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Lettera tardiva a Mia Martini

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Potessi aspetterei duemila o più di tremila anni pur di poterti cercare. Per poterti chiedere come sei poi riuscita a levarti di dosso la polvere dell’ostilità umana.

Per chiederti come adesso vedi gli asini e gli sciocchi: proprio quelli che hanno pianto quando sei partita, quelli che ti hanno creduta Donna illegittima; proprio quelli che ti hanno riempita di amaro le narici e le vene; quelli che ti hanno portato in dono le coppe colme di acido zecchino.

Per chiederti se il vento dall’universo abbia saputo rendere più dolce il tuo morire.

Già, la morte.

Cosa vorrà mai dire quando per come sei venuta te ne sei dopo andata? Agile cerva piombata in terra dall’ambiente di Dio: come anche il mare il cielo la luna e qualche altro cuore naturale. Poi diventata d’improvviso un pensiero di cenere e d’amore.

Hai deciso di chiuderci la tua casa.

Hai deciso di toglierci il mistero della tua voce: inimitabile e suprema, di quelle che non se ne hanno più.

Hai deciso che la vita fosse un’opposizione inutile alle tue qualità e allora l’hai aperta: con un grido dentro al seno della terra sganciando il lembo principale della gloria eterna: come sanno fare i rivoluzionari ci hai messo un ordigno e un fulmine e un rumore che ancora stanno rimbombando.

Che poi fossi la Storia, la luce radiosa, la vampa della canzone italiana, la voce mai più udita, potrebbe non interessare a chi, come me, ha un intento superiore e meglio saggio.

Per altre colpe sei stata nelle mani di cercatori di pietre, di matrone linguacciute, di venditori di bestiame; ti hanno bucato il palpito del petto e approfittando della tua stanchezza ti hanno messa in un letto di neve, per non fare più aprire alcuna gemma al tuo cuore.

Io, Mia, come per la fede degli innocenti ti celebro; senza vi sia una realtà adesso vera; come fossi la mia ala sottopelle, come fossi un sogno grandioso. Molto meglio una speranza.

Io, Mia, attendo l’incontro con la tua pura coscienza: cerco di immaginarlo fra le tue braccia senza debolezze per la lunghissima assenza. Attendo di finire nell’altezza della tua rifioritura; così semplicemente, come in un qualsiasi giorno primaverile.

Tu, Mia, per adesso dormi, bella tra le anime.

 

La canzone civile e senza prudenze di Claudio Baglioni

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In qualche strato del globo ci saranno pure gli “esploratori del futuro”, a fare i garzoni per separare le rocce profane e, per come chiedeva Evtusenko, a rendere più illuminato il racconto umano: la nostra essenza, lo sappiamo, è una conca piena di semi e pure in questo buio ha una bella fioritura; una grafia inimmaginabile in questa vita, che dolorosamente reggiamo.

E allora la nostra esistenza viene tracciata per versi, per canzoni a volte dette leggere: fino ad animare la crosta del firmamento come si avesse l’uso delle chiavi per la Fede, oppure un grimaldello per demolire le catene che ha in corpo l’Amore.

Tra noi ci sono quelli che catturano in volo le bianche ispirazioni dell’Anima: per incarico speciale: come dovuto ai puri.

E io per questo, Baglioni, lo metterei a innalzare dighe, freni di protezione, a raccontarci di quante volte è riuscito a fermarsi sui colli dell’avvenire, di quante volte è riuscito a guardare oltre i predatori del pensiero, alle loro architetture diaboliche.

Lui ne ha la competenza e la scienza; sia che costruisca per rime o assonanze, ne ha la cultura. Scopre, con apparente facilità i messaggi segreti dell’Universale Costruito, ne conosce il linguaggio e ci istruisce facendoci cantare; volendoci avvicinare non forzatamente a un Dio ma al tempo perfetto: dell’incontro in fratellanza tra i popoli, secondo la migliore tradizione evangelica. E ancora insegna, con il suo atto di obbedienza alla fragilità del corpo, con il suo rapporto di unità con l’Oltre.

Io, Baglioni, l’ho sempre considerato un proletario: operaio con la mano al cuore per la Gioia umana, vicino ai sentimenti maggiori: ogni sua canzone ha incoronato un nido per bisognosi. Lui ha scoperto le antiche sale della Verità, le più belle di tutte nella nostra vita, e le ha di più ornate con la musica migliore.

La sua è una canzone “civile” per come deve essere, viva nella bocca di chiunque senza prudenze: che intervenga per distruggere o lodare o anche per conservare.

Baglioni io lo vedo, tra le nostre antinomie, impassibile come un amico confidente, un uomo di stirpe accesa: mentre noi siamo nel deserto e giriamo intorno all’ago del mondo reale, lui cambia l’aria e ci fa ruotare nel sogno.

È una sua maniera per farci rimanere inebriati, farci sentire come fiori sbocciati in primavera: freschi come avessimo nei petti il respiro del mare.

Baglioni usa il ferro e allo stesso modo il miele, non so come, con la stessa leggerezza. Io penso lui abbia nella mente la splendida forma del seno di Dio: il regno che nell’Amore dispone accoglie cura risana, salva.

http://faremusic.it/2016/04/15/la-canzone-civile-e-senza-prudenze-di-claudio-baglioni/

Valentino Alfano, il favolatore di Mina

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I laghi sembra partoriscano soltanto nebbia e zanzare, cementino il paesaggio: non si vede né un’onda né un moto impetuoso. Hanno la forma chiusa in una bolla, come volessero tenere fuori le disgrazie del mondo, le ceneri dei nostri corpi. Come volessero mostrare il loro tentativo di splendore, messo in perfetto equilibrio. E così, nel loro cielo, anche le stelle sembra non abbiano trascendenza, anelli eterni.

Ma i laghi, si sa, sono la metafora dell’inquietudine, i banditori dell’animo umano; diventano terra e sangue, distruzione e amore, diventano vasi per ogni fiore diverso. Se ne sarà accorto Valentino Alfano che, sentendo la forza fino alla bocca e i pensieri nelle mani, aveva capito quale sarebbe stato il suo mondo di gioia.

Lui, profugo di Sicilia ed ora operaio al Lido di Lugano, riempiva le assi che colorava di note. Cimava le siepi a piccoli nidi, come fossero grembi per le sue parole. Lui, operaio al Lido di Lugano era diventato un servitore felice dell’incanto.

Lui, era arrivato fino alla ruota del cielo con un solo tono di voce. Nel punto più alto, dove non esiste né un tetto né una porta, dove tutto si espande nell’aria infinita fino a tornare alle orecchie umane.

Valentino faceva sentire la sua voce, la sua disobbedienza alla condizione umana, la sua ribellione: come avesse deciso di non rassegnarsi al suo destino e di uscire da quel limo lagunare di condanna.

Il lido di Lugano a volte è anche generoso, e l’acqua sembra ritorni per qualche attenzione. Le parole di Valentino facevano eco alla risacca del lago; armoniche e sonore già cantavano, avevano nel cuore la chiave della Bellezza, arrivavano alla vita.

Anche Massimiliano vi si era smarrito, in quei versi fondamentalmente perfetti. Volle capire quell’alfabeto assolutamente intimo: avrebbe preso un pianoforte un complesso di archi o i quattro elementi dell’esistenza per risalire verso quelle frequenze vocali.  In un attimo lo cercò, con la delicatezza di un’energia morbida: proponiamo a Mina di cantarti?

Valentino mandò un grido, finalmente liberato, nel sogno. Non sarebbe più passato attraverso i ladri del suo tempo, nessuno avrebbe più percosso le sue giornate con ordini di lavoro.

Vennero per anni le sue stesse storie, e la voce di Mina in un azzurro senza pari a cantarle come un’amica, una complice che tutto sapeva.

Lui, l’operaio del lido di Lugano, o come mi piace dirlo Valentino Alfano, il favolatore di Mina.

-Valentino Alfano è cantautore.

Ha scritto finora per Mina 14 canzoni.

Lavora come operaio al Lido di Lugano.

È natale..già cantata da Mina è stata anche interpretata da Irene Grandi

Devi dirmi di si..sempre cover di Mina da Roberta Bonanno.

Due anni fa ha inciso il suo primo cd intitolato “2foto” prodotto da Lorenzo Vanini –

Andrea Parodi e lo spettacolo finale

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Vi era stata in quel mese di ottobre un’aria impura; neanche il cielo riusciva a trovare il più alto firmamento, e l’ovunque si faceva sempre più scuro.

Andrea era da qualche giorno un angelo dormente, per niente ignaro del suo prossimo destino e già senza il suo canto. Aveva gli occhi fermi e nello sguardo nessuna misura.

Non vi sarebbero state più scuse valide per allontanare la morte: in quegli attimi è il Dio del Tempo, l’oltracotanza imperiosa, e schiude il suo respiro nelle orecchie e negli occhi ancora e poi nel cuore: la Morte ha il suo benfatto congegno nel fiato.

Chi lo guardava dal profilo non sapeva ancora crederci: Andrea sembrava giocasse puntando il naso verso il soffitto come un uomo, o possibilmente un uccello, che voleva lanciarsi in Alto e ben prima che lo facesse la sua Anima. Erano vani i richiami e le preghiere, di chi ancora credeva bastassero a cambiare la sorte.

In un giorno marchiato dal diciassette Andrea deponeva il suo corpo stanco, per spostarsi verso l’arco maestoso dell’Eterno.

Il bolero, ed era meno di un mese prima, avanzava sul palco, con la stesso tempo di un coltello pronto a recidere. E Andrea, lì, sorrideva alla vita, e fino allora alla speranza, dolce e magro come una cavalletta.

Un riepilogo finale, un vero atto d’amore verso la Sardegna, verso l’Umanità, verso sua Moglie.

La sua voce arrivava nel fondo dei nostri sentimenti, come una cura capace di risanare e di rendere la Pace. E si avviava verso le scalate delle note altissime ancora una volta senza alcuna caduta.

Lui, che aveva ricevuto in gola la gradazione spirituale e forse la giusta tonalità dell’Universo, sarebbe diventato, nel vento delle cime azzurre, il nostro gabbiano.

Andrea cantava i bambini della guerra, i riposi malandati per l’assenza dell’amata; cantava di quell’Hotel nel Supramonte dove è mancato il riguardo per due innamorati che si sapevano soltanto tenere per mano. E ancora cantava la ninna nanna del fuoco sardo, ascoltando, senza farsi scoprire, il suono delle sue cellule morte. E teneva alla fine le rose per il gambo, quasi a segnarle testimoni per la sua sepoltura.

Quel ventidue settembre era un Uomo sereno, ma già lontano da noi.

Andrea Parodi è morto il 17 Ottobre del 2006.

Il suo ultimo concerto è avvenuto il 22 settembre del 2006

Bungaro, l’aviatore con la luce nel vento

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Il suo rigo musicale ha erbe felici, che anche dalla luna arrivano i sogni e gli squarci luminosi. Per quanto possano sembrare invisibili i suoni saltano sui tetti e sui cuori, e il cielo tiene tutti i tempi.

Bungaro è per definizione il Maestro festeggiante l’esultanza: nonostante sia così poco elettrico, trova negli scambi d’intesa le motivazioni principali della fraternità, ovunque manchi qualcosa  riesce a sistemare una melodia.

Come un aviatore scivola nell’aria con la luce nel vento; nei nostri mucchi infelici, come fosse un ambasciatore del prodigio: con la prima punta ferma nella passione. E si dondola tra i rami, nel verde selvatico della nostra vita, come un folletto nascosto nella maestà di ogni magia. E per essere normale ci cerca esclamando “perché c’è speranza che il nostro deserto diventi giardino”.

Così ci arriva l’esempio sano nell’armonia del cantautore, la sintesi del puro e dell’onesto: come un fanciullo in preghiera si fa sentire perché nessuno si perda nella zona zero della canzone: nel costume corrotto, nel sistema del mercato.

Non cerca tanti virtuosismi, perché la sincerità non necessita di altre proposte, di forze alternative. Basta battere un tempo regolare, per farsi capire.

Bungaro ha deciso di intenerirci, di violare la nostra tristezza; di creare con i suoi canti un piccolo porto per i nostri momenti desolati, e proprio quando siamo pronti a buttarci al diavolo ci tiene sulle sue spalle, infiorate di leggerezza.

È un uomo gentile, o anche la storia delle emozioni; il grido cantato o la voce affilata, la collera curativa per le nostre coscienze.

E come pettina la Bellezza, come infiamma gli occhi ciechi, come in questo mondo che brucia riesce a lasciarci innamorati.

È potente la sua musica, che prende leva e va lontana: come una testa d’ape porta con sé il nostro sangue e la nostra resa.

È colossale la sua intenzione di condurci in un altro luogo, in un riparo alto quanto forse la vocalità dell’Universo.

Bungaro sa lavare la nostra fanghiglia, le nostre ali caricate di polvere, le nostre immoralità, i nostri saccheggi alla fedeltà. Sa farci slittare nei piani deserti dove rimangono i salvi: dalle schegge del dolore o dalle assenze o da chi non regge le memorie, da chi non sa inventarsi più nulla.

Bungaro è un fuorilegge messo a capo di una sommossa sentimentale.

Così, con lui sarò un disertore. Perché anche io non ho (più) paura.