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I boccoli d’oro, e Approdo News

I BOCCOLI D’ORO, E APPRODO NEWS

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È più la stoltezza che la ragione, credetemi. Perché i calabresi sono così, hanno le potenze supreme della flagellazione nei pensieri. E ci si aggredisce con mano lesta e ogni volta possibile ci si accusa di ‘ndranghetismo, a vicenda. Ci si ubriaca del diritto alla condanna e si lasciano volare, come allodole sulle vite di chiunque, le farse dei tribunali sommari: ed è una festa nel porcile quando le manette lustrano i cuori pessimi dei giustizialisti. Così non si separano le acque dell’oceano nero della criminalità, anche a costo di far annegare gli innocenti.

Ma si sa, i giornalisti hanno boccoli d’oro e la verginità delle madonne. E le pieghe nel cuore sempre ondeggianti: tra il dolce e l’amaro. Così capita di vedere il buon Agostino sul cadavere dell’antipatico Nino. Così capita di vedere correre con la velocità dei vermi la notizia che beffeggia e condanna. Eppure Nino lo si conosce, più per i temibili profumi che per le frequentazioni banditesche; eppure lo si sa che indagini del genere, lacunose e fantasiose, hanno portato quasi sempre a un nulla di fatto. Lo si sa, ma il comodo è il giuramento di vendetta di anni fa. Perché i calabresi sono così, si spaccano di accuse; prigionieri di un insondabile dolore si sentono cavalli bianchi e soldati ed eroi: che non è mai tardi per condannarne un altro, in piazza e per lingue corrotte. Si sa, in Calabria le indagini giudiziarie rendono fertili le memorie e ognuno alza la testa, per spirito di vendetta. Con la verità uguale a quella di Giuda.

È più la stoltezza che la ragione, credetemi. Se si insiste a invischiare gli uomini nel fango per il solo gusto di avere uno spazio splendido nella notizia, e nulla importa se lo si ottiene con morsi di astio.

No. Non si agita la ‘ndrangheta per burlare un avversario, non la si agita quando si sente colare il dubbio. Perché non rendere l’occhio e l’orecchio più svegli piuttosto che procurare bile, e risate proprio dove nulla c’è da ridere? Lasciate addormire la vostra stupida voce, lasciate la vostra triste anima tra i serpenti che allevate.

Ci ricascate, sempre in cerca di una ferita da riempire d’aghi. Ci ricascate, senza pudore e rispetto per la Giustizia. Voi, siete ancora sporchi, di veleno. Ancora contro Enzo, Franco, Antonino, Vincenzo, Loredana, Maria Antonia. Fino a prova contraria, innocenti.

MICHELE CACCAMO

http://www.approdonews.it/giornale/?p=307227

LETTERA APERTA A UN GIORNALE WEB, O AD APPRODO NEWS

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LETTERA APERTA A UN GIORNALE WEB, O AD APPRODO NEWS

“Avete al collo tutte le targhette delle vittime, dei perseguitati, degli innocenti che avete contribuito a far diventare criminali, per un giorno, con i vostri titoli”.

 

Eccovi ancora, con l’occhio furente dei cani. Con la sensibilità sempre più scarna e assoggettata. Eccovi ancora, con i vostri giudizi anticipati, anche quando chiaro rifulge l’errore.

Non comprendo questa vostra ostilità al dubbio, questa vostra certezza, sempre assoluta e sempre indiscutibile. Sembra non ne sappiate nulla del condizionale d’obbligo, sembra non vi interessi la tragedia umana di chi dovrà dimostrare un’innocenza. Eppure ci siete cascati più e ripetute volte. Eppure continuate a entrarci dentro, con tutte le scarpe, nel fango della cultura del sospetto.

Siete complici di una volontà politica giustizialista, della cosiddetta tabula rasa, o per dirla meglio del lancio della rete: su di un popolo, inerme e responsabile soltanto di un’appartenenza territoriale.

L’attività giornalistica dovrebbe avere la forma sicura dell’imparzialità, della distanza; dovrebbe supportare l’obiettività e mai la partigianeria. Le Procure fanno il loro lavoro e indagano provvedono secondo ipotesi; voi dovreste farne un altro: seguire il dovere di verità. Fate spavento immobili dinnanzi a questa terra imputridita dalle indagini sbagliate, e non avete un coraggio che superi il diritto di cronaca. Ma quale differenza allora tra voi e gli altri? Strillate allo stesso modo accuse e condanne, pubblicate le stesse veline, siete amplificatori di reati ancora da verificare. Mantenete la comodità degli uomini incapaci di un discernimento, e causate danni.

Ditemi, al cospetto della vostra coscienza come vi sentite? E dico quando le persone vengono completamente scagionate, e dico quando le persone ancora lottano per dimostrarsi onesti e integerrimi nella Legge. Come vi sentite quando pubblicate le immagini segnaletiche anche quando gli uomini recuperano di fronte all’apparato giudiziale la loro onorabilità? Come vi sentite, perdio, con la vostra assurda e lesta sete giustizialista?

State affondando, chiusi nella piccola campana che vi piace ascoltare. Avete al collo tutte le targhette delle vittime, dei perseguitati, degli innocenti che avete contribuito a far diventare criminali, per un giorno, con i vostri titoli, e nell’immaginario collettivo. La vostra missione è debole, schiava, per nulla incolpevole. E la notizia di oggi, sparata su Enzo, Franco, Antonino, Vincenzo, Loredana, Maria Antonia aumenta la mia rabbia. Perché neanche loro lo meritano, come esseri umani.

I cittadini di Taurianova ancora una volta si chiuderanno nella paura di poter diventare loro stessi il prossimo bersaglio, pur sapendo di essere innocenti: come i tanti, i troppi, finiti ciononostante nel tritacarne. Ma non faranno nulla neanche in questo caso. La paura è una pessima compagnia, ed è meglio tacere, meglio non farsi notare. L’angoscia di poter diventare “notizia” è un terrore sparso negli occhi di tutti

Michele Caccamo

http://www.approdonews.it/giornale/?p=305554

 

I piloti delle stragi (A Nizza, a Berlino. O ad Aleppo).

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I cristiani hanno i piedi nella palude, e ogni suolo è davvero poco. C’è una nuova morte che li inchioda alla croce, che anche le campane del mondo hanno il nastro sonoro spaventato. Li fanno sprizzare di rosso ardente con una botta alla schiena, li fanno imbrattare di sangue: ogni loro vita è diventata moribonda e se ne va senza che vi sia stata dichiarata da nessuna tromba la guerra.

Miserere mei, Deus, secundum magnam misericordiam tuam.*

I cristiani hanno le mani ferme nei rosari; perché Gesù è stato un grammatico dell’Amore. Quale che fosse la discendenza, quale la vittoria della Patrie, ha asperso ogni ragione di onniveggenza. Se solo lo avessero capito, ci avrebbero aiutato a costruire giostre di bellezza.

Miserere mei, Deus, secundum magnam misericordiam tuam.

I musulmani, oggi, hanno gli occhi nel fango, lontani dal bel fiore d’oro di Maometto. Hanno i signori infernali tra di loro, e Dio ha molti nomi e le mani degli omicidi. E le figlie del cielo sono puttane e quelle della terra un compenso. E oggi la luce da Oriente viene da un pozzo di bombe, dalla cintura che divora.

Miserere mei, Deus, secundum magnam misericordiam tuam.

I musulmani fossero api lascerebbero il miele agli assassini, la condanna a quei cattivi spiriti che li stanno portando via dal Profeta. Potessero uccidere marcherebbero di infedeltà, con una bozza in mezzo al petto, gli uomini malvagi e li manderebbero alla morte.

Per un musulmano la vita è sacra.

Per un cristiano la vita è sacra.

Miserere mei, Deus, secundum magnam misericordiam tuam, e di quegli uomini smarriti che passano dalla porta del peccato; che hanno trovato nel patrimonio la loro convenienza al massacro. Abbi pietà della loro inconsapevolezza, per la loro offesa al tuo Messaggero. Abbi pietà quando arriveranno sporchi di sangue, e così lontani dal tuo seno.

Miserere mei, Deus, secundum magnam misericordiam tuam, e di chi non ha saputo pregarti e ha pensato fosse più facile obbedire a un comando omicida; abbi pietà di chi non ha fatto in tempo a vedere il sogghigno dell’economia occidentale.

* Abbi pietà di me, o Dio, per la tua grande misericordia

 

Gesù, non nascere

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Gesù, non nascere. Non ci troveresti.

Le ali di Lucifero hanno colmato di buio la nostra terra; hanno avvilito il cielo e sparso da ponente a levante nuvole di piombo e sangue; hanno messo a morire le anime dell’infanzia e chiuso con foglie di cicuta le bocche, che avevi pensato buone per le rivolte. Non ci troveresti, nei sentieri dei pastori, nelle larghe ruote attorno al tuo Verbo, negli angoli casti della tua volontà.

Gesù, non nascere. Non ci capiresti.

Le nostre lingue sono ormai gonfie di veleni, di parole convulse e inservibili. Gli uomini sono diventati i mistici di Satana, e proclamano la morte; hanno strozzato il canto del gallo, e la luce sin dall’alba. Non ci capiresti. Sotto miliardi di cupole d’oro o a far da sentinelle a sepolcri di cemento; e a non toccare l’acqua che hai chiamato tra gli Elementi, per lavare le coscienze e le sbrecciature negli animi.

Gesù non nascere. Non ci perdoneresti.

Le nostre mani hanno lacerazioni immonde, e costruiscono troni di creta e guidano le bombe e strangolano le libertà. Le nostre mani hanno messo palle di lenzuola nei denti e poi sparato alla testa del fratello; hanno, dovresti saperlo, le unghie a taglio per cavare gli occhi e scavare basi di frontiera e spaccare il petto e strappare il cuore e far saltare dalle pozzanghere i brandelli del morto.

Gesù non nascere. Non ci ameresti.

Siamo conservati qui sotto nel più terribile dei modi, sotto le lame delle ostilità e senza la memoria del tuo testamento d’Amore. Qui è ovunque ineguaglianza e guerra e ogni fuoco scuote la fine dell’umanità. Noi siamo già arresi e la Fede indietreggia, e la morte è una torre d’acciaio sulle nostre vite. Noi siamo messi via come un niente, come se l’anima l’avesse potuto portare via il vento.

Gesù, io non riesco più a respirare e stringo le gambe pieno di paura. E dicono io abbia una faccia triste quanto un camposanto, e la pelle bianca come mi fosse stata infilata dai fantasmi. Io avrei voluto essere una rosa, la felicità per tutti gli occhi; ma non riesco a respirare e mi gonfio come una rana vecchia. Non so quanti cattivi innamorati della Vita ho attorno, e soffro.

Gesù non nascere. Gli uomini odiano, e ti odiano.

Te saluto Milano

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Già quando si arriva si cerca di mettere i piedi sull’onda, per poi improvvisare un’andatura possente: come non fossero nulla le spine nostalgiche della memoria.

Già quando si arriva sembra che ogni palazzo sia una rosa, ogni piazza un largo di luce. E i navigli un accesso immediato verso il mare.

Ma già quando si arriva le pupille oscurano il bianco sfavillante delle zagare, per poi dare il passo al grigio di un’aria morta: a volte sembra anche a delle lune nere.

E in mezzo a tanti cuori guasti non si trova nessuno che voglia la libertà di essere infiacchito: come fosse sacra l’accelerazione. Nessuno che, in questo infinito campo di deportati, voglia scattare in piedi.

Sembra che ovunque vi sia una coltivazione aperta di anime tristi, di quelle definite irregolari nell’universo.

Per rimanere fuori dalla scia bisognerebbe stare attenti a non ripetere l’abitudine, a non agevolare la tenaglia del consumo, a non oliare la meccanica del pane. A credere in ciò che non è vero.

Ma già quando si arriva si inciampa nelle ombre dei miserabili, che preparano le mani e ci tengono d’occhio. E poi ci scordano e dormono, ovunque. E potessimo scoprirli non troveremmo i nostri stessi pensieri oscuri.

Qui tornano a ripetersi i figli di nessuno. E non ci sono mammelle solidali, portatrici di succhi di limoni e cedro, di acqua d’amore. E le facce diventano verdi e dopo grigie e dopo pallide, e anche la lingua diventa nuvolosa.

Già quando si arriva si capisce che la rilucenza non è nelle stelle, che i fanali hanno la cima illuminata e un manto di paura. Si capisce che questa è una civiltà immatura, per nulla profetica: con i nervi saldati nel metallo, con il coraggio inchiodato ai muri, e la vita, la vita, vietata.

Già quando si arriva il manometro segna il tuo livello, la tua utilità. E c’è la giostra del toro accesso fiammante che ti fa saltare in aria; che ti mette in opera e non per un affanno sportivo. La resa è il battito o la sepoltura.

Qui c’è il tempo del design, così lontano dal richiamo della terra scossa e dagli ambasciatori del mediterraneo. Qui non c’è uno sguardo acutissimo che poi ti sappia soccorrere.

Già da quando si arriva si guarda la cappa del cielo messa al rovescio: come se in quell’alto si potesse entrare dentro a una buca. E tu senti di avere freddo, lì sotto.

E poi c’è il fischio delle sirene che sale, che assale. E tu scappi. E tu pensavi di poter essere un giglio.

Milano è una madre illegittima che non dimentica di farti assaporare l’amaro del mondo, è un’arena che hai nella gola,  un’incudine che ti schiaccia.

Già quando si arriva, qui, non c’è nessuno che voglia battere le mani, che voglia diventare una colomba.

Zucconi, l’anti risorgimentale*

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E Zucconi ci ha voluti schiaffeggiare, per incapacità manifesta.

Dall’alto della sua comoda postazione, di uomo favorito dalla sorte, ci ha voluti accusare di inabilità intellettiva.

Io credo che a volte servirebbero delle fessure di areazione, se non altro per nettare i pensieri sporchi. Se poi ci si ritrova di fronte a un uomo con la mente annodata nei preconcetti allora servono degli squarci.

Ma non è difficile che a Zucconi sia rimasta in testa la nota teoria democristiana che il popolo del Sud vada mantenuto nella sudditanza: così, per ricordarlo, nella sua famiglia la democrazia cristiana era di casa, anzi di seggio.

E io me lo figuro, l’inventore degli scoop falsi, mentre, dai monitor supremi, ci guardava immobile con i suoi occhi d’oro, uno per uno in fila verso le urne; e ci sentiva tutti maligni, simil bestie. E ci avrebbe volentieri tolto la tessera elettorale dalla tasca, come ai bambini la fionda.

Tanto lui lo sa che siamo giocondi e infantili; che non abbiamo senso dello Stato, che siamo tutti abilitati alla pratica criminale. E che siamo abituati a mangiarci tra di noi, che siamo creature rasenti l’inferno. E che teniamo le mani in tasca per non perdere la pistola.

E Zucconi lo sa che abbiamo le fruste d’acciaio, per le nostri mogli e i nostri figli: affinché non si permettano decisioni diverse.

Lui, che è un monumento di marmo, un mito, lo sa quanto siano deboli le nostre coscienze.

E io me lo figuro, dal suo trono di gloria e gioia, mentre gode per la povertà che ci stermina: a causa delle scelleratezze del suo attuale Capo. Me lo figuro tenere alte le bombole d’ossigeno mentre anneghiamo per cause di abbandono.

Per lui sarebbe bello ci fossero per noi al Sud le culle imbottite di acidi e veleni, ci fossero i randelli alle cintole delle guardie nazionali, del nord.

È un assassino d’anime, Zucconi. Un affare disumano e deprimente. E lo è per formazione scolastica, per supposta supremazia culturale. Oscilla con un ritmo costante nel razzismo della peggiore borghesia; dalla sua casa a colori giudica chi come noi ha sete e fame e necessità. Giudica chi come noi, per una volta libero, si esprime contro.

E si stupisce se protestiamo, decisamente stanchi.

Si stupisce perché si spaventa che da qui possa, Dio lo voglia, nascere il vero Risorgimento.

*In riferimento alle dichiarazioni di Vittorio Zucconi, sull’incapacità del popolo del Sud a esprimere il proprio voto

 

Stiamo profanando Dio

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“Il massacro fu così grande che i nostri uomini camminavano nel sangue fino alle caviglie” e così hanno dato a Dio il possesso del crimine.

Le loro bocche, in quegli altri tempi, erano senza luce di speranza, erano piene di odio; per mille diverse ragioni una trappola.

Dopo Gesù Cristo, quello che doveva essere un mondo nuovo è diventato una vampa: l’Umanità ha iniziato ad avere le armature fragili, ha iniziato a essere spiata da un’aria non di pace.

Di quale importanza parliamo, che fossero ebrei o cristiani o islamici, in quegli altri anni venne fatta la fortuna delle religioni. Venne fatta la separazione dallo Spirito.

E l’Uomo, allora, è diventato polvere da gioco, la camera scura dell’universo. Si è lasciato poggiare sulle tavole e infilzare dai versetti della spada. Si è lasciato accecare dall’impronunciabile vendetta dell’occhio. Ha ridato corpo al vecchio nido di Satana. Ha preferito confessarsi debole e inetto.

Dopo Gesù Cristo si dovevano accendere le lampade dell’Amore, le nostre immagini diventare davvero somiglianti a Dio.

Ma l’Uomo ha pensato alla sua parte malefica, ha lasciato crescere le sorgenti del dolore e dell’assassinio. Ha ceduto il suo cuore alle menzogne dell’effimero. Ha lasciato venisse calpestato Dio dalla volontà delle vite dell’inferno, e si è reso congegno di morte, bestia omicida.

Satana è stato furbo davvero, ha portato avanti la sua mietitura di anime riempiendo il suo regno di droghe e sesso, di ricchezza e potere. Del disumano. E l’Uomo non ha saputo allontanarlo, e si è voluto ingrassare con la carne degli innocenti.

Satana si è cosparso di denaro di vergini di giovinezza. Dio ci ha dato un fusto spinoso con la promessa di farci risorgere. Satana ha concimato d’oro luccicante il suo frutteto. Dio ci ha dato una terra fangosa e l’impegno di un Paradiso. Satana è entrato nelle nostre porte con vasi di allegria. Dio ha scagliato pietre contro il nostro cuore per abituarci alla resistenza.

Eccolo, con la nostra complicità alle trombe fatali di Satana, il conflitto terrestre: il mondo sarà una tomba e verrà profanata la Grazia di Dio.

Non ci basta come allarme?

Fiocchi di mani ad Aleppo, per Anas al-Basha

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E i civili morti dicono che dalle tombe neanche si sente, il rumore degli aerei. Che sotto terra non riluce per niente la polvere da sparo. Che loro sono nel lato successivo del creato, opportunamente opposti alla nostra vita. Alla nostra guerra.

Neanche Anas Basha voleva sentire, e credeva si potessero lasciare delle impronte tenere in mezzo alle macerie. Lui credeva che l’amore stesso potesse respingere al  cielo le bombe. Lui credeva bastasse quel suo naso rosso per allarmare tutti i cuori dell’umanità.

Raccontano saltasse tra le rovine come un matto, o qualcuno che volesse scrivere, sulle pagine di quella storia, l’allegria. E che i bambini gli tenevano la coda, consapevoli fosse uno straccio di speranza. E che lui stava al centro dei loro fiocchi di mani, come davvero un giglio.

Anas Basha era felice per gli assalti e i baci, la sua anima scintillava come un faro in mezzo a quelle case sgozzate, e sembrava che ogni sua risata riportasse la parola ai muti popoli occidentali. E sembrava fosse possibile che tutte le schiene, mozzate a metà, si rimettessero dritte per protestare contro un genocidio.

Anas Basha era l’uomo appartenente alla bontà, era l’esorcista del male. E ha voluto esserci nella nostra riunione terrena, per farci capire quanto essa sia rischiosa e fragile. Per farci capire quanto momentanea sia la nostra presenza.

Lui i civili morti li conosceva tutti, e li nominava come le vere forze tra gli uomini.

Portava con sé una manciata di terra e fiori, e ne faceva nido e ne faceva ghirlande. Lui tracciava l’armonia e pure il grido del suo popolo.

E sembrava ogni volta chiedere: cosa siamo adesso noi, con la fame nella bocca e l’angoscia dentro al cuore, cosa di altro siamo se non carne per un sepolcro.

E intanto i bambini erano affamati delle sue risate, l’univa via veramente divina per la conservazione.

E intanto il cielo gocciolava esplosivi, massicce bombe come fossero mandorle calde: aveva nel volo le unghie del Potere, e quelle graffiature dissanguavano già prima della morte.

E intanto le bruciature nella pelle erano un anticipo. E poi saltavano in aria i paletti, e le case e le braccia e le caviglie.

E da qualche parte le banche oliavano i pallottolieri. E da qualche altra parte i russi e gli americani vedevano tutto.

Anas Basha dicono sia crollato come una rovina.

E che nessuno sia riuscito a tenere la sua testa tra le mani, perché non è rimasta.

E che nessuno sia riuscito a sostituire il suo naso rosso, perché non è rimasto.

E che nessuno riuscirà a imitare il suo strillo acuto, dopo quell’esplosione nel petto.

Culpa sibi admissa, Lapo Agnus FIAT *

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La finestra di fronte a La Stampa era sempre accesa, come un occhio della luna. Patrizia sapeva apparire come una ricamatrice seduta al telaio della vita: ci diventava matta a rammendare cuori: dicono fosse una cerva, che sapesse togliere i sudari dai corpi in maniera agile e veloce.

Dietro al vetro, Lapo, guardava alcuni uomini affaccendati a incolonnare notizie, e aveva la sensazione di sentire le rotative, di sentire il rumore della delusione dentro al suo orecchio. Doveva esserci anche casa sua, lì dentro. Ma lo avevano chiuso fuori.

E Lapo sostava nella casa di fronte: quella delle farfalle e delle estasi, della pace dai rimproveri; quella dei balsami sui chiodi nella pelle.

E Lapo diceva del suo talento, troppo irregolare per la sua famiglia. E sudava a nominare sua madre: ne aveva paura; ripeteva che tutti i bambini hanno avuto aggiustato un cuscino, e sentito cantare una favola, hanno avuto un bacio.

Lapo aveva avuto molto freddo, senza che nessuno se ne accorresse.

Lapo lo sapeva che per farsi sentire doveva farsi male.

Chiuso fuori.

Lo sapeva che sarebbe stato pericoloso spostarsi dalla linea dell’ossequenza. Contestare la severità dell’Avvocato anche da morto; che se lo avesse visto dalla sua finestra avrebbe avuto un gesto di collera.

E Lapo pensava a Giorgio, chiuso fuori e poi lasciato morire in una clinica psichiatrica. E pensava a Edoardo che ha preferito essere un uccello in picchiata, perché quella vita gli bruciava intorno.

Chiuso fuori.

E pensava a John che aveva la spuma dell’oro nel letto, che gli era ostile: quel ragazzo aveva anche il cuore inamidato, oltre al sorriso.

Lapo, lo sapeva che non appena possibile sarebbe stato seminato nel vento, si trattava di tempo, di occasioni.

Chiuso fuori.

Anche dalla finestra del Notaio, con dentro John sua madre sua nonna.

Chiuso fuori.

Lapo lo sapeva che per farsi sentire doveva farsi male.

E così ha aperto la sua caccia al tormento; sempre più debole e confuso ha lasciato caricassero sulla sua schiena ogni fascio di rovi.

Si è fatto macellare, scannare da ogni perversione, da ogni vizio.

Ha deciso di entrare ovunque gli avessero aperto, anche in quelle case che effondevano il fumo dell’inferno. Ha deciso di perdere il suo genio a vantaggio del suo squilibrio, di farsi sciogliere nel corpo un’invincibile forza. Ha deciso di alimentare da solo la corrente dell’amore, di concedersi un onore nell’infinito.

Chiuso fuori.

Lapo lo sapeva che per farsi sentire doveva farsi male.

*(attribuita la colpa a se stesso, Lapo sia fatto agnello)

Lo zero indispensabile – Sindaco, non un quinto assessore ma un azzeramento-.

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A volte gli appelli sono soltanto un suono sordo, neanche discendessero da un linguaggio incomprensibile. E spesso si attende che cadano nel dimenticatoio: così che nessuno rimanga impegnato. È, questa, costumanza tra i politici, per loro quasi una regola. È una forma diplomatica di rifiuto, in attesa di far sboccare l’invito nell’abbandono. Poco importa se nel frattempo  i cittadini vengono divorati dalle inattività gestionali.

Capita che anche a Taurianova lo stile non cambi. Capita che nessuno, tra i nostri politici, sembra voglia ascoltare la gran voce della nostra comunità: che implora una svolta per non finire nelle profondità del’isolamento, per non essere risucchiata dall’ubriachezza di qualche dannato ambizioso. Per non ascoltare più le volgarità e gli attacchi personali che a nulla portano, se non al godimento delle morbosità represse dei pochi.

La società taurianovese, si sappia, non vuole interessarsi ad altro che allo sviluppo e al progresso della comunità; il resto rimanga fuori perché è fuffa, miseria intellettuale, e deve rimanere lontano dalla gestione amministrativa. I contrasti personali non devono essere un danno per il bene comune.

Gli esempi di attaccamento vanno incentivati, promosse le iniziative spontanee di progresso. Vanno lasciate aperte le braccia a chiunque voglia impegnarsi, senza tifoserie di sorta o distinzioni di appartenenza.

Ed è per questo che torno a reclamare. Per Taurianova, una conduzione comune: che sia di salute pubblica, di pacificazione governativa, di cancellazione delle astiosità; affinché vi sia finalmente una rivolta civica e civile.

E per questo che rinnovo il mio appello al Sindaco Scionti. Si presenti al prossimo consiglio comunale, magari aperto, con una Giunta azzerata; lasci sganciate dalla politica le collaborazioni. Proponga ai consiglieri il Patto Collettivo. Tutti uniti per stilare il programma di rinascita. Dia la possibilità a chiunque di proporre progetti e sistemi per la loro realizzazione. Di quel consiglio comunale ne faccia popolazione viva. Apra al cittadino, che ha idee libere e concrete. Proponga, a sua guida perché eletto Sindaco dal popolo, un’amministrazione che comprenda tutti i consiglieri (con un colpo secco spiazzerà ogni dubbio e ipocrisia). Faccia sì che le commissioni siano fonte e luce di proposte, faccia sì che le associazioni cittadine siano partecipi di ogni atto deliberativo. E chieda agli Assessori al Presidente del consiglio a chiunque incassi anche un centesimo per l’incarico di rinunciare a quelle spettanze. E ci rinunci anche lei Signor Sindaco. Rimetta i soldi dovuti ai vostri incarichi politici nel bilancio comunale. Costituisca un fondo per interventi sul territorio, fosse possibile anche con uno storno di bilancio, e investa ogni mese quelle somme con attività evidenti: la pulizia di una piazza, la sistemazione di un marciapiede, la sostituzione di una lampadina, una cena di solidarietà, un contributo alle famiglie povere; ogni mese un proposito. E renda questa nuova attività amministrativa trasparente e pubblica, con un giornale online, cosicché i cittadini sappiano dello sforzo che si sta compiendo. Sia lei, Signor Sindaco il primo a eliminare le bandiere e gli stemmi. Migliori con un dibattito pubblico questa proposta di base. Renda tutto bianco.

Annunci alla città questo che può essere il suo intendimento, e vada in consiglio. Io non ritengo vi sarà nessun incosciente tra i consiglieri capace di bocciare la sua proposta. Io non credo le faranno mancare i numeri per governare: boccerebbero se stessi, perché il suo è un richiamo collettivo.

Lei, sia chiaro, è l’unico autorizzato a farlo, perché liberamente scelto dagli elettori.

Ci provi, e stia certo che i cittadini, in questo, la seguiranno.

Michele Caccamo