FRANCESCO DI GIACOMO E RODOLFO MALTESE O DELLA NUOVA TEOLOGIA

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Oggi ricorre il terzo anniversario della sua morte. Ne avevo scritto, così.

 

A volte gli Angeli hanno bisogno di una diversa voce sentimentale, non solo di un’ugola capace di appassionarsi a un’estensione ma anche di un ruolo musicale da contrapporre allo sbaglio del caos: loro lo sanno che per la conversione incide di più una musica elevata che non i residuati brandelli della teologia.

È per questo che gli Angeli, a volte, cambiano le intonazioni degli uomini, alzandone le frequenze oltre il limite dei suoni. È un lavoro su ordinazione, e per quanto ne sappiamo svolto per raggiungere un senso migliore.

A Francesco l’hanno portato via di soprassalto; stava fischiettando e non pensava di essere un moribondo.
A Rodolfo gli hanno lasciato tutto il tempo per tremare, riempiendolo alla fine di materia secca.

Ma Dio, che ha una sua saggezza terribile, secondo noi da sterminatore, agisce per il primato della Creazione. Così mai Francesco avrebbe creduto di essere amato per reazione da Dio; mai Rodolfo avrebbe sospettato di ricevere nelle sue carni quel pericoloso dono.

Francesco era un non credente, un indispensabile comunista, e aveva l’onestà di non pentirsi di essere terreno: diceva di non avere alcuna corrispondenza con quello là. La sua realtà era talmente elevata da diventare una vocazione.

Rodolfo aveva una fede nuda e sapeva di appartenere a un cerchio vasto; non aveva nessuna inibizione a parlare di Anima perché era un bisogno dei vivi, pur trovandola in una lontananza assoluta rispetto all’uomo.

Francesco e Rodolfo avevano la stessa quiete profonda nelle parole. Una disciplina nell’amore infinitamente minuziosa. Un preciso suono, una nota alzata, erano sempre un viaggio al centro della vita. E portavano maestosi e liberi i loro messaggi di resistenza sociale. Francesco apriva la sua voce fin dove non ce la faceva nessuno, con un canto che era una massa di sangue, perché voleva farci preoccupare della deriva pubblica e della terribile perdizione in cui è stata infilata l’umanità. Rodolfo chiedeva alle corde musicali di protestare, di lamentarsi, di schernire quei fragili e comodi tappeti melodici.

Chi, come me, li ha frequentati non perderà mai neanche una loro riflessione: sulla vita, la tristezza, l’amicizia, la società, il piacere. Loro erano due Uomini al servizio dell’intelletto.

Adesso sono di nuovo insieme per un altro inizio: da eremiti liberi. Non aspettano più gli uomini, hanno iniziato le nuove esercitazioni nell’armonia celeste, e si lasciano baciare dai sacramenti del silenzioso infinito: due sposi vergini.

Dopo penseranno come riprendere a suonare, a non farci mancare la purissima bellezza nel cuore.

La loro morte è una pausa. Eccoli, in luce.

 

VECCHIONI, IL MERCANTE DI LUCE.

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E non è vero che solo gli altari riescono a far fronte alla morte: neanche fossero il grembo dell’universo, la nascita delle nascite.

Perché nell’Oltre, ed è certissimo, pur nella nostra infinita insicurezza, manteniamo intatta e intoccabile la coscienza della parola. E se così non fosse negli scaffali di un libraio si troverebbe pur sempre il segreto riparo: come in un sonno l’occhio, come in un guscio la mandorla.

Vecchioni lo sa e abita i luoghi del mondo negato: in un giallo di grano piuttosto che nel senso posticcio del vivere. È un solitario fanale messo alla prua della nave; un uomo che naviga, per portare in salvo la Poesia, i resti di Rimbaud, l’incanto della lontananza o, per come talvolta è accaduto, la fatica della propria esistenza.

È un uomo innamorato e melanconico, un inquieto che chiede si accenda una figura viva: che sia un treno, un cavallo, una sera intera in una fiamma.

È un figlio, per il padre una medicina d’oro, lo stesso che dopo una mano di dadi potrebbe dire: qui c’è un uomo, e ha un cilindro, un trucco, dopo il vino un singhiozzo; figlio mio la vita è solo una questione di partenze. Una gara, appunto. A colpi di tempo, di chiavi per lo stupore. E tutto si dovrebbe concludere, con le carte le scommesse i sogni: in un tramonto finale ma luminoso. Sì, “Papà, lasciamo tutto e andiamo via”.

E ancora la lotta contro questo secolo, fatto di destrutturazione del pensiero, di uccisione del sentimento. Per i figli, di tutti, oggetti permanenti nella noia, che hanno gli occhi mutilati e un’insistenza luttuosa: perché rammentino quanto sia comune la notte nell’animo. Perché lui l’ha visto Tommy, tremare nella luce: sembrava un uccello legato per il collo, con quella corda alzata al cielo. Leggero affinché nessuno potesse dargli del dannato.

Eccome se c’è stato anche l’inganno: la toga nera, la stanza nera, il cesso nero, l’insulto nero, la collezione di ombre nere. Il giudice, di nera potente pece.

Vecchioni apre brani come ring, per fare a pugni contro tutte quelle tristezze tumorali che gli hanno addentato la carne: ma è piccola la natura del male se c’è, da un mattino all’altro, quella forza invisibile del cuore; che lascia i suoni, i passi, e magari anche un battibecco, un rimbrotto: contro quel mistero secco che sta tentando di sprangare la porta. È il verso di ogni tumore, voler mettere intorno le pietre delle gelosie, e tante macerie scure. È la chiamata forte verso la sacra notte.

Ma, a ogni volta, basta una poesia, una singola rima per drizzarsi in piedi: perché un verso è un albero di sapienza e sa come mettersi d’obliquo nel piombo del cielo.

Non è per nulla vero che lui sia riuscito a fare un lavoro completo, una salvezza anche, nel suo e nel cuore degli altri. Perché nell’impeto delle sue camminate, tra le stelle e le case gialle di sole, ha lasciato un cratere, un dolore si dica, un patimento d’amore.

E ha avuto inganni enormi, quanto le grandi isole, mille mentitori in mezzo agli occhi. E ha posato il suo sguardo in altra parte, come un poeta pensieroso. Ma non ha mai voluto rimuovere le tenaglie dell’angoscia in nessuna parte della sua memoria. Perché la mente dell’uomo ha una sonorità uno spirito, a nessuno basta un calcolo di scavo per scendere fino all’anima.

E anche la speranza oltre la vita, come insegnamento di regolarità nell’amore: per un amico, il padre, una barca intera senza superstiti.

E il tormento a Firenze: in quella stazione, con i binari che gli entravano e uscivano dal cuore.

E sempre la forza infernale, e bella, della conquista. La danza che si rincorre per chitarra e tamburi.

E adesso si alza quel culo come un poema: lui anche morendo lo avrebbe cantato. Bello come un’opera implacabile, che gli andava incontro come fosse un contatto del paradiso.

E le rondini, le volpi che sono arrivate fino a lui. E poi le notti e l’inverno e i gufi, e utilmente ancora le stazioni.

Nelle luminarie di un palco continua a nascondersi: fino al fragile segnale di un vento notturno, per far volare i coltelli o gli ideali.

E infine il suo sorriso per Nina e Cloe e Francesca: due ali, il petto una farfalla intera.

 

 

Per le mie spine. Adieu, mes amour.

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Se avessi in un fascio i ricordi li terrei in alto fino a stancarmi la mano. Se non li avessi visti andare verso la solitudine, li metterei a festa. E quanto vorrei mi girasse il sangue verso il passato, verso quella gioventù che attendo torni.

Adieu mes amours metto davanti a me tutte le spine; io lo so che dall’altra parte c’è una sartoria per i cuori bucati. Lo so qual è l’abicì che dovrei tenere a mente, piuttosto che fingere di chiudere gli occhi per far scattare un’immagine rincuorante.

Tutto torna, dice Claudio Bondioli, e vorrei potergli credere. Non avessi davanti le stagioni assenti del mio presente.

Stasera preoccupo la mia anima, e metto la fronte al vento della giovinezza. E giro al suono della fisarmonica, e salto sulla bici di Valentino e mi incrocio in quell’abbraccio del conflitto civile.

Questa notte è balbuziente, o sembra avvenire dentro al salto di un grillo. È capace il mio rimpianto.

Se non ti avessi mai perduta, saremmo vivi. E non avrei cento zampogne nel dolore, non avrei nulla di incerto nel futuro.

Claudio Bondioli sembra abbia disponibili le stelle amiche, e quelle albe di sole fino; sembra possa farmi pensare al sereno. E affretta la rivolta, e apre la casa del vento con le dure chiavi che solitamente impediscono il cammino.

Adieu, e finché dura l’ascolto mi chiudo in un vincolo dorato. E guardo la mia mano dettare le note alle arpe, muoversi come stesse limando l’aria; come stesse contando i gambi di un grande mazzo di rose.

La nuvola di Ezio Bosso

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Un bruscolo, rimbalzato per missione: dalle sue dodici eternità, dall’illimitato tempo del non essere.

Un messaggero della beatitudine che riporta le stanze della nostra esistenza, fissandosi lui stesso nella dodicesima: della perfezione e della completezza.

Bosso, è ormai evidente, a Sanremo non ha suonato il piano, ma ci ha portati al valore sapienziale dell’Universo, agli specchi più puri creati dall’Essenza primordiale.

Il suo corpo in torsione, ma allineato ai campi cosmici, sembrava ai nostri occhi una rosa avvelenata, una spastica figura: ma non riusciremo mai a sapere quanto il suo spirito, quella sera, fosse vicino a Dio, alla scintilla della Bellezza.

Le sue espressioni erano volanti, come i segni che girano nella nostra memoria dando poi origine al giusto significato del Grandissimo.

Lui è davvero un innocente che proviene dal Paradiso: ha ventilato di chiarezza per tredici minuti il nostro sopore, la nostra arrendevolezza all’angoscia della vita: perché lui, che dava l’impressione di dover essere rianimato, ci ha dato ossigeno e fatto dimenticare quel sole nero che sembra ci abbia generati.

Bosso è un grand’Uomo: frantumato da una malattia, vive senza ossa verso la vecchiaia e si auto-partorisce ogni giorno, prima come una creatura sofferente e subito dopo come un’anima elevata.

È un cigno bianco; una nuvola: per immaginazione la nostra futura dimora.

Ha il colore della luna, come il figlio salvato dalla nostra discendenza: quando i serpenti e le dieci razze definirono la fine dell’umanità, senza prevedere le alte capacità dell’anima.

Lui si è lasciato allattare dall’infinito, come un sacerdote santo, per riportarci fuori dall’abisso, dai nostri preconcetti limitanti e così lontani dal Pensiero Celeste.

Bosso da Uomo forte, pur nel delitto che la vita gli ha dato, quella sera a Sanremo ha richiamato tutti gli istruttori della nostra esistenza sistemandoli in ordine, in una sequenza di note: rimettendoli vigili sul significato della vita: l’insieme.

È stato un ispiratore, per il nostro futuro.

 

La sera che Gaio Chiocchio non pianse, neanche per il dolore.

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Ha camminato la sua vita a culo indietro, come volesse tornare verso l’origine: e infilarsi di nuovo nelle acque della pancia, nel guscio dorato della protezione.

Gaio Chiocchio aspettava la sera, per nascere.

A quanti gli dicevano “torna a casa” ripeteva che non dovevano considerare un capriccio la sua assenza, perché lui era adatto per i baci del vento, e che nella notte recitava le preghiere contro il declino della Bellezza. Ma anche che anticipava il ritardo della nostra sensibilità, con scialuppe di vino a volte lanciate nel suo Tevere. Sotto i ponti.

Gaio confidava nelle stelle, in quella luce brillante che ammattiva ogni male. E sognava di avere una fune e polveri d’Amore: perché noi siamo piccoli, e nelle reti nere, miseri fino all’osso; assolutamente inutili all’architettura del Creato.

Gaio aveva scelto di non avere filtri, di non stare sotto l’occhio maggiore della società. Come un uccello o una gonna, per diverse altezze liberi, si sollevava in un balzo a rimproverare la nostra ubbidienza, la nostra cattivissima volontà: che è un ingresso nel niente, una  caduta per come si capisce mortale.

La sua anima è stata sempre in pericolo: legata ai sassi, agli spigoli dei marciapiedi, alla vertigine alcolica, che sapevano renderlo preda.

Non ci stava chiuso in casa, perché la vita lo guardava dalle porte. E i suoi occhi, zuppi di pianto, frenavano il talento dei suoi pensieri che volevano fuggire verso una gioia senza pari.

Gaio era un filo sottile, un fuso, in mezzo ai cazzotti che dava la nottata; era un vergine. Ma non immaginava ancora che si sarebbe infranto, senza neanche un ultimo vocabolo in bocca.

Gaio, richiamava tutti i sentieri della parola; scriveva versi come ghirlande, come fantasie tratte dai lampioni o dagli alberi. Ondeggiava per le strade come fosse un capriccio di mare; era il messaggero astuto della libertà. Meravigliosamente infantile. E si imbottiva le tasche con bottiglie di salvezza; teneva le dita unite davanti al petto per paura gli strappassero il cuore. Stava a buona ragione muto. Con tutti.

Gaio scriveva e ordinava le parole, in maniera che nessuno le potesse contaminare: seminava fiori per misurare la bontà della terra.

Ci è anche passato dalla piazza santa: come fosse il proprietario dell’Angelus, quella domenica del ’96. Si stava preparando alla morte: ed ha letto, lì, le preghiere cristiane, attraverso la terra e l’inferno. E aveva nelle mani una lamiera affilata, che anche la madonna ha tremato. E aveva già chiuso il suo conto, e l’espiazione della vita.

Gaio è stato un Angelo, un fuscello e un’aquila enorme.

La lingua di Dio gli aveva sussurrato alle spalle quale fosse la sua sorte. E lui l’ha ascoltata, nella sua agonia dolce e serena: perché la sua reggia era stata ricamata nella Poesia e nella malinconia; nella voglia strampalata di finire perduto nello stordimento.

Quale piccola tenerezza aveva mentre passava a una a una le osterie, mentre con un sorriso di sprezzo ordinava un mezzo rosso. Quale leggero piacere aveva nel sentirsi servo dei canti d’Amore dell’umanità.

Gaio ha vissuto in un inseguimento, nelle ali delle colombelle purissime. Nel panico che qualcuno lo svegliasse.

Quella sera finale è inciampato, e aveva il sangue alle tempie, e un cane che lo leccava. E il silenzio accanto.

Gaio non credo pianse, neanche per il dolore.

 

Fiorella de la mancha -La Mannoia, la combattente-.

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È come trovarla accanto alle pale dei mulini, alle nostre volontà consumate.  Siamo uomini stanchi. Ci scendono nelle carni le ortiche, e le pietre cadono come fossero gridi mortali: la nostra vita piange per assuefazione al dolore: è finita in un universo di solitudini, di esclusioni e di siringhe avvelenate.

Noi siamo soltanto uomini in guerra, dove sarà mai la fine?

Lei lo sa che siamo limacce messe sulla terra del silenzio, e che non abbiamo sonagli sulle schiene e neanche un raggio felice negli occhi. E che non scendiamo mai nel giardino bellissimo dell’amore: quello delle invocazioni liete e delle  gioie messe tutte d’intorno.

Fiorella non si rassegna. Ha ogni nostro figlio nel petto e le brilla la voce e ci riserva un asilo politico nel cuore. Taglia, cuce, ricama medaglie di decoro per ogni ripudiato. E ogni volta si inventa una guardia civile, o all’improvviso quel chiaro rosso della rivoluzione.

No, ai suoi occhi non tutto è terminato. Perché per lei anche se la paura è piena, per come vuole la regola di un buio freddo e spaventoso, c’è sempre una possibilità di allungare le radici verso l’insurrezione. Fossero necessari cento anni di coltelli.

Fiorella è una goccia nel sangue, e divora cantando il nostro spavento; come una parte scelta apre i nostri mattini e la luce alle lune che verranno.

Combattente è il corpo del gigante, una coda di seta che risale verso il volo. Un’anima di neve, così finemente detta.

Stanotte ascolto Fiorella, e tremo come fossi un grappolo secco e debole.

Per calmarmi penso: chi ama si ama.

Ma non è così, se immagino le vie deserte e la povertà e i perfetti sconosciuti che incontro. Se immagino di non esserci più con garbo nella mia vita, se chiedo di lasciarmi alzare, e con la mia migliore voce virile urlare “il mio volto, ecco il mio volto mangiato dalla vostra indolenza e dai vostri orridi interessi. Lasciate suonare il corno del mio ultimo fiato. Lasciatemi andare, via. La mia insignificanza è come la cenere. L’ultima cenere.”

Riprendo ad ascoltare, e con Combattente nascono le rose e la voglia di rincorrere un sogno: quel fausto desiderio di un sole una felicità di non vedere l’ora di essere sereni. Affinché nulla sia più prigione, nulla più pena.

E penso, chi ama si ama.

Lettera tardiva a Mia Martini

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Potessi aspetterei duemila o più di tremila anni pur di poterti cercare. Per poterti chiedere come sei poi riuscita a levarti di dosso la polvere dell’ostilità umana.

Per chiederti come adesso vedi gli asini e gli sciocchi: proprio quelli che hanno pianto quando sei partita, quelli che ti hanno creduta Donna illegittima; proprio quelli che ti hanno riempita di amaro le narici e le vene; quelli che ti hanno portato in dono le coppe colme di acido zecchino.

Per chiederti se il vento dall’universo abbia saputo rendere più dolce il tuo morire.

Già, la morte.

Cosa vorrà mai dire quando per come sei venuta te ne sei dopo andata? Agile cerva piombata in terra dall’ambiente di Dio: come anche il mare il cielo la luna e qualche altro cuore naturale. Poi diventata d’improvviso un pensiero di cenere e d’amore.

Hai deciso di chiuderci la tua casa.

Hai deciso di toglierci il mistero della tua voce: inimitabile e suprema, di quelle che non se ne hanno più.

Hai deciso che la vita fosse un’opposizione inutile alle tue qualità e allora l’hai aperta: con un grido dentro al seno della terra sganciando il lembo principale della gloria eterna: come sanno fare i rivoluzionari ci hai messo un ordigno e un fulmine e un rumore che ancora stanno rimbombando.

Che poi fossi la Storia, la luce radiosa, la vampa della canzone italiana, la voce mai più udita, potrebbe non interessare a chi, come me, ha un intento superiore e meglio saggio.

Per altre colpe sei stata nelle mani di cercatori di pietre, di matrone linguacciute, di venditori di bestiame; ti hanno bucato il palpito del petto e approfittando della tua stanchezza ti hanno messa in un letto di neve, per non fare più aprire alcuna gemma al tuo cuore.

Io, Mia, come per la fede degli innocenti ti celebro; senza vi sia una realtà adesso vera; come fossi la mia ala sottopelle, come fossi un sogno grandioso. Molto meglio una speranza.

Io, Mia, attendo l’incontro con la tua pura coscienza: cerco di immaginarlo fra le tue braccia senza debolezze per la lunghissima assenza. Attendo di finire nell’altezza della tua rifioritura; così semplicemente, come in un qualsiasi giorno primaverile.

Tu, Mia, per adesso dormi, bella tra le anime.

 

La canzone civile e senza prudenze di Claudio Baglioni

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In qualche strato del globo ci saranno pure gli “esploratori del futuro”, a fare i garzoni per separare le rocce profane e, per come chiedeva Evtusenko, a rendere più illuminato il racconto umano: la nostra essenza, lo sappiamo, è una conca piena di semi e pure in questo buio ha una bella fioritura; una grafia inimmaginabile in questa vita, che dolorosamente reggiamo.

E allora la nostra esistenza viene tracciata per versi, per canzoni a volte dette leggere: fino ad animare la crosta del firmamento come si avesse l’uso delle chiavi per la Fede, oppure un grimaldello per demolire le catene che ha in corpo l’Amore.

Tra noi ci sono quelli che catturano in volo le bianche ispirazioni dell’Anima: per incarico speciale: come dovuto ai puri.

E io per questo, Baglioni, lo metterei a innalzare dighe, freni di protezione, a raccontarci di quante volte è riuscito a fermarsi sui colli dell’avvenire, di quante volte è riuscito a guardare oltre i predatori del pensiero, alle loro architetture diaboliche.

Lui ne ha la competenza e la scienza; sia che costruisca per rime o assonanze, ne ha la cultura. Scopre, con apparente facilità i messaggi segreti dell’Universale Costruito, ne conosce il linguaggio e ci istruisce facendoci cantare; volendoci avvicinare non forzatamente a un Dio ma al tempo perfetto: dell’incontro in fratellanza tra i popoli, secondo la migliore tradizione evangelica. E ancora insegna, con il suo atto di obbedienza alla fragilità del corpo, con il suo rapporto di unità con l’Oltre.

Io, Baglioni, l’ho sempre considerato un proletario: operaio con la mano al cuore per la Gioia umana, vicino ai sentimenti maggiori: ogni sua canzone ha incoronato un nido per bisognosi. Lui ha scoperto le antiche sale della Verità, le più belle di tutte nella nostra vita, e le ha di più ornate con la musica migliore.

La sua è una canzone “civile” per come deve essere, viva nella bocca di chiunque senza prudenze: che intervenga per distruggere o lodare o anche per conservare.

Baglioni io lo vedo, tra le nostre antinomie, impassibile come un amico confidente, un uomo di stirpe accesa: mentre noi siamo nel deserto e giriamo intorno all’ago del mondo reale, lui cambia l’aria e ci fa ruotare nel sogno.

È una sua maniera per farci rimanere inebriati, farci sentire come fiori sbocciati in primavera: freschi come avessimo nei petti il respiro del mare.

Baglioni usa il ferro e allo stesso modo il miele, non so come, con la stessa leggerezza. Io penso lui abbia nella mente la splendida forma del seno di Dio: il regno che nell’Amore dispone accoglie cura risana, salva.

http://faremusic.it/2016/04/15/la-canzone-civile-e-senza-prudenze-di-claudio-baglioni/

Lettera a Susanna Schimperna (a proposito di Cattivi Pensieri)

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Cara Susanna,

nel tuo manuale di studio, “Cattivi Pensieri”, hai raccolto ogni particella viva, che fosse eletta o dannata, per elaborare la più completa e ragionata anatomia dell’esistente; e ritengo eccelsa la tua capacità di qualificazione ed elevazione dell’Io-Essenza.

Sono fondamentali, per una rapida comprensione, i distinguo che fai tra percezione e realtà, tra intimo e pubblico: vi è in questo una rara abilità, necessariamente minuta, di recidere il nervo che lega la carne alla Bellezza; e per carne intendo quella costruzione, fisica, dell’alfabeto globale che ci sta rendendo sempre meno affascinati dal nostro mistero e alimenta, vieppiù, una regressione sentimentale.

Pur desiderando una visione maggiormente mistica, condivido pienamente la teoria del circolo e della sua atmosfera amorosa: un esempio di lungo miglioramento non con l’assenza ascetica ma con la comunione sociale, quasi mai collettiva, basata sul confronto e sull’ascolto. E’ un ideale che va ancor di più esaltato permettendo vi sia una progressione interamente abilitata al perfezionamento dell’Anima, alla sua espansione fino all’Oltrespazio; ovvero, nell’inimmaginabile, sempre verso l’alto. “Altrimenti cosa esisterebbe a fare il cielo” (Rocchi), non dovesse proteggere la “risorgenza spirituale?

Ma è fondamentale, a questo punto e prima di andare avanti, che io ricordi e ripercorra un bellissimo poema indiano sulla Creazione e sul Circolo senza inizio né fine. E mi richiami a Brahma, il Centro del Circolo, al primario incontro tra Eros e Amore. Perché fu nel vuoto infinito che Brahma desiderò, per la prima volta, di fecondare la fedele Maya Creatrice: dal suo seno partorì milioni di punti luce che si sparsero nello Spazio; da quel pulviscolo nacquero miriadi di esseri, quelli che io definisco “le schiere dei bambini d’oro”. Erano la Perfezione. Volendo dunque ambire al cerchio del rientro in quella perfezione, è essenziale identificare l’indispensabile puro: abbandono di Scienza E Conoscenza, apertura al sapere e Sentimento. Solo cosi quel Cerchio sarà culla anche per noi, quando diventeremo Viventi Eterni. Ma nel descrivere sento quanto antica sia la meraviglia dell’Amore, finanche desueta.

L’uomo sa di aver perso il suo inizio maiuscolo e oggi, per sentirsi ingigantito, si mette alla pari con il suo possesso: uno schiavo infelice che non credo riuscirà, come invece auspichi, ad avere un “accesso diretto alla realtà con il corpo, non soltanto con la mente”, perché ha collane di lacciuoli che lo trattengono nel mondo che gli hanno figurato e che sembra gli faccia più comodo: vivere nei sogni stanca, sì. Ma la truffa e l’inganno non finiscono qui. Perciò. L’Anarchia viene dettata come fosse un’astrazione o ancor più spesso come paragone con il libertinaggio. E c’è una strana, quanto sospetta, attenzione a non farla intendere come si dovrebbe: cultura dell’equilibrio e dell’appacificazione; giustizia sana; allegria del corpo; libertà del pensiero e dell’Anima; unità sociale; mutuo soccorso.

Susanna, ritengo, purtroppo, che l’intelletto umano sia un muro, un luogo di ristagno.
Il cuore è forsennato nel suo respiro da manicomio, costretto alle aritmie da una società veloce; sa che il mondo buono è lontano, dalla tirannia in cui ci siamo cacciati, e il suo suono è sospeso nell’orrore , nella tristezza: che ci rimane attaccata come una scimmia.

Perdonami, mia cara, se non so dire d’altro ma so poco della critica letteraria (scrivo per sentimento non per conoscenza); volevo comunque darti la mia emozione. Puoi ignorarla, pubblicarla, strapparla. Al cestino della carta preferisco il fuoco.

Baci, Michele.

C’è dell’acqua torbida, a Nicotera.

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Non avevano messo i datteri nella testa del capretto, ma la sufficienza del piombo per un’intera famiglia: quella dei D’Agostino.

La ‘ndrangheta quando è spaventata fa così: si mette davanti alle nostre case e traccia solchi di sangue fin dentro al nostro grembo. Fa così quando pretende di ammutolire la ribellione.

E Antonio D’Agostino solo a nominarlo, già allora, creava un disturbo: scuro nervoso esattamente temibile. Gli hanno inviato cinque proiettili e una testa mozzata di capretto: un cliché che avrebbe seccato il sangue a chiunque.

Nicotera è talmente vicina agli aranceti incantati di Rosarno che durante la rivolta i bastoni degli immigrati hanno risuonato ovunque,  aprendo la coscienza di molti e colpendo il cuore di Arturo Lavorato e Felice D’Agostino: la ‘ndrangheta che sfrutta, la politica che mantiene la speculazione; e quegli uomini abbandonati senza angeli custodi, altri non fossero che i caporali. Nessun animo buono poteva stare in silenzio dinnanzi a tanta disumanità, bisognava intervenire e prima che arrivasse una vendemmia di sangue. Lo immaginavano, Arturo e Felice, già filmando la rabbia e la delusione di Franco Costabile. Oggi i nuovi poveri non sono solo tra gli immigrati. Loro due volevano salvare tutta la gente inerme e succube: Arturo, alla fine, ha scelto i “negri” tra gli aranceti, e al loro fianco ha lanciato il grido di allarme, contro la ‘ndrangheta contro il caporalato contro lo sfruttamento.

E ancora a Nicotera, in un giorno qualunque, hanno fatto un salto all’indietro aprendo il rubinetto dell’acqua: gialla come se tutta la ruggine del pianeta si fosse infilata nelle condutture sotto le case, come se la morte si fosse sciolta nelle viscere del paese. Era imbevibile, qualcuno aveva sommerso i pozzi di tossico. E fu così per ore, giorni, mesi.

Era necessaria una protesta, una reazione popolare; prima che il fuoco della morte si avventasse sulla cittadinanza. Un movimento, civico e civile, per il diritto alla vita: lo disse Lavorato, lo disse D’Agostino, lo disse Toni Capua, lo dissero centinaia di nicoteresi. Si riunirono. 14 Luglio, il nome scelto.

Quella è una comunità irremovibile, sarebbe stata all’erta: senza alcuna possibilità di cedimento, senza alcuna trattativa. I nicoteresi chiedevano un diritto, non un privilegio.

I cuori dei cortei mettevano sotto pressione la Sorical: l’attenzione delle autorità era puntata sulla gestione delle falde acquifere.

Nicotera era diventata un pugno, il diritto all’acqua era la via maestra. E ognuno aveva giurato che non avrebbe ceduto, neanche un millimetro, alle impaccature di giustificazione, create dalla Società di gestione dei pozzi comunali.

E c’era, tra gli altri, anche la cronista Dell’Acqua: aveva prontamente indossato l’elmetto e si era tuffata per la pesca del veleno. E ne parlava. Eccome se ne parlava.

Il Movimento 14 Luglio era forte. Toni Capua raccordava gli incontri, coordinava le iniziative a sorpresa.

Fu forse prima di qualche tuffo che alla Dell’Acqua venne fatto perdere l’equilibrio: e smise l’elmetto e smise la lotta. E pensò che in fondo il giallo dell’acqua non fosse poi così distante dalla colonia chanel, che ci poteva stare. Che si poteva smettere di parlarne, che il Movimento 14 Luglio poteva chiudere i battenti.

La Sorical inquieta aspettava.

L’intrepida cronista iniziò a buttare alla rinfusa articoli sconnessi, intenzionata a spostare l’asse del mirino. Aveva ancora le pale dell’elicottero sopra la testa, viste qualche giorno prima sul social e poi fatte scandalo, e poi ancora ingiusto merito. Aveva negli occhi un disegno ambizioso, seppur lontano dalla sua gente. E scrisse di tutto, e ogni storia era agevole, perché favorita da un quotidiano disattento.

La Sorical inquieta aspettava.

Il Movimento 14 Luglio non aveva intenzione di soccombere, tanto che chiese di poter replicare. E l’intrepida cronista, spalle forti, disse di no. Che era una limitazione, un bavaglio alla sua libertà. Ed emise strilli di allarme; e si dichiarò perseguitata, si dichiarò dell’antimafia.

E ci sono sempre i giornalai giornalieri cercatori della disonestà calabrese. E così ci hanno creduto, e così non hanno visto oltre.

La Sorical inquieta ancora aspettava.

Serviva utilizzare la ‘ndrangheta: è pur sempre un marchio buono e, a chi ha dimestichezza con la notizia, non sarebbe stato difficile farla passare per reale: la ‘ndrangheta, che vuole tappare le bocche. Ma non quella vera, che si preoccupava dei D’Agostino, di Lavorato, e dei cittadini di Nicotera che non avevano paura, serviva il suo fantasma da agitare sotto il cielo dell’antimafia. Fu così che l’intrepida cronista, spalle forti, divenne un caso. Con la complicità del disattento quotidiano, trasformò, in petizione (da presentare dove come a chi?) una semplice richiesta  di diritto di replica a un suo ennesimo impreciso articolo. Divenne combattente e soldatessa d’inchieste, in realtà mai avvenute, contro lo strapotere mafioso, e chi le stava contro un complice colluso. Divenne così martire, vittima di quei “cattivi” che chiedevano soltanto di poter ribattere. E la stampa nazionale senza investigare ha accettato l’inganno, e ha fatto grancassa.

E la Sorical, da qualche giorno, ha creduto di non dovere più aspettare.

E l’acqua ancora rimane imbevibile, e nei pozzi c’è ancora il tossico.

Il Movimento 14 luglio, è notizia di ieri, ha occupato il Municipio. I nicoteresi continuano la lotta, nonostante il fango della stampa nazionale.

La Costa degli dei è orlata di neve. Chissà mai quel candore non riesca a ripulire le condutture dell’acqua e qualche coscienza; chissà mai non riesca a lavare il rischioso peccato della cupidigia, o altre recenti dannose bramosie.

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