di Michele Caccamo
La letteratura vive stanca, tra le rovine del fugace, in un tempio profanato.
Era il tumulto dell’anima, la penetrazione nel cuore oscuro dell’essere umano.
Ora è un ornamento che contiene solo il vuoto. È il dire senza sapere. È il baratto dell’eterno per l’istante; è un peccato che spezza il legame tra l’uomo e l’infinito.
Oggi dilaga il contastorie, un mercante, tessitore di vanità incapace di arrivare al centro dello spirito. Nel suo giardino sterile piega la parola al plauso e non al significato. Narra il mondo ma il mondo gli sfugge. La sua scrittura effimera è diventata un veleno dell’essere: non solo appiattisce le menti umane ma le allontana dal loro destino eterno, le incatena a una superficie arida. È un inganno che soffoca il divino nell’uomo.
Scrivere è un atto di grazia e di sfida, un dono del soffio creatore, un dialogo con l’invisibile che abita ogni nostra fibra.
La letteratura non accarezza ma chiama con la voce dell’eterno; non riempie il silenzio, lo squarcia. È un inno, un respiro che unisce il fragile al sublime, una soglia che si apre sull’abisso e lo illumina. È un’ala che si tende verso l’alto mentre il mondo affonda, un’ascesa che strappa l’anima alla gravità del finito e la conduce al cospetto del mistero che l’ha generata.
È necessario un ritorno al verbo primordiale, all’origine.
Bisogna tornare a danzare sul crinale del mistero, dove ogni passo è un atto di fede; bisogna raccogliere i frammenti e farne un tutto.
La lingua va intrecciata con trame di seta e d’acciaio, va resa delicata.
Si deve professare il giuramento al cospetto delle cose, l’ode alla complessità.
Basta continuare a offrirsi al clamore, non si deve seguire il passo della folla e il suo tumulto nel nulla.
La letteratura non è per tutti, perché divora, estingue, strazia, non consola.
Dobbiamo tornare a essere orfici, sacerdoti, ministri del culto della parola.
La letteratura è iniziazione, servitù.
Scriviamo come se ogni riga fosse una traccia d’universo, un filo che cuce l’anima. Naufraghiamo nelle profondità, dove è possibile vedere la mente che si dissolve e si rigenera; dove il pensiero diventa miracolo, visione.
Leggiamo ciò che non si ferma alla riva. Cerchiamo il gorgo che chiama, il vortice santo che ci strappa alla prigione del finito; cerchiamo il verso che sfugge, la visione che spezza e ricompone.
La letteratura non è un porto quieto, è un’onda che inghiotte, un cristallo che riflette l’infinito, un mistero che tende la mano e conduce al confine di noi stessi.
La scrittura dei contastorie si dissolve senza aver fatto sentire un lamento, un inno, un’elevazione. È un sacrilegio, non porta alla verità, non porta all’essenza.
Dobbiamo essere viandanti e non ospiti del libro; pellegrini, non prigionieri di storie che lasciano niente.
La letteratura è un’orazione, una liturgia che si eleva si fa carne e ascende.
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