Baglioni al Senato rilegittima il sogno

Al Senato si è consumato lo scandalo.

In quel luogo, dove la lingua viene sempre di più ridotta a procedure e manovre, il discorso di Baglioni è stato un atto di igiene civile. Ma anche, e più profondamente, un gesto di restaurazione spirituale.

Finalmente, in quel luogo stanco e stantio, qualcuno ha pronunciato la parola sogno richiamandone la responsabilità politica, rendendola di nuovo legittima.

Baglioni l’ha utilizzata come antidoto al veleno morale di questi tempi, rimettendola nella sua sede naturale: la responsabilità, civica e governativa.

Lo ha detto con una frase che è chiave politica prima che poetica: «il sogno è l’anticamera della realtà». Non dunque un’alternativa al reale, ma il luogo dove il reale comincia a essere discusso, la camera oscura dove l’immagine comincia a formarsi, dove si accende la distanza tra le cose come sono e come dovrebbero essere. 

Da qui deriva il suo richiamo più forte: tutto ciò che abbiamo chiamato progresso prima è stato un sogno ridicolizzato. Diritti, libertà, giustizia, pace hanno avuto bisogno di qualcuno che li immaginasse quando sembravano ancora impossibili.

E questo richiamo è risuonato nel cuore di una politica che ha smesso di costruire e oggi si limita a contenere, a tamponare, a fare semplice manutenzione dell’esistente. 

La parte più rivoluzionaria del discorso l’ha pronunciata nell’invito a cambiare casa: liberarsi di ciò che ci toglie aria e luce, di ciò che ingombra e sporca, creare un mondo nuovo con il meglio di noi. È proprio qui che il suo intervento diventa spirituale, ascetico, perché scende nel corpo di ognuno e riconosce, nel suo intimo, che la trasformazione del mondo passa attraverso la trasformazione dell’uomo interiore. 

«Un uomo che non sogna è come un uomo che non suda. Accumula in sé riserve di veleno». Baglioni parte da questa fisiologia morale: se non si espelle, se non si lascia lavorare dentro l’energia dell’immaginazione, ci si continua a intossicare.

Chiede dunque una purificazione, una rinuncia a tutto ciò che appesantisce.

L’immagine finale che ci lascia non è individuale ma comunitaria: «condivideremo, spartiremo un bel posto dove stare», un posto dove «varrà davvero la pena di ritrovarci».

La spiritualità qui non è fuga dal mondo, ma fondazione di un mondo abitabile. 

Poi quell’ultima frase, che suona come una formula mentre in realtà è una consegna: «Perché la vita sia adesso, il sogno dev’essere sempre».

È un appello alla vigilanza, una morale del tempo presente che si deve aprire all’eterno. 

Baglioni al Senato ha fatto quello che i profeti facevano nelle piazze: ha ricordato che senza visione il popolo perisce, che una politica che non sa più sognare è complice della morte.

In quel luogo dove le parole sono inutili, false, finte, questo discorso ha risuonato come un corpo estraneo, come qualcosa che proviene da altrove.

Baglioni al Senato ha messo un punto fermo: o la politica torna a sognare, oppure continuerà ad amministrare il veleno di questa nostra frettolosa esistenza.


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