Lettera aperta a Giuseppe Cesaro, che torna a fare il “fantasma”.
Caro Giuseppe, comprendo il tuo sfogo, lo approvo e lo sottoscrivo.
È da anni che i lettori sono diventati clienti, acquirenti seriali, utilizzatori alfabetizzati.
Ormai si acquistano libri soltanto se galleggiano nel brodo delle classifiche, se hanno fascette dorate, slogan da supermercato culturale. Si sceglie sempre lo stesso libro con titoli diversi, con la stessa trama, seppur travestita da novità. Ormai si cercano storie inutili, senza alcuna morale intrinseca, senza alcuna facoltà intellettuale. Perché si ha la necessità di non pensare, di imitare, di agevolare la regressione, l’appiattimento.
Quando i lettori incontrano, per sbaglio, un testo che richiede silenzio, lentezza, esposizione, lo chiamano “difficile”, e così lo scartano, lo disprezzano, lo dimenticano. È il nostro destino, tuo, mio, di alcuni altri. Siamo stati sconfitti perché siamo ostinati, perché non abbiamo ceduto un millimetro alla corruzione culturale, perché non abbiamo mai romanzato la banalità.
Oggi il consumatore non desidera letteratura, desidera un’esperienza di lettura, un effetto, una trama, qualcosa che dia un sollievo temporaneo: che riempia un’ora, un giorno, una sera, senza portare disturbi. Cerca qualcosa che confermi le sue idee non che le sconvolga.
Leggere è diventato uno status da condividere: una copertina da postare, una citazione da mostrare in pubblico. Nessuno più che si interessi dell’origine di un concetto, dello stile narrativo, della lingua, del ritmo. Di che cosa significhi contribuire all’evoluzione umana e spirituale con la propria opera letteraria. Ogni frase “complessa” viene liquidata, perché fa perdere tempo, impegna la mente, perché si è tutti stressati. E così, ogni tentativo di riportare la lettura al Pensiero viene giudicato pretenzioso, ogni struttura che sorprende viene definita confusa.
I lettori cercano i finali, le frasi sottolineabili. Vogliono che nel libro vi siano protagonisti confortanti e che le emozioni siano dosate al millimetro.
La letteratura è stata ridotta a un club di lettura, a un passatempo da alternare ai podcast e alle serie. Gli scaffali delle librerie sono riempiti di nulla. Un nulla che viene rilegato, venduto, distribuito. Un nulla come genere, come garanzia di leggibilità.
I libri, per funzionare, devono essere beneducati, addomesticati, commerciabili.
Eppure, leggere è l’opposto: ci deve essere il pericolo, il sabotaggio. Un libro non deve accarezzare, deve far deragliare, deve costringere a pensare ciò che ci hanno sempre proibito. Deve ispirare.
Il lettore che legge un libro, non deve mai essere sereno, deve soffrire, sudare, vergognarsi. Da quella lettura deve uscirne bruciato, sfigurato, rifatto.
Il libro che non lascia in frantumi chi legge è solo un prodotto. Anche se lo chiamano romanzo, anche se lo pubblica una grande casa editrice, anche se lo confermano con un premio.
Purtroppo, non si legge più per riaprire ferite ma per metterci sopra una garza.
Hai ragione tu, Giuseppe, si sta meglio nascosti, non mischiati, non coinvolti. Non per codardia ma per dignità.
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