulla vero che lui sia riuscito a fare un lavoro completo, una salvezza anche, nel suo e nel cuore degli altri. Perché nell’impeto delle sue camminate, tra le stelle e le case gialle di sole, ha lasciato un cratere, un dolore si dica, un patimento d’amore.

E ha avuto inganni enormi, quanto le grandi isole, mille mentitori in mezzo agli occhi. E ha posato il suo sguardo in altra parte, come un poeta pensieroso. Ma non ha mai voluto rimuovere le tenaglie dell’angoscia in nessuna parte della sua memoria. Perché la mente dell’uomo ha una sonorità uno spirito, a nessuno basta un calcolo di scavo per scendere fino all’anima.

E anche la speranza oltre la vita, come insegnamento di regolarità nell’amore: per un amico, il padre, una barca intera senza superstiti.

E il tormento a Firenze: in quella stazione, con i binari che gli entravano e uscivano dal cuore.

E sempre la forza infernale, e bella, della conquista. La danza che si rincorre per chitarra e tamburi.

E adesso si alza quel culo come un poema: lui anche morendo lo avrebbe cantato. Bello come un’opera implacabile, che gli andava incontro come fosse un contatto del paradiso.

E le rondini, le volpi che sono arrivate fino a lui. E poi le notti e l’inverno e i gufi, e utilmente ancora le stazioni.

Nelle luminarie di un palco continua a nascondersi: fino al fragile segnale di un vento notturno, per far volare i coltelli o gli ideali.

E infine il suo sorriso per Nina e Cloe e Francesca: due ali, il petto una farfalla intera.

 

 

Per le mie spine. Adieu, mes amour.

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Se avessi in un fascio i ricordi li terrei in alto fino a stancarmi la mano. Se non li avessi visti andare verso la solitudine, li metterei a festa. E quanto vorrei mi girasse il sangue verso il passato, verso quella gioventù che attendo torni.

Adieu mes amours metto davanti a me tutte le spine; io lo so che dall’altra parte c’è una sartoria per i cuori bucati. Lo so qual è l’abicì che dovrei tenere a mente, piuttosto che fingere di chiudere gli occhi per far scattare un’immagine rincuorante.

Tutto torna, dice Claudio Bondioli, e vorrei potergli credere. Non avessi davanti le stagioni assenti del mio presente.

Stasera preoccupo la mia anima, e metto la fronte al vento della giovinezza. E giro al suono della fisarmonica, e salto sulla bici di Valentino e mi incrocio in quell’abbraccio del conflitto civile.

Questa notte è balbuziente, o sembra avvenire dentro al salto di un grillo. È capace il mio rimpianto.

Se non ti avessi mai perduta, saremmo vivi. E non avrei cento zampogne nel dolore, non avrei nulla di incerto nel futuro.

Claudio Bondioli sembra abbia disponibili le stelle amiche, e quelle albe di sole fino; sembra possa farmi pensare al sereno. E affretta la rivolta, e apre la casa del vento con le dure chiavi che solitamente impediscono il cammino.

Adieu, e finché dura l’ascolto mi chiudo in un vincolo dorato. E guardo la mia mano dettare le note alle arpe, muoversi come stesse limando l’aria; come stesse contando i gambi di un grande mazzo di rose.