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C’è dell’acqua torbida, a Nicotera.

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Non avevano messo i datteri nella testa del capretto, ma la sufficienza del piombo per un’intera famiglia: quella dei D’Agostino.

La ‘ndrangheta quando è spaventata fa così: si mette davanti alle nostre case e traccia solchi di sangue fin dentro al nostro grembo. Fa così quando pretende di ammutolire la ribellione.

E Antonio D’Agostino solo a nominarlo, già allora, creava un disturbo: scuro nervoso esattamente temibile. Gli hanno inviato cinque proiettili e una testa mozzata di capretto: un cliché che avrebbe seccato il sangue a chiunque.

Nicotera è talmente vicina agli aranceti incantati di Rosarno che durante la rivolta i bastoni degli immigrati hanno risuonato ovunque,  aprendo la coscienza di molti e colpendo il cuore di Arturo Lavorato e Felice D’Agostino: la ‘ndrangheta che sfrutta, la politica che mantiene la speculazione; e quegli uomini abbandonati senza angeli custodi, altri non fossero che i caporali. Nessun animo buono poteva stare in silenzio dinnanzi a tanta disumanità, bisognava intervenire e prima che arrivasse una vendemmia di sangue. Lo immaginavano, Arturo e Felice, già filmando la rabbia e la delusione di Franco Costabile. Oggi i nuovi poveri non sono solo tra gli immigrati. Loro due volevano salvare tutta la gente inerme e succube: Arturo, alla fine, ha scelto i “negri” tra gli aranceti, e al loro fianco ha lanciato il grido di allarme, contro la ‘ndrangheta contro il caporalato contro lo sfruttamento.

E ancora a Nicotera, in un giorno qualunque, hanno fatto un salto all’indietro aprendo il rubinetto dell’acqua: gialla come se tutta la ruggine del pianeta si fosse infilata nelle condutture sotto le case, come se la morte si fosse sciolta nelle viscere del paese. Era imbevibile, qualcuno aveva sommerso i pozzi di tossico. E fu così per ore, giorni, mesi.

Era necessaria una protesta, una reazione popolare; prima che il fuoco della morte si avventasse sulla cittadinanza. Un movimento, civico e civile, per il diritto alla vita: lo disse Lavorato, lo disse D’Agostino, lo disse Toni Capua, lo dissero centinaia di nicoteresi. Si riunirono. 14 Luglio, il nome scelto.

Quella è una comunità irremovibile, sarebbe stata all’erta: senza alcuna possibilità di cedimento, senza alcuna trattativa. I nicoteresi chiedevano un diritto, non un privilegio.

I cuori dei cortei mettevano sotto pressione la Sorical: l’attenzione delle autorità era puntata sulla gestione delle falde acquifere.

Nicotera era diventata un pugno, il diritto all’acqua era la via maestra. E ognuno aveva giurato che non avrebbe ceduto, neanche un millimetro, alle impaccature di giustificazione, create dalla Società di gestione dei pozzi comunali.

E c’era, tra gli altri, anche la cronista Dell’Acqua: aveva prontamente indossato l’elmetto e si era tuffata per la pesca del veleno. E ne parlava. Eccome se ne parlava.

Il Movimento 14 Luglio era forte. Toni Capua raccordava gli incontri, coordinava le iniziative a sorpresa.

Fu forse prima di qualche tuffo che alla Dell’Acqua venne fatto perdere l’equilibrio: e smise l’elmetto e smise la lotta. E pensò che in fondo il giallo dell’acqua non fosse poi così distante dalla colonia chanel, che ci poteva stare. Che si poteva smettere di parlarne, che il Movimento 14 Luglio poteva chiudere i battenti.

La Sorical inquieta aspettava.

L’intrepida cronista iniziò a buttare alla rinfusa articoli sconnessi, intenzionata a spostare l’asse del mirino. Aveva ancora le pale dell’elicottero sopra la testa, viste qualche giorno prima sul social e poi fatte scandalo, e poi ancora ingiusto merito. Aveva negli occhi un disegno ambizioso, seppur lontano dalla sua gente. E scrisse di tutto, e ogni storia era agevole, perché favorita da un quotidiano disattento.

La Sorical inquieta aspettava.

Il Movimento 14 Luglio non aveva intenzione di soccombere, tanto che chiese di poter replicare. E l’intrepida cronista, spalle forti, disse di no. Che era una limitazione, un bavaglio alla sua libertà. Ed emise strilli di allarme; e si dichiarò perseguitata, si dichiarò dell’antimafia.

E ci sono sempre i giornalai giornalieri cercatori della disonestà calabrese. E così ci hanno creduto, e così non hanno visto oltre.

La Sorical inquieta ancora aspettava.

Serviva utilizzare la ‘ndrangheta: è pur sempre un marchio buono e, a chi ha dimestichezza con la notizia, non sarebbe stato difficile farla passare per reale: la ‘ndrangheta, che vuole tappare le bocche. Ma non quella vera, che si preoccupava dei D’Agostino, di Lavorato, e dei cittadini di Nicotera che non avevano paura, serviva il suo fantasma da agitare sotto il cielo dell’antimafia. Fu così che l’intrepida cronista, spalle forti, divenne un caso. Con la complicità del disattento quotidiano, trasformò, in petizione (da presentare dove come a chi?) una semplice richiesta  di diritto di replica a un suo ennesimo impreciso articolo. Divenne combattente e soldatessa d’inchieste, in realtà mai avvenute, contro lo strapotere mafioso, e chi le stava contro un complice colluso. Divenne così martire, vittima di quei “cattivi” che chiedevano soltanto di poter ribattere. E la stampa nazionale senza investigare ha accettato l’inganno, e ha fatto grancassa.

E la Sorical, da qualche giorno, ha creduto di non dovere più aspettare.

E l’acqua ancora rimane imbevibile, e nei pozzi c’è ancora il tossico.

Il Movimento 14 luglio, è notizia di ieri, ha occupato il Municipio. I nicoteresi continuano la lotta, nonostante il fango della stampa nazionale.

La Costa degli dei è orlata di neve. Chissà mai quel candore non riesca a ripulire le condutture dell’acqua e qualche coscienza; chissà mai non riesca a lavare il rischioso peccato della cupidigia, o altre recenti dannose bramosie.


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