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Alessandro e Fabio, due cuori fuori dalla Chiesa

 

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Le piumette della lavanda ci lasciavano correre, e fare polvere. Come volessero farci abbandonare ogni sorta di ordine, il povero pensiero del nostro giudizio.

Ed eravamo germogli contagiati dalla meraviglia, e stavamo maturando come spighe al sole, ci stavamo spingendo in avanti verso una semplice purezza.

Saremo stati in cento, e davamo l’aria al campo, alle fessure delle pietre che ci sono state infilate nel cuore, e davamo sorrisi e la certezza dell’amore all’amore. C’era una voglia incessante di precipitare fino in fondo a quella bellezza sentimentale, di assistere alle lacrime su quei teneri nomi, e avremmo mandato in fumo finanche il nostro avvenire la nostra vita quotidiana.

Saremo stati in cento a evitare i ricci del conformismo, a scardinare la nostra solitudine, il frastuono delle anime dolorose.

E ci siamo trovati come fiori schiusi, deboli, a piangere per quei due cuori lasciati fuori da una chiesa, che avrebbero meritato le labbra di Cristo in bocca.

Eravamo muti, in una festa muti, come in una luce d’eterno, incantati e senza la paura di trovare ombre e lupi intorno a noi. E loro iniziavano a essere dappertutto, belli come due esseri volanti, e cadevano come petali come farfalle in coppia come due innamorati come due veri amici come due soldati due angeli che si capisca due devoti.

Erano due sposi, e si tenevano per gli occhi, e la luna stava diventando monocroma, un gioiello bianco.

Alessandro e Fabio ci avrebbero passato la vita a scambiarsi gli anelli a rimanere in quel tempo di spuma e splendore, a morire per quell’amore.

Ci avrebbero legati al petto e pizzicati per farci rimanere svegli dentro al loro sogno.

Io c’ero e li ho visti, Alessandro e Fabio, diventare rosso colore, ad asciugare  le parole perfide e violente che li hanno toccati, che li hanno offesi, a far diventare ogni sillaba della loro memoria confetto coniugale.

Io c’ero e li ho visti trionfare con i loro volti infiniti. Da Cupido e dal cielo perdutamente rapiti .

E sono stati il mio nettare, la libertà, forse anche  il mio paradiso in questo inferno.

(Michele Caccamo)

BATTISTI E PANELLA: LA CONVERSIONE DELLA CANZONETTA

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E non davvero a portata di mano, ma in nessun luogo ha scelto di rifugiare i verbi: per darci da piangere o da ridere, o ancora meglio la possibilità di escluderci da questa realtà; per arrivare fino ai tempi più lontani, inibiti all’accesso della comune immaginazione, quelli che lacerano le nostre lampade vitali, e anche premono per giungerci nelle costole, o in mezzo agli occhi, come fossero saette avventurose.

Ogni verso di quelle opere è una battaglia, data per l’indipendenza della parola.  Non ho mai visto altra ricerca onesta e più coraggiosa, mai nulla che fosse così immortale, così intenso e profondamente laico.

Quelle opere non hanno niente a che vedere con i regolamenti della composizione testuale, perché Panella ha insanguinato il piano musicale di Battisti, lo ha reso adulto, per sua scelta incomprensibile, come si consente a una vera vena dell’avanguardia.

Battisti e Panella sono stati l’uva, il vino corrente, l’unico futuribile sovversivo: anche se per alcuni, del mercato discografico, erano dei cavalli morti, degli stravaganti con una presunzione intellettuale.

Le poverissime visioni degli addetti, all’impiego delle canzoni, volevano condizionarli, intralciarne l’evoluzione: mettere al posto del talento una quiete protetta,  rendere Battisti un sereno anziano e costringere Panella a non infastidire i ritornelli per le serate a mare.

Ma loro due, che tendevano all’assoluto, hanno sequestrato la salute della canzone per cominciare in anticipo una nuova storia. L’uno ha scritto quaranta poesie l’altro ha composto quaranta sigilli d’Arte musicale.

Battisti, scegliendo l’ estro di Panella, ha voluto scacciare i fantasmi dalle bionde trecce, l’impolverata costruzione metrica e la regolarità tecnica di Mogol.

Non poteva continuare, era diventato un mestiere, un appuntamento solito con un ormai invecchiato giro melodico: Battisti non poteva starci, non ha mai servito nulla di altro che fosse oltre la patria del suo genio.

E non ha limitato la sua musica con i metodi elettronici, ne ha anzi usato le battute come fonte di battesimo per nuove armonie: dieci cento cambi di giro, e altrettanti refrain nascosti, come se in ogni tempo ritmico ci fosse una miniera.

Lui ha fatto declinare la canzone per poi riprenderla in una conversione incantevole.

Aveva deciso di avviarsi verso una nuova libertà.

E così abbiamo avuto la sposa occidentale, allontanando gli specchi opposti e per altri motivi, lo scenario, il don Giovanni, e cosa succederà alla ragazza, e l’apparenza (dell’anulare in bocca), e i ritorni, quasi sempre campati in aria. Tutti esattamente creati per far coincidere l’indipendenza espressiva con la bellezza musicale.

Quanta immensa complicità, tra i due, al di fuori dell’orecchio cantabile; a dismisura quanto talento al di fuori da ogni riparo abituale.

Panella sapeva di avere una venatura ostile: per grandezza poetica entrava e usciva dai misteri paralleli. E ne aveva felicità. Era la sua parte migliore molto lontana dalle canzoncine già scritte, negli anni passati, per sfuggire alla fame.

Battisti non è mai rimasto nell’angolo appartato del successo, come fan tutti, si è con decisione aperto alla sperimentazione. Nel suo prodigio creativo aveva scelto di non camminare tranquillo nel solito tappeto musicale, ma di rifilarsi in una piazza compositiva isolata, rischiosa e non misurabile: forse anche feroce, perché il silenzio sarebbe potuto cadere sul suo nome.

Mogol, dal canto suo, voleva sempre vincere: aveva costretto Battisti a essere un vulcano ordinato; aveva reso esauribile la sua creatività, gli aveva imposto la morte, lo aveva reso un vilissimo musicista.

VECCHIONI, IL MERCANTE DI LUCE.

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E non è vero che solo gli altari riescono a far fronte alla morte: neanche fossero il grembo dell’universo, la nascita delle nascite.

Perché nell’Oltre, ed è certissimo, pur nella nostra infinita insicurezza, manteniamo intatta e intoccabile la coscienza della parola. E se così non fosse negli scaffali di un libraio si troverebbe pur sempre il segreto riparo: come in un sonno l’occhio, come in un guscio la mandorla.

Vecchioni lo sa e abita i luoghi del mondo negato: in un giallo di grano piuttosto che nel senso posticcio del vivere. È un solitario fanale messo alla prua della nave; un uomo che naviga, per portare in salvo la Poesia, i resti di Rimbaud, l’incanto della lontananza o, per come talvolta è accaduto, la fatica della propria esistenza.

È un uomo innamorato e melanconico, un inquieto che chiede si accenda una figura viva: che sia un treno, un cavallo, una sera intera in una fiamma.

È un figlio, per il padre una medicina d’oro, lo stesso che dopo una mano di dadi potrebbe dire: qui c’è un uomo, e ha un cilindro, un trucco, dopo il vino un singhiozzo; figlio mio la vita è solo una questione di partenze. Una gara, appunto. A colpi di tempo, di chiavi per lo stupore. E tutto si dovrebbe concludere, con le carte le scommesse i sogni: in un tramonto finale ma luminoso. Sì, “Papà, lasciamo tutto e andiamo via”.

E ancora la lotta contro questo secolo, fatto di destrutturazione del pensiero, di uccisione del sentimento. Per i figli, di tutti, oggetti permanenti nella noia, che hanno gli occhi mutilati e un’insistenza luttuosa: perché rammentino quanto sia comune la notte nell’animo. Perché lui l’ha visto Tommy, tremare nella luce: sembrava un uccello legato per il collo, con quella corda alzata al cielo. Leggero affinché nessuno potesse dargli del dannato.

Eccome se c’è stato anche l’inganno: la toga nera, la stanza nera, il cesso nero, l’insulto nero, la collezione di ombre nere. Il giudice, di nera potente pece.

Vecchioni apre brani come ring, per fare a pugni contro tutte quelle tristezze tumorali che gli hanno addentato la carne: ma è piccola la natura del male se c’è, da un mattino all’altro, quella forza invisibile del cuore; che lascia i suoni, i passi, e magari anche un battibecco, un rimbrotto: contro quel mistero secco che sta tentando di sprangare la porta. È il verso di ogni tumore, voler mettere intorno le pietre delle gelosie, e tante macerie scure. È la chiamata forte verso la sacra notte.

Ma, a ogni volta, basta una poesia, una singola rima per drizzarsi in piedi: perché un verso è un albero di sapienza e sa come mettersi d’obliquo nel piombo del cielo.

Non è per nulla vero che lui sia riuscito a fare un lavoro completo, una salvezza anche, nel suo e nel cuore degli altri. Perché nell’impeto delle sue camminate, tra le stelle e le case gialle di sole, ha lasciato un cratere, un dolore si dica, un patimento d’amore.

E ha avuto inganni enormi, quanto le grandi isole, mille mentitori in mezzo agli occhi. E ha posato il suo sguardo in altra parte, come un poeta pensieroso. Ma non ha mai voluto rimuovere le tenaglie dell’angoscia in nessuna parte della sua memoria. Perché la mente dell’uomo ha una sonorità uno spirito, a nessuno basta un calcolo di scavo per scendere fino all’anima.

E anche la speranza oltre la vita, come insegnamento di regolarità nell’amore: per un amico, il padre, una barca intera senza superstiti.

E il tormento a Firenze: in quella stazione, con i binari che gli entravano e uscivano dal cuore.

E sempre la forza infernale, e bella, della conquista. La danza che si rincorre per chitarra e tamburi.

E adesso si alza quel culo come un poema: lui anche morendo lo avrebbe cantato. Bello come un’opera implacabile, che gli andava incontro come fosse un contatto del paradiso.

E le rondini, le volpi che sono arrivate fino a lui. E poi le notti e l’inverno e i gufi, e utilmente ancora le stazioni.

Nelle luminarie di un palco continua a nascondersi: fino al fragile segnale di un vento notturno, per far volare i coltelli o gli ideali.

E infine il suo sorriso per Nina e Cloe e Francesca: due ali, il petto una farfalla intera.

 

 

La nuvola di Ezio Bosso

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Un bruscolo, rimbalzato per missione: dalle sue dodici eternità, dall’illimitato tempo del non essere.

Un messaggero della beatitudine che riporta le stanze della nostra esistenza, fissandosi lui stesso nella dodicesima: della perfezione e della completezza.

Bosso, è ormai evidente, a Sanremo non ha suonato il piano, ma ci ha portati al valore sapienziale dell’Universo, agli specchi più puri creati dall’Essenza primordiale.

Il suo corpo in torsione, ma allineato ai campi cosmici, sembrava ai nostri occhi una rosa avvelenata, una spastica figura: ma non riusciremo mai a sapere quanto il suo spirito, quella sera, fosse vicino a Dio, alla scintilla della Bellezza.

Le sue espressioni erano volanti, come i segni che girano nella nostra memoria dando poi origine al giusto significato del Grandissimo.

Lui è davvero un innocente che proviene dal Paradiso: ha ventilato di chiarezza per tredici minuti il nostro sopore, la nostra arrendevolezza all’angoscia della vita: perché lui, che dava l’impressione di dover essere rianimato, ci ha dato ossigeno e fatto dimenticare quel sole nero che sembra ci abbia generati.

Bosso è un grand’Uomo: frantumato da una malattia, vive senza ossa verso la vecchiaia e si auto-partorisce ogni giorno, prima come una creatura sofferente e subito dopo come un’anima elevata.

È un cigno bianco; una nuvola: per immaginazione la nostra futura dimora.

Ha il colore della luna, come il figlio salvato dalla nostra discendenza: quando i serpenti e le dieci razze definirono la fine dell’umanità, senza prevedere le alte capacità dell’anima.

Lui si è lasciato allattare dall’infinito, come un sacerdote santo, per riportarci fuori dall’abisso, dai nostri preconcetti limitanti e così lontani dal Pensiero Celeste.

Bosso da Uomo forte, pur nel delitto che la vita gli ha dato, quella sera a Sanremo ha richiamato tutti gli istruttori della nostra esistenza sistemandoli in ordine, in una sequenza di note: rimettendoli vigili sul significato della vita: l’insieme.

È stato un ispiratore, per il nostro futuro.

 

La sera che Gaio Chiocchio non pianse, neanche per il dolore.

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Ha camminato la sua vita a culo indietro, come volesse tornare verso l’origine: e infilarsi di nuovo nelle acque della pancia, nel guscio dorato della protezione.

Gaio Chiocchio aspettava la sera, per nascere.

A quanti gli dicevano “torna a casa” ripeteva che non dovevano considerare un capriccio la sua assenza, perché lui era adatto per i baci del vento, e che nella notte recitava le preghiere contro il declino della Bellezza. Ma anche che anticipava il ritardo della nostra sensibilità, con scialuppe di vino a volte lanciate nel suo Tevere. Sotto i ponti.

Gaio confidava nelle stelle, in quella luce brillante che ammattiva ogni male. E sognava di avere una fune e polveri d’Amore: perché noi siamo piccoli, e nelle reti nere, miseri fino all’osso; assolutamente inutili all’architettura del Creato.

Gaio aveva scelto di non avere filtri, di non stare sotto l’occhio maggiore della società. Come un uccello o una gonna, per diverse altezze liberi, si sollevava in un balzo a rimproverare la nostra ubbidienza, la nostra cattivissima volontà: che è un ingresso nel niente, una  caduta per come si capisce mortale.

La sua anima è stata sempre in pericolo: legata ai sassi, agli spigoli dei marciapiedi, alla vertigine alcolica, che sapevano renderlo preda.

Non ci stava chiuso in casa, perché la vita lo guardava dalle porte. E i suoi occhi, zuppi di pianto, frenavano il talento dei suoi pensieri che volevano fuggire verso una gioia senza pari.

Gaio era un filo sottile, un fuso, in mezzo ai cazzotti che dava la nottata; era un vergine. Ma non immaginava ancora che si sarebbe infranto, senza neanche un ultimo vocabolo in bocca.

Gaio, richiamava tutti i sentieri della parola; scriveva versi come ghirlande, come fantasie tratte dai lampioni o dagli alberi. Ondeggiava per le strade come fosse un capriccio di mare; era il messaggero astuto della libertà. Meravigliosamente infantile. E si imbottiva le tasche con bottiglie di salvezza; teneva le dita unite davanti al petto per paura gli strappassero il cuore. Stava a buona ragione muto. Con tutti.

Gaio scriveva e ordinava le parole, in maniera che nessuno le potesse contaminare: seminava fiori per misurare la bontà della terra.

Ci è anche passato dalla piazza santa: come fosse il proprietario dell’Angelus, quella domenica del ’96. Si stava preparando alla morte: ed ha letto, lì, le preghiere cristiane, attraverso la terra e l’inferno. E aveva nelle mani una lamiera affilata, che anche la madonna ha tremato. E aveva già chiuso il suo conto, e l’espiazione della vita.

Gaio è stato un Angelo, un fuscello e un’aquila enorme.

La lingua di Dio gli aveva sussurrato alle spalle quale fosse la sua sorte. E lui l’ha ascoltata, nella sua agonia dolce e serena: perché la sua reggia era stata ricamata nella Poesia e nella malinconia; nella voglia strampalata di finire perduto nello stordimento.

Quale piccola tenerezza aveva mentre passava a una a una le osterie, mentre con un sorriso di sprezzo ordinava un mezzo rosso. Quale leggero piacere aveva nel sentirsi servo dei canti d’Amore dell’umanità.

Gaio ha vissuto in un inseguimento, nelle ali delle colombelle purissime. Nel panico che qualcuno lo svegliasse.

Quella sera finale è inciampato, e aveva il sangue alle tempie, e un cane che lo leccava. E il silenzio accanto.

Gaio non credo pianse, neanche per il dolore.

 

La canzone civile e senza prudenze di Claudio Baglioni

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In qualche strato del globo ci saranno pure gli “esploratori del futuro”, a fare i garzoni per separare le rocce profane e, per come chiedeva Evtusenko, a rendere più illuminato il racconto umano: la nostra essenza, lo sappiamo, è una conca piena di semi e pure in questo buio ha una bella fioritura; una grafia inimmaginabile in questa vita, che dolorosamente reggiamo.

E allora la nostra esistenza viene tracciata per versi, per canzoni a volte dette leggere: fino ad animare la crosta del firmamento come si avesse l’uso delle chiavi per la Fede, oppure un grimaldello per demolire le catene che ha in corpo l’Amore.

Tra noi ci sono quelli che catturano in volo le bianche ispirazioni dell’Anima: per incarico speciale: come dovuto ai puri.

E io per questo, Baglioni, lo metterei a innalzare dighe, freni di protezione, a raccontarci di quante volte è riuscito a fermarsi sui colli dell’avvenire, di quante volte è riuscito a guardare oltre i predatori del pensiero, alle loro architetture diaboliche.

Lui ne ha la competenza e la scienza; sia che costruisca per rime o assonanze, ne ha la cultura. Scopre, con apparente facilità i messaggi segreti dell’Universale Costruito, ne conosce il linguaggio e ci istruisce facendoci cantare; volendoci avvicinare non forzatamente a un Dio ma al tempo perfetto: dell’incontro in fratellanza tra i popoli, secondo la migliore tradizione evangelica. E ancora insegna, con il suo atto di obbedienza alla fragilità del corpo, con il suo rapporto di unità con l’Oltre.

Io, Baglioni, l’ho sempre considerato un proletario: operaio con la mano al cuore per la Gioia umana, vicino ai sentimenti maggiori: ogni sua canzone ha incoronato un nido per bisognosi. Lui ha scoperto le antiche sale della Verità, le più belle di tutte nella nostra vita, e le ha di più ornate con la musica migliore.

La sua è una canzone “civile” per come deve essere, viva nella bocca di chiunque senza prudenze: che intervenga per distruggere o lodare o anche per conservare.

Baglioni io lo vedo, tra le nostre antinomie, impassibile come un amico confidente, un uomo di stirpe accesa: mentre noi siamo nel deserto e giriamo intorno all’ago del mondo reale, lui cambia l’aria e ci fa ruotare nel sogno.

È una sua maniera per farci rimanere inebriati, farci sentire come fiori sbocciati in primavera: freschi come avessimo nei petti il respiro del mare.

Baglioni usa il ferro e allo stesso modo il miele, non so come, con la stessa leggerezza. Io penso lui abbia nella mente la splendida forma del seno di Dio: il regno che nell’Amore dispone accoglie cura risana, salva.

http://faremusic.it/2016/04/15/la-canzone-civile-e-senza-prudenze-di-claudio-baglioni/

Lettera a Susanna Schimperna (a proposito di Cattivi Pensieri)

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Cara Susanna,

nel tuo manuale di studio, “Cattivi Pensieri”, hai raccolto ogni particella viva, che fosse eletta o dannata, per elaborare la più completa e ragionata anatomia dell’esistente; e ritengo eccelsa la tua capacità di qualificazione ed elevazione dell’Io-Essenza.

Sono fondamentali, per una rapida comprensione, i distinguo che fai tra percezione e realtà, tra intimo e pubblico: vi è in questo una rara abilità, necessariamente minuta, di recidere il nervo che lega la carne alla Bellezza; e per carne intendo quella costruzione, fisica, dell’alfabeto globale che ci sta rendendo sempre meno affascinati dal nostro mistero e alimenta, vieppiù, una regressione sentimentale.

Pur desiderando una visione maggiormente mistica, condivido pienamente la teoria del circolo e della sua atmosfera amorosa: un esempio di lungo miglioramento non con l’assenza ascetica ma con la comunione sociale, quasi mai collettiva, basata sul confronto e sull’ascolto. E’ un ideale che va ancor di più esaltato permettendo vi sia una progressione interamente abilitata al perfezionamento dell’Anima, alla sua espansione fino all’Oltrespazio; ovvero, nell’inimmaginabile, sempre verso l’alto. “Altrimenti cosa esisterebbe a fare il cielo” (Rocchi), non dovesse proteggere la “risorgenza spirituale?

Ma è fondamentale, a questo punto e prima di andare avanti, che io ricordi e ripercorra un bellissimo poema indiano sulla Creazione e sul Circolo senza inizio né fine. E mi richiami a Brahma, il Centro del Circolo, al primario incontro tra Eros e Amore. Perché fu nel vuoto infinito che Brahma desiderò, per la prima volta, di fecondare la fedele Maya Creatrice: dal suo seno partorì milioni di punti luce che si sparsero nello Spazio; da quel pulviscolo nacquero miriadi di esseri, quelli che io definisco “le schiere dei bambini d’oro”. Erano la Perfezione. Volendo dunque ambire al cerchio del rientro in quella perfezione, è essenziale identificare l’indispensabile puro: abbandono di Scienza E Conoscenza, apertura al sapere e Sentimento. Solo cosi quel Cerchio sarà culla anche per noi, quando diventeremo Viventi Eterni. Ma nel descrivere sento quanto antica sia la meraviglia dell’Amore, finanche desueta.

L’uomo sa di aver perso il suo inizio maiuscolo e oggi, per sentirsi ingigantito, si mette alla pari con il suo possesso: uno schiavo infelice che non credo riuscirà, come invece auspichi, ad avere un “accesso diretto alla realtà con il corpo, non soltanto con la mente”, perché ha collane di lacciuoli che lo trattengono nel mondo che gli hanno figurato e che sembra gli faccia più comodo: vivere nei sogni stanca, sì. Ma la truffa e l’inganno non finiscono qui. Perciò. L’Anarchia viene dettata come fosse un’astrazione o ancor più spesso come paragone con il libertinaggio. E c’è una strana, quanto sospetta, attenzione a non farla intendere come si dovrebbe: cultura dell’equilibrio e dell’appacificazione; giustizia sana; allegria del corpo; libertà del pensiero e dell’Anima; unità sociale; mutuo soccorso.

Susanna, ritengo, purtroppo, che l’intelletto umano sia un muro, un luogo di ristagno.
Il cuore è forsennato nel suo respiro da manicomio, costretto alle aritmie da una società veloce; sa che il mondo buono è lontano, dalla tirannia in cui ci siamo cacciati, e il suo suono è sospeso nell’orrore , nella tristezza: che ci rimane attaccata come una scimmia.

Perdonami, mia cara, se non so dire d’altro ma so poco della critica letteraria (scrivo per sentimento non per conoscenza); volevo comunque darti la mia emozione. Puoi ignorarla, pubblicarla, strapparla. Al cestino della carta preferisco il fuoco.

Baci, Michele.

Dio, io vorrei. (Proposte per il nuovo anno).

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Vorrei raccogliere i frammenti dei miei ossicini portati al rogo, per poi far tacere per sempre chi non si è preso cura di me.

Vorrei si perdessero le siringhe che ancora mi gonfiano di dolore.

Vorrei si perdessero, al primo dispiacere, i cuori freddi e torbidi che mi hanno disconosciuto.

Vorrei che l’uomo buono che sono non venisse più abusato.

Vorrei che finalmente tu Dio mi dicessi quando potrò aprire ai venti le mie mani, la pulizia delle mie mani, per far cadere questa condanna al macello. Quando potrò volare sui terrazzi come le colombe, come la giovinezza salva e rifugiata nel seno delle tue donne.

Io non so più come vestire il mio corpo; come far portare via la mia croce, come scacciare i fanatici d’assalto dalla mia sensibilità. Non so più come stare dentro al bene segreto della tua Bellezza: mi hanno rubato e quasi non so più come tornare da te.

Dio, mi hai lasciato sotto il tiro di chiunque e non ti sei mai girato verso i miei occhi, schiacciati dal troppo nero nella terra. Tu non mi hai voluto liberare e hai permesso che mi ingarbugliassero. Hai permesso che io avessi il ventre pieno di uomini sordi e ciechi, di mormoratori di quell’ira folle che ho nel destino. Hai permesso si passassero da una mano all’altra la mia solitudine e la mia amarezza, che mi strappassero il cuore spacciandolo per cartaccia, che mostrassero la mia anima in pubblico come fosse una bestia.

No, non è merito tuo se io sono sopravvissuto a tutto.

Troppo a lungo mi hai tenuto con le braccia carbonizzate; con le pupille strane, che avevano la loro tinta migliore nel fango. Troppo a lungo mi hai sottratto le lacrime dell’amore, mi hai voluto martire dell’assenza.  Troppo a lungo mi hai lasciato recitare i versi del suicidio, come volessi insegnarmi a morire: e le pompe del cielo avevano un inno dolce, veramente le mie ferite una garza medicale. E io avrei voluto chiudere gli occhi, con la dolcezza che hanno gli uccelli.

Dio, io vorrei che prima di allontanare l’anno vecchio preparassi un tuono di richiamo, un cuscino contro il male che subisco. Perché qui, ricordalo, non hai lasciato nessun campanello per la ricordanza, nessun pastore benevolo e paziente; qui hai lasciato un esercito di spiriti maligni e a mille a mille le idee squallide. Non hai neanche censurato gli umani che mi hanno addentato le palle, che hanno cercato il gusto nel mio petto dissanguato. Quegli umani che hanno messo sulla mia testa il supplizio, e nei miei pensieri la morte.

Dio, vorrei che prima di allontanare l’anno vecchio mi facessi diventare uno di voi, asciutto e incolore, lontano da questo brutto imbroglio che è diventata la mia vita. Che guarissi il mio cuore malato, che facessi partire un enfatico fracasso in tutto l’universo per dichiararmi salvo.

Vorrei che tenessi il mio cranio aperto per scaricare la ragione nera del dovere, e lo riempissi di aria e ci mettessi dentro un neonato da cullare.

Vorrei che tu, Dio, mi trovassi un rifugio nella tua Opera, nella letteratura dei tuoi Angeli.

Vorrei che non mi lasciassi qui come sono adesso: un uomo al di fuori dal sole, un fiore sotto a una pietra, un perdente afflitto dalla sorte, un morto sì un morto.

Dio, io vorrei con il nuovo anno rinascere, guardare lo stradone del tuo cielo e vedere ammutolire la malasorte. Vorrei finissero davvero i miei anni a vuoto e tu levassi gli uomini infedeli dal mio cospetto. Vorrei che con minuscoli omicidi tu eliminassi le anime cattive.

Dio, vorrei che nel nuovo anno al mio capo opposto ci fossi tu, che non mi sei rivale.

Poi vorrei cadere in un volo di farfalle, e diventare vivo sul serio; essere scelto dall’amore, esserne benedetto. Vorrei che tu mi facessi rialzare la testa. Vorrei per la mia Gioia, rivedere l’ideale lei di nuovo tornare: bianchissima e forte come lo era nel sogno.

Gesù, non nascere

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Gesù, non nascere. Non ci troveresti.

Le ali di Lucifero hanno colmato di buio la nostra terra; hanno avvilito il cielo e sparso da ponente a levante nuvole di piombo e sangue; hanno messo a morire le anime dell’infanzia e chiuso con foglie di cicuta le bocche, che avevi pensato buone per le rivolte. Non ci troveresti, nei sentieri dei pastori, nelle larghe ruote attorno al tuo Verbo, negli angoli casti della tua volontà.

Gesù, non nascere. Non ci capiresti.

Le nostre lingue sono ormai gonfie di veleni, di parole convulse e inservibili. Gli uomini sono diventati i mistici di Satana, e proclamano la morte; hanno strozzato il canto del gallo, e la luce sin dall’alba. Non ci capiresti. Sotto miliardi di cupole d’oro o a far da sentinelle a sepolcri di cemento; e a non toccare l’acqua che hai chiamato tra gli Elementi, per lavare le coscienze e le sbrecciature negli animi.

Gesù non nascere. Non ci perdoneresti.

Le nostre mani hanno lacerazioni immonde, e costruiscono troni di creta e guidano le bombe e strangolano le libertà. Le nostre mani hanno messo palle di lenzuola nei denti e poi sparato alla testa del fratello; hanno, dovresti saperlo, le unghie a taglio per cavare gli occhi e scavare basi di frontiera e spaccare il petto e strappare il cuore e far saltare dalle pozzanghere i brandelli del morto.

Gesù non nascere. Non ci ameresti.

Siamo conservati qui sotto nel più terribile dei modi, sotto le lame delle ostilità e senza la memoria del tuo testamento d’Amore. Qui è ovunque ineguaglianza e guerra e ogni fuoco scuote la fine dell’umanità. Noi siamo già arresi e la Fede indietreggia, e la morte è una torre d’acciaio sulle nostre vite. Noi siamo messi via come un niente, come se l’anima l’avesse potuto portare via il vento.

Gesù, io non riesco più a respirare e stringo le gambe pieno di paura. E dicono io abbia una faccia triste quanto un camposanto, e la pelle bianca come mi fosse stata infilata dai fantasmi. Io avrei voluto essere una rosa, la felicità per tutti gli occhi; ma non riesco a respirare e mi gonfio come una rana vecchia. Non so quanti cattivi innamorati della Vita ho attorno, e soffro.

Gesù non nascere. Gli uomini odiano, e ti odiano.

Dio è un’interconnessione operosa (o la supplica di un Cristiano)

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Fratello mio, ciò che è tuo mi appartiene, perché proviene dalla pianta dell’unisono; perché anche io l’ho, nel mio futuro probabile, la tua matrice divina.

Tu senza toccarmi sei le mie mani e la mia pelle. Tu sei il mio bacio, la mia carne lacerata,  sei il mio numero successivo, la radice o la fionda di partenza. Tu sei quella fascia nell’orizzonte che intende custodirmi, per abbraccio di fratellanza.

Tu sei il dolore dissolto, infine la lacrima tremante che mi commuove.

E quanto vorrei che rimanessimo innocenti e preservati dall’inferno: Dio ci ha dato delle condizioni stupende per la Vita, ma oggi sulla terra c’è un massacro di colpi per raggirare l’Insegnamento; per farsi bastare l’ingegno umano.

Dovremmo sgombrare, tutti quanti, e presentarci con il senno bruciato dinnanzi alla Luce del Tempo.

Noi dovremmo, tra le lune messe ai poli, allungare le braccia ed essere le croci del risveglio; dovremmo essere a uno a uno anime di raccoglimento, nelle colonie degli universi.

Noi siamo i pensieri irripetuti di Dio, e stiamo in questo mondo come fossimo delle farfalle disseccate. E aspettiamo che la morte riesca a decapitarci.

Noi stiamo come fossimo corpi sanguinanti e pieni di gas, senza sapere che siamo l’eternità bloccata da Dio; che siamo una moltiplicazione di noi stessi, e la lingua perfetta dell’Amore. Che siamo la parte spoglia e bianca della Natura.

Noi siamo eccellenti e dai vestimenti puri, la rinomanza della Bellezza.

Ma viviamo come cacciatori di montagna, e lasciamo impronte giganti dentro ai cuori. Non sappiamo riconoscere i terreni dei nostri fratelli, e facciamo cadere lenzuola di cera sui loro volti. Non sappiamo aprirci al profumo dello spirito, a quel campo grande e verde che ci riunisce.

È un anello celeste la vita, un melo senza peccato; non fosse che l’abbiamo inchiodata nella colpa, nel cipresso nero di ogni crimine, sarebbe l’eucarestia.

Facciamo allora saltare dalle nostre schiene la rogna della disumanità, per esserne immuni. Facciamo perdere le nostre tracce profane, e tutti i vestiti di lutto che ci sono stati imposti dalla modernità.

Diventiamo figli della Gioia, invocando tutti d’accordo la comunione. Diventiamo aurore di braci e insieme Magi con nelle mani la Vita e la Luce.

Entriamo così nel vuoto del cosmo, e avremo dentro alle anime l’ossigeno che esiste solo nella bocca di Dio.