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BATTISTI E PANELLA: LA CONVERSIONE DELLA CANZONETTA

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E non davvero a portata di mano, ma in nessun luogo ha scelto di rifugiare i verbi: per darci da piangere o da ridere, o ancora meglio la possibilità di escluderci da questa realtà; per arrivare fino ai tempi più lontani, inibiti all’accesso della comune immaginazione, quelli che lacerano le nostre lampade vitali, e anche premono per giungerci nelle costole, o in mezzo agli occhi, come fossero saette avventurose.

Ogni verso di quelle opere è una battaglia, data per l’indipendenza della parola.  Non ho mai visto altra ricerca onesta e più coraggiosa, mai nulla che fosse così immortale, così intenso e profondamente laico.

Quelle opere non hanno niente a che vedere con i regolamenti della composizione testuale, perché Panella ha insanguinato il piano musicale di Battisti, lo ha reso adulto, per sua scelta incomprensibile, come si consente a una vera vena dell’avanguardia.

Battisti e Panella sono stati l’uva, il vino corrente, l’unico futuribile sovversivo: anche se per alcuni, del mercato discografico, erano dei cavalli morti, degli stravaganti con una presunzione intellettuale.

Le poverissime visioni degli addetti, all’impiego delle canzoni, volevano condizionarli, intralciarne l’evoluzione: mettere al posto del talento una quiete protetta,  rendere Battisti un sereno anziano e costringere Panella a non infastidire i ritornelli per le serate a mare.

Ma loro due, che tendevano all’assoluto, hanno sequestrato la salute della canzone per cominciare in anticipo una nuova storia. L’uno ha scritto quaranta poesie l’altro ha composto quaranta sigilli d’Arte musicale.

Battisti, scegliendo l’ estro di Panella, ha voluto scacciare i fantasmi dalle bionde trecce, l’impolverata costruzione metrica e la regolarità tecnica di Mogol.

Non poteva continuare, era diventato un mestiere, un appuntamento solito con un ormai invecchiato giro melodico: Battisti non poteva starci, non ha mai servito nulla di altro che fosse oltre la patria del suo genio.

E non ha limitato la sua musica con i metodi elettronici, ne ha anzi usato le battute come fonte di battesimo per nuove armonie: dieci cento cambi di giro, e altrettanti refrain nascosti, come se in ogni tempo ritmico ci fosse una miniera.

Lui ha fatto declinare la canzone per poi riprenderla in una conversione incantevole.

Aveva deciso di avviarsi verso una nuova libertà.

E così abbiamo avuto la sposa occidentale, allontanando gli specchi opposti e per altri motivi, lo scenario, il don Giovanni, e cosa succederà alla ragazza, e l’apparenza (dell’anulare in bocca), e i ritorni, quasi sempre campati in aria. Tutti esattamente creati per far coincidere l’indipendenza espressiva con la bellezza musicale.

Quanta immensa complicità, tra i due, al di fuori dell’orecchio cantabile; a dismisura quanto talento al di fuori da ogni riparo abituale.

Panella sapeva di avere una venatura ostile: per grandezza poetica entrava e usciva dai misteri paralleli. E ne aveva felicità. Era la sua parte migliore molto lontana dalle canzoncine già scritte, negli anni passati, per sfuggire alla fame.

Battisti non è mai rimasto nell’angolo appartato del successo, come fan tutti, si è con decisione aperto alla sperimentazione. Nel suo prodigio creativo aveva scelto di non camminare tranquillo nel solito tappeto musicale, ma di rifilarsi in una piazza compositiva isolata, rischiosa e non misurabile: forse anche feroce, perché il silenzio sarebbe potuto cadere sul suo nome.

Mogol, dal canto suo, voleva sempre vincere: aveva costretto Battisti a essere un vulcano ordinato; aveva reso esauribile la sua creatività, gli aveva imposto la morte, lo aveva reso un vilissimo musicista.

La sera che Gaio Chiocchio non pianse, neanche per il dolore.

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Ha camminato la sua vita a culo indietro, come volesse tornare verso l’origine: e infilarsi di nuovo nelle acque della pancia, nel guscio dorato della protezione.

Gaio Chiocchio aspettava la sera, per nascere.

A quanti gli dicevano “torna a casa” ripeteva che non dovevano considerare un capriccio la sua assenza, perché lui era adatto per i baci del vento, e che nella notte recitava le preghiere contro il declino della Bellezza. Ma anche che anticipava il ritardo della nostra sensibilità, con scialuppe di vino a volte lanciate nel suo Tevere. Sotto i ponti.

Gaio confidava nelle stelle, in quella luce brillante che ammattiva ogni male. E sognava di avere una fune e polveri d’Amore: perché noi siamo piccoli, e nelle reti nere, miseri fino all’osso; assolutamente inutili all’architettura del Creato.

Gaio aveva scelto di non avere filtri, di non stare sotto l’occhio maggiore della società. Come un uccello o una gonna, per diverse altezze liberi, si sollevava in un balzo a rimproverare la nostra ubbidienza, la nostra cattivissima volontà: che è un ingresso nel niente, una  caduta per come si capisce mortale.

La sua anima è stata sempre in pericolo: legata ai sassi, agli spigoli dei marciapiedi, alla vertigine alcolica, che sapevano renderlo preda.

Non ci stava chiuso in casa, perché la vita lo guardava dalle porte. E i suoi occhi, zuppi di pianto, frenavano il talento dei suoi pensieri che volevano fuggire verso una gioia senza pari.

Gaio era un filo sottile, un fuso, in mezzo ai cazzotti che dava la nottata; era un vergine. Ma non immaginava ancora che si sarebbe infranto, senza neanche un ultimo vocabolo in bocca.

Gaio, richiamava tutti i sentieri della parola; scriveva versi come ghirlande, come fantasie tratte dai lampioni o dagli alberi. Ondeggiava per le strade come fosse un capriccio di mare; era il messaggero astuto della libertà. Meravigliosamente infantile. E si imbottiva le tasche con bottiglie di salvezza; teneva le dita unite davanti al petto per paura gli strappassero il cuore. Stava a buona ragione muto. Con tutti.

Gaio scriveva e ordinava le parole, in maniera che nessuno le potesse contaminare: seminava fiori per misurare la bontà della terra.

Ci è anche passato dalla piazza santa: come fosse il proprietario dell’Angelus, quella domenica del ’96. Si stava preparando alla morte: ed ha letto, lì, le preghiere cristiane, attraverso la terra e l’inferno. E aveva nelle mani una lamiera affilata, che anche la madonna ha tremato. E aveva già chiuso il suo conto, e l’espiazione della vita.

Gaio è stato un Angelo, un fuscello e un’aquila enorme.

La lingua di Dio gli aveva sussurrato alle spalle quale fosse la sua sorte. E lui l’ha ascoltata, nella sua agonia dolce e serena: perché la sua reggia era stata ricamata nella Poesia e nella malinconia; nella voglia strampalata di finire perduto nello stordimento.

Quale piccola tenerezza aveva mentre passava a una a una le osterie, mentre con un sorriso di sprezzo ordinava un mezzo rosso. Quale leggero piacere aveva nel sentirsi servo dei canti d’Amore dell’umanità.

Gaio ha vissuto in un inseguimento, nelle ali delle colombelle purissime. Nel panico che qualcuno lo svegliasse.

Quella sera finale è inciampato, e aveva il sangue alle tempie, e un cane che lo leccava. E il silenzio accanto.

Gaio non credo pianse, neanche per il dolore.

 

Il seno della Madonna

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Siamo impauriti, come fossimo degli uccelli in mezzo alla neve. E non riusciamo a guardare né verso la tenebra né verso la luce. E già vivendo pensiamo a quando metteremo i fiori e i calici d’argento nello scrigno dei nostri resti.

E allora esistiamo come non ci fossero più gioie per noi, e aspettiamo di ricevere le ostie sante, fossero in un santo monastero.

Ci siamo messi così lontani dalla nascita da non essere riconosciuti. Siamo stati annientati dalla nostra stessa fame; noi siamo ormai avanzi, fossili sotterrati.

Ed è inutile serrare le nostre porte di paglia contro il demonio.

Siamo diventati un pasto, o realmente un nulla.

Dovremmo avvicinarci all’altare, lasciando fuori le cinghie umane, rimanendo nudi nella vera orfanità. E non guardare le Chiese buie, coperte dalla bruma dell’incenso, come se tutto fosse docile e definito.

Dovremmo andare verso l’uomo di Maria: lei che è sposa e stella, la miniera duplicata in ogni cuore, che sa come tenere nel suo petto il nostro orientamento.

Dovremmo diventare i barellieri dell’Amore. Per le insanabili debolezze dell’uomo essere il richiamo unico per la salvezza.

Dovremmo, da questo lato del cielo, farci testimoni della purezza.

Ma siamo dei ragni, nella nostra insanabile pochezza succhiamo il seno della Madonna, come prima il costato di Cristo, credendo di trovarci le sorgenti miracolose per la nostra immortalità.

Quando capiremo che la Bellezza di Maria offusca gli occhi e la vita che osserviamo con la rabbia, riusciremo a tornare bambini nella culla e vivremo in torri piene di luci. E avremo pupille di cristallo e saremo ciechi e saggi, finalmente liberi da ogni misura umana. E saremo defunti e passeremo in un attimo, come dei tori nella mischia, nella risorgenza.

Non staremo più infermi con lo sguardo in basso, verso quelle angosce profonde che prendono facilmente vita.

Saremo Angeli e Fratelli e avremo nelle labbra la Grazia e l’Armonia.

La Madonna ha la lingua dei cherubini, e  un fazzoletto di versi romantici. Ha la rosa vergine tra le dita, il fiore più bello il figlio dell’eternità.

La Madonna ha per noi una capanna di gigli e le ore dei vulcani, ha una cava azzurra e la fioritura del cedro. Ha il grembo nella mano, come il nostro sogno, e la pace in un secondo.

A Loreto, ospite di Gesù

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..e mi ritrovo pietoso con l’anima all’indietro; alla ricerca dell’istante felice nella veglia degli Angeli: della loro sapienza infinita che nonostante i secoli non conosciamo; di quell’umiltà e potenza così simile alle rose e alle spine. Qui la morte non ha luogo, e neanche l’alternanza universale dovuta alle anime.

La casa di Gesù è eterna, dovutamente segreta.

E sento la catena la voce del cielo, e vedo la luce che non sembra luce. E vedo l’essenza della misericordia, il cuscino della Vita e le labbra in invocazione.

Oggi ho capito che le pietre della casa di Gesù sono stati trasportati dalle rondini, o dalle colombe, appoggiate alla veste di Maria, per sanare quella ferita ancora spalancata nell’infinito.

Gesù ha generato l’Amore, e ancora nel nostro buio respira, mentre noi continuiamo a vivere nella preparazione nera di Lucifero. Noi, che da un capo all’altro continuiamo a seppellire l’umanità, ci lasciamo perforare tagliare alla radice dalle intenzioni crudeli degli spiriti maligni.

Nella casa di Gesù c’è l’Annuncio che si crea negli occhi, la visione miracolosa del regno di Dio, e ognuno crede di essere giunto appena sotto la Vetta, nel seme dell’esistenza.

C’è una forte corrente di Pace, una superba creazione di Pace. Qui si piange senza saperlo, e ogni preghiera è un’arca di salvezza. L’aria è ricca, come avessero steso fili dalle stelle per far tacere il dolore della croce.  Ognuno si iscrive verso l’alto, come potesse avvenire la trasmutazione e d’improvviso si diventasse esseri celesti.

Qui dentro l’Uomo si indebolisce, perde la sua acqua scura e si concede la Fede.

Qui davvero gli Angeli hanno l’ultimo fiato, della conversione e del pentimento.

Nelle valli di Loreto lo spirito dolcissimo di Gesù è una casa.

Mi inginocchio e bacio, a una a una le pietre.

 

La libera e valente fanciullezza delle Donne

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  • Resoconto breve su Eterne Adolescenti di Susanna Schimperna – 

Era come fossimo seduti attorno ai fuochi, e il Tevere avesse una strana costa: quella sera nostalgica.

Era come se il tempo non potesse dare alcuna sentenza inequivocabile, ma che anzi tutto fosse ancora possibile: si stava testimoniando la conoscenza e l’amore, la luce quella vera dell’evoluzione. Le voci avvicinavano gli argini del fiume, e noi si aspettava il diritto vivo della parola.

Susanna stava per farci entrare nel regno dei regni, nell’anima delle Donne. Con Eterne adolescenti ha preparato le stanze per le gemme preziose o le rose sfiorenti; la speranza per quei cuori bianchi e feriti, sanguinati e assorbiti dall’inquietudine. Ha aperto ai nostri occhi i sogni votivi di ognuna di loro: le piccole storie di scienza umana: che a raccontarle viene meno la paura, viene meno la delusione.

Eterne adolescenti è ricco di storie di cime e radici, volanti e poi ferme. Così, Susanna ha aperto un teatro, e ogni Donna ha indossato la vita, ci ha rivelato la mano innocente che unisce e ci porta fuori dalle dispute: perché ogni Donna si sappia ha una libera e valente fanciullezza.

E ne hanno parlato gli ospiti della serata. Il Poeta Antonio Veneziani che ha voluto sposare la franchezza e la prosa nobile della scrittura di Susanna. E ha reso con la passione dei puri il vivo sofferente degli umani; ha disposto la requie alla convenzione. Ha insistito sull’adunanza delle colpe individuali: perché lo siamo responsabili dei crimini altrui. Emanuela, Irace, puntuale narratrice della natura del libro: attenta a ogni richiamo voluto da Susanna, qualcuno bellamente nascosto. Non ha sventolato bandiere femminili né rivendicazioni di disperate, ha invece descritto il modo di avere coraggio in questa contemporaneità che confonde e ci confonde. E poi l’attrice Rosa Pianeta, ferma solida bella,  che ha letto i passaggi di una storia appigliata al dolore. E ancora l’eleganza di Barbara Scoppa, sovrana nella recitazione, con le curve perfette nel timbro della voce.

Sembrava che tutti quanti coltivassero un piccolo grano d’erba, per farci vedere il favoloso giardino di Susanna.

Eterne adolescenti ha risolto l’esilio formale delle Donne, l’oppressione del ruolo domestico, le questioni politiche e private; ha liberato l’equivoco della superiorità di sesso con l’assegnazione di un’abbondante Bellezza all’intimo e ai sentimenti fragili, che tutti abbiamo. Ci ha detto che la conciliazione è l’universo immediato e disponibile. E che in fondo crescere, schiavi del progresso, non è tutta questa meraviglia. E che la civiltà è ancora in tempo per il tempo felice. Che in tutte queste fatiche salva sia l’adolescenza eterna, per lucida priorità.

Andrea Parodi e lo spettacolo finale

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Vi era stata in quel mese di ottobre un’aria impura; neanche il cielo riusciva a trovare il più alto firmamento, e l’ovunque si faceva sempre più scuro.

Andrea era da qualche giorno un angelo dormente, per niente ignaro del suo prossimo destino e già senza il suo canto. Aveva gli occhi fermi e nello sguardo nessuna misura.

Non vi sarebbero state più scuse valide per allontanare la morte: in quegli attimi è il Dio del Tempo, l’oltracotanza imperiosa, e schiude il suo respiro nelle orecchie e negli occhi ancora e poi nel cuore: la Morte ha il suo benfatto congegno nel fiato.

Chi lo guardava dal profilo non sapeva ancora crederci: Andrea sembrava giocasse puntando il naso verso il soffitto come un uomo, o possibilmente un uccello, che voleva lanciarsi in Alto e ben prima che lo facesse la sua Anima. Erano vani i richiami e le preghiere, di chi ancora credeva bastassero a cambiare la sorte.

In un giorno marchiato dal diciassette Andrea deponeva il suo corpo stanco, per spostarsi verso l’arco maestoso dell’Eterno.

Il bolero, ed era meno di un mese prima, avanzava sul palco, con la stesso tempo di un coltello pronto a recidere. E Andrea, lì, sorrideva alla vita, e fino allora alla speranza, dolce e magro come una cavalletta.

Un riepilogo finale, un vero atto d’amore verso la Sardegna, verso l’Umanità, verso sua Moglie.

La sua voce arrivava nel fondo dei nostri sentimenti, come una cura capace di risanare e di rendere la Pace. E si avviava verso le scalate delle note altissime ancora una volta senza alcuna caduta.

Lui, che aveva ricevuto in gola la gradazione spirituale e forse la giusta tonalità dell’Universo, sarebbe diventato, nel vento delle cime azzurre, il nostro gabbiano.

Andrea cantava i bambini della guerra, i riposi malandati per l’assenza dell’amata; cantava di quell’Hotel nel Supramonte dove è mancato il riguardo per due innamorati che si sapevano soltanto tenere per mano. E ancora cantava la ninna nanna del fuoco sardo, ascoltando, senza farsi scoprire, il suono delle sue cellule morte. E teneva alla fine le rose per il gambo, quasi a segnarle testimoni per la sua sepoltura.

Quel ventidue settembre era un Uomo sereno, ma già lontano da noi.

Andrea Parodi è morto il 17 Ottobre del 2006.

Il suo ultimo concerto è avvenuto il 22 settembre del 2006

Bungaro, l’aviatore con la luce nel vento

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Il suo rigo musicale ha erbe felici, che anche dalla luna arrivano i sogni e gli squarci luminosi. Per quanto possano sembrare invisibili i suoni saltano sui tetti e sui cuori, e il cielo tiene tutti i tempi.

Bungaro è per definizione il Maestro festeggiante l’esultanza: nonostante sia così poco elettrico, trova negli scambi d’intesa le motivazioni principali della fraternità, ovunque manchi qualcosa  riesce a sistemare una melodia.

Come un aviatore scivola nell’aria con la luce nel vento; nei nostri mucchi infelici, come fosse un ambasciatore del prodigio: con la prima punta ferma nella passione. E si dondola tra i rami, nel verde selvatico della nostra vita, come un folletto nascosto nella maestà di ogni magia. E per essere normale ci cerca esclamando “perché c’è speranza che il nostro deserto diventi giardino”.

Così ci arriva l’esempio sano nell’armonia del cantautore, la sintesi del puro e dell’onesto: come un fanciullo in preghiera si fa sentire perché nessuno si perda nella zona zero della canzone: nel costume corrotto, nel sistema del mercato.

Non cerca tanti virtuosismi, perché la sincerità non necessita di altre proposte, di forze alternative. Basta battere un tempo regolare, per farsi capire.

Bungaro ha deciso di intenerirci, di violare la nostra tristezza; di creare con i suoi canti un piccolo porto per i nostri momenti desolati, e proprio quando siamo pronti a buttarci al diavolo ci tiene sulle sue spalle, infiorate di leggerezza.

È un uomo gentile, o anche la storia delle emozioni; il grido cantato o la voce affilata, la collera curativa per le nostre coscienze.

E come pettina la Bellezza, come infiamma gli occhi ciechi, come in questo mondo che brucia riesce a lasciarci innamorati.

È potente la sua musica, che prende leva e va lontana: come una testa d’ape porta con sé il nostro sangue e la nostra resa.

È colossale la sua intenzione di condurci in un altro luogo, in un riparo alto quanto forse la vocalità dell’Universo.

Bungaro sa lavare la nostra fanghiglia, le nostre ali caricate di polvere, le nostre immoralità, i nostri saccheggi alla fedeltà. Sa farci slittare nei piani deserti dove rimangono i salvi: dalle schegge del dolore o dalle assenze o da chi non regge le memorie, da chi non sa inventarsi più nulla.

Bungaro è un fuorilegge messo a capo di una sommossa sentimentale.

Così, con lui sarò un disertore. Perché anche io non ho (più) paura.

Culpa sibi admissa, Lapo Agnus FIAT *

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La finestra di fronte a La Stampa era sempre accesa, come un occhio della luna. Patrizia sapeva apparire come una ricamatrice seduta al telaio della vita: ci diventava matta a rammendare cuori: dicono fosse una cerva, che sapesse togliere i sudari dai corpi in maniera agile e veloce.

Dietro al vetro, Lapo, guardava alcuni uomini affaccendati a incolonnare notizie, e aveva la sensazione di sentire le rotative, di sentire il rumore della delusione dentro al suo orecchio. Doveva esserci anche casa sua, lì dentro. Ma lo avevano chiuso fuori.

E Lapo sostava nella casa di fronte: quella delle farfalle e delle estasi, della pace dai rimproveri; quella dei balsami sui chiodi nella pelle.

E Lapo diceva del suo talento, troppo irregolare per la sua famiglia. E sudava a nominare sua madre: ne aveva paura; ripeteva che tutti i bambini hanno avuto aggiustato un cuscino, e sentito cantare una favola, hanno avuto un bacio.

Lapo aveva avuto molto freddo, senza che nessuno se ne accorresse.

Lapo lo sapeva che per farsi sentire doveva farsi male.

Chiuso fuori.

Lo sapeva che sarebbe stato pericoloso spostarsi dalla linea dell’ossequenza. Contestare la severità dell’Avvocato anche da morto; che se lo avesse visto dalla sua finestra avrebbe avuto un gesto di collera.

E Lapo pensava a Giorgio, chiuso fuori e poi lasciato morire in una clinica psichiatrica. E pensava a Edoardo che ha preferito essere un uccello in picchiata, perché quella vita gli bruciava intorno.

Chiuso fuori.

E pensava a John che aveva la spuma dell’oro nel letto, che gli era ostile: quel ragazzo aveva anche il cuore inamidato, oltre al sorriso.

Lapo, lo sapeva che non appena possibile sarebbe stato seminato nel vento, si trattava di tempo, di occasioni.

Chiuso fuori.

Anche dalla finestra del Notaio, con dentro John sua madre sua nonna.

Chiuso fuori.

Lapo lo sapeva che per farsi sentire doveva farsi male.

E così ha aperto la sua caccia al tormento; sempre più debole e confuso ha lasciato caricassero sulla sua schiena ogni fascio di rovi.

Si è fatto macellare, scannare da ogni perversione, da ogni vizio.

Ha deciso di entrare ovunque gli avessero aperto, anche in quelle case che effondevano il fumo dell’inferno. Ha deciso di perdere il suo genio a vantaggio del suo squilibrio, di farsi sciogliere nel corpo un’invincibile forza. Ha deciso di alimentare da solo la corrente dell’amore, di concedersi un onore nell’infinito.

Chiuso fuori.

Lapo lo sapeva che per farsi sentire doveva farsi male.

*(attribuita la colpa a se stesso, Lapo sia fatto agnello)

Lo zero indispensabile – Sindaco, non un quinto assessore ma un azzeramento-.

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A volte gli appelli sono soltanto un suono sordo, neanche discendessero da un linguaggio incomprensibile. E spesso si attende che cadano nel dimenticatoio: così che nessuno rimanga impegnato. È, questa, costumanza tra i politici, per loro quasi una regola. È una forma diplomatica di rifiuto, in attesa di far sboccare l’invito nell’abbandono. Poco importa se nel frattempo  i cittadini vengono divorati dalle inattività gestionali.

Capita che anche a Taurianova lo stile non cambi. Capita che nessuno, tra i nostri politici, sembra voglia ascoltare la gran voce della nostra comunità: che implora una svolta per non finire nelle profondità del’isolamento, per non essere risucchiata dall’ubriachezza di qualche dannato ambizioso. Per non ascoltare più le volgarità e gli attacchi personali che a nulla portano, se non al godimento delle morbosità represse dei pochi.

La società taurianovese, si sappia, non vuole interessarsi ad altro che allo sviluppo e al progresso della comunità; il resto rimanga fuori perché è fuffa, miseria intellettuale, e deve rimanere lontano dalla gestione amministrativa. I contrasti personali non devono essere un danno per il bene comune.

Gli esempi di attaccamento vanno incentivati, promosse le iniziative spontanee di progresso. Vanno lasciate aperte le braccia a chiunque voglia impegnarsi, senza tifoserie di sorta o distinzioni di appartenenza.

Ed è per questo che torno a reclamare. Per Taurianova, una conduzione comune: che sia di salute pubblica, di pacificazione governativa, di cancellazione delle astiosità; affinché vi sia finalmente una rivolta civica e civile.

E per questo che rinnovo il mio appello al Sindaco Scionti. Si presenti al prossimo consiglio comunale, magari aperto, con una Giunta azzerata; lasci sganciate dalla politica le collaborazioni. Proponga ai consiglieri il Patto Collettivo. Tutti uniti per stilare il programma di rinascita. Dia la possibilità a chiunque di proporre progetti e sistemi per la loro realizzazione. Di quel consiglio comunale ne faccia popolazione viva. Apra al cittadino, che ha idee libere e concrete. Proponga, a sua guida perché eletto Sindaco dal popolo, un’amministrazione che comprenda tutti i consiglieri (con un colpo secco spiazzerà ogni dubbio e ipocrisia). Faccia sì che le commissioni siano fonte e luce di proposte, faccia sì che le associazioni cittadine siano partecipi di ogni atto deliberativo. E chieda agli Assessori al Presidente del consiglio a chiunque incassi anche un centesimo per l’incarico di rinunciare a quelle spettanze. E ci rinunci anche lei Signor Sindaco. Rimetta i soldi dovuti ai vostri incarichi politici nel bilancio comunale. Costituisca un fondo per interventi sul territorio, fosse possibile anche con uno storno di bilancio, e investa ogni mese quelle somme con attività evidenti: la pulizia di una piazza, la sistemazione di un marciapiede, la sostituzione di una lampadina, una cena di solidarietà, un contributo alle famiglie povere; ogni mese un proposito. E renda questa nuova attività amministrativa trasparente e pubblica, con un giornale online, cosicché i cittadini sappiano dello sforzo che si sta compiendo. Sia lei, Signor Sindaco il primo a eliminare le bandiere e gli stemmi. Migliori con un dibattito pubblico questa proposta di base. Renda tutto bianco.

Annunci alla città questo che può essere il suo intendimento, e vada in consiglio. Io non ritengo vi sarà nessun incosciente tra i consiglieri capace di bocciare la sua proposta. Io non credo le faranno mancare i numeri per governare: boccerebbero se stessi, perché il suo è un richiamo collettivo.

Lei, sia chiaro, è l’unico autorizzato a farlo, perché liberamente scelto dagli elettori.

Ci provi, e stia certo che i cittadini, in questo, la seguiranno.

Michele Caccamo

Il libro scemo della politica taurianovese

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A Taurianova si è fatto grigio, e verso il cielo sembra levarsi una caligine vischiosa. È arrivata la palude; e il fango a cannonate, e il futuro sta diventando di creta e sabbia.

È un dato certo: i nostri politici sanno scrivere solo il libro scemo, e noi siamo ostaggio dei loro racconti assurdi, e nessuno mi impedisce di crederlo delle loro necessità di ciuffi e piume a mazzi.

Oddio, non avrei sperato le braccia aperte, alla mia proposta di destituire l’attuale giunta politica per il Patto Collettivo, ma neanche l’insulto di un ennesimo pasticcio.

E a sentirli, nei giorni precedenti il consiglio comunale, sembravano dolenti e pensosi, sembravano determinati a cambiare in una Taurianova che per davvero vorrebbe cambiare.

Sì, certo, la mia era una richiesta lirica, romantica, appassionata: di quelle da apprezzare nelle private stanze. Ma troppo lontana dal giogo voluto dalla politica.

Ci sono banditori più armati di me, che ben sanno come forare le resistenze, come rattoppare le falle. Sanno come essere convincenti.

E allora il sindaco Scionti non ha avuto coraggio di mettere davanti il suo essere persona per bene, non ha avuto il coraggio di fermarsi davanti all’imminente sconcezza. Così consigliato si è seduto comodo, rifugiandosi nel segno della sua alta carica.

Ma io, che sono testardo, insisto.

Sindaco, così si alleva la distruzione, ormai più neanche tanto lenta. Stiamo facendo la fine dei topi nelle fogne: non ve ne foste accorti abbiamo la poltiglia della morte civica già alla gola. Così continuando sarà impossibile non dico esistere ma sopravvivere. Nelle nostre strade la desolazione è evidente e nella nostre speranze neanche più velata. Così lei alimenta gli assassinii peggiori per la nostra comunità. Le mescolanze opportuniste le lasci ai mestieranti politici, lei dice di essere di altra razza. Lo dimostri.

Sindaco, non contribuisca ad ammorbare il futuro dei nostri figli, e dei suoi compresi, con alchimie antiche quanto le querce e per fortuna superate dalla storia. Faccia sì che a Taurianova sia la volta della salvezza. Non metta anche le sue mani nelle nostre fosse; metta invece il suo potere, tutto, per la rinascita di una volontà civica, che è chiara nei cuori di ogni suo concittadino; diventi il timoniere di questa barca scassata che ancora ce la può fare a mantenersi sopra alla bolla dell’acqua.

Sindaco, sappiamo dove risiede il maligno, non lo insegua. Non faccia come un suo predecessore che pur di non abbassare la cima del successo personale si è trovato impiccato dalla sua stessa vanagloria.

La Storia ha una linea circolare, e si ripete. La interrompa.

Il futuro per noi è malato, molto malato. Se non pensa di avere sufficienti stille amorose nel cuore lasci perdere e si dimetta. Se pensa di non avere un petto d’acciaio capace di respingere le frecce avvelenate dei suoi amici e dei suoi nemici, lasci perdere e si dimetta.

Sindaco, con tutta la serietà, non abbia paura della minaccia del crollo, non dia ascolto a chi le preme sulle tempie le foglie di alloro. È meglio vivere da audace in mezzo agli incendi che da pauroso sotto la cenere.

Io così credo.

 

Michele Caccamo