Rafah–
Il sabato è il giorno del silenzio di Dio.
Io sono sotto la pietra, con il lenzuolo sulla faccia e la mirra sulla pelle. Al buio.
Non so se tornerò.
A Rafah il valico è chiuso. Da una parte c’è Gaza, dall’altra l’Egitto. In mezzo ci sono i soldati e il filo spinato.
Non si esce dall’Egitto verso la terra promessa. Il mare non si apre.
L’Esodo al contrario.
Diciottomilacinquecento malati in attesa di passare.
Sono sotto la pietra. È sabato. Il giorno sospeso fra la morte e quello che verrà dopo.
Domani milioni di persone festeggeranno la mia resurrezione. Si vestiranno bene. Andranno in chiesa. Canteranno. Diranno è risorto. Mangeranno insieme.
A Rafah domani non risorgerà nessuno.
Questa terra non vi appartiene. E voi, americani, israeliani, europei, lo sapete.
Non vi appartiene Betlemme dove sono nato, non vi appartiene Hebron dove dormono i miei padri, non vi appartiene Gerusalemme dove sono morto, non vi appartiene Gaza dove stanno morendo.
E non vi appartiene Rafah dove il valico è chiuso.
Non vi ascolto più. Non vi perdono più.
La misericordia è finita in Palestina, il sabato prima di Pasqua.
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