NULLA PRECEDE LA MADRE

-di Michele Caccamo-

Siamo stati accolti in un corpo che ci ha preceduti, che ci ha fatto spazio; che ci ha contenuti nella sua pienezza. Non vi è idea, relazione, forma, che non tragga origine da quel primo gesto di ricevimento.

La madre è ciò che anticipa il linguaggio, dove lei è negata l’identità di disgrega, la civiltà si indebolisce, l’infanzia si svuota.

Dove è ridotta a una funzione riproducibile, surrogabile, appaltabile, ciò che si perde non è un corpo, ma una verità spirituale: perché l’amore non nasce da una prestazione, ma da una presenza assoluta.

Ritornare alla madre significa ricollocare l’umano nella sua origine reale, significa anche denunciare la crisi simbolica che attraversa il nostro tempo: l’assenza di principi, la cancellazione del limite, la disintegrazione del legame.

Le comunità che onorano la madre custodiscono la propria dignità spirituale, quelle che l’hanno dimenticata hanno intrapreso la strada della decadenza.

La madre è la condizione assoluta per tutto ciò che viene dopo: è da lei che si apprende la grammatica del vivere, il confine tra l’io e l’altro, l’esigenza di abitare il mondo come ospiti e non come predatori. Difendere il ruolo materno significa opporsi alla neutralità, all’astrazione ideologica che pretende di eliminare le differenze.

Madre non è passato, è presenza, è ordine dell’origine, è certezza che l’umano non potrà sopravvivere con la sua cancellazione. Chi ha visto il suo volto ha conosciuto, senza saperlo, la prima forma del sacro. Non perché sia divina, ma perché è attraverso di lei che l’infinito si è fatto corpo, che l’eterno ha chiesto ospitalità nel tempo. Ogni autentica spiritualità inizia da quel volto che ci ha guardati prima che noi potessimo vedere.

Oggi si tenta a dare alla madre una funzione subordinata. Ma l’umano non nasce da un’idea, nasce da un grembo che ha saputo contenere, sostenere, crescere.

Il pensiero moderno tenta di rimuovere la figura affettiva della madre, di farla sembrare una possibilità tra le altre. Come se il suo ruolo fosse negoziabile, con vari espedienti.

La pratica della maternità surrogata, così tanto sostenuta, diventa una frattura insanabile tra origine e continuità. Il bambino che nasce da un grembo che non lo terrà con sé, che non sarà l’affetto della sua quotidianità, subisce fin dal principio un taglio, una dislocazione il suo essere generato e il suo essere educato. Questa separazione non ha una radice naturale, ma tecnica. E ciò che viene trasmesso al figlio è un immenso caos: quello di non sapere da dove comincia la sua storia, e a chi appartiene il suo inizio. L’inseminazione artificiale, pur tra le sue ambiguità, conserva almeno l’integrità della relazione madre-figlio. Il grembo che genera è lo stesso che accoglierà, il corpo che ha contenuto sarà anche quello che custodirà. L’essere umano, pur in un’origine tecnicamente mediata, riceve un’unità simbolica fondamentale: sapere che chi lo ha portato in grembo lo terrà, che chi gli ha dato inizio non scomparirà. È la continuità dell’origine a essere decisiva, non la perfezione del metodo.

Una civiltà che produce figli senza legami, e madri senza figli, è una civiltà che si autocondanna a una genealogia senza volto. Là dove l’origine è disincarnata la relazione diventa meccanica.

Il padre è sì figura fondamentale, struttura, orientamento. Ma la sua funzione si inserisce in un secondo tempo. Non c’è gerarchia, ma ordine del senso. E solo se il principio è riconosciuto può esserci trasmissione, educazione, futuro.

Non si tratta di idealizzare né di sentimentalizzare.

La madre non è un’icona, ma una verità organica dell’umano; lei è la forma terrestre dell’eterno. In questo tempo che pretende di ridefinire tutto, che confonde la libertà con l’arbitrio e la differenza con la diseguaglianza, difendere La madre non è un atto conservatore, ma un atto radicale, un gesto di resistenza spirituale.

E se un futuro sarà ancora possibile per l’uomo, sarà un futuro generato da questa memoria: la memoria di essere stati accolti. Non allevati in laboratorio e messi al mondo per contratto, ma creati da un amore che non chiede mai nulla in cambio.


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