Destra e sinistra non ci salveranno
Stiamo precipitando e noi tifiamo.
L’umanità ha l’abisso sotto i piedi e noi discutiamo di destra e sinistra, come fossero confini di significati. La mia tribù contro la tua, il mio odio contro il tuo odio.
In questo grande vuoto che ci portiamo dentro c’è una crisi dell’anima.
Abbiamo perso il sacro e non sappiamo più dove cercarlo.
Abbiamo ucciso Dio, e poi abbiamo ucciso anche l’uomo che pretendeva di sostituirlo.
È rimasto il mercato, è rimasto lo schermo. Siamo diventati un senso perduto. Ma di questo non ne parliamo. Non diciamo di quanto destra e sinistra tacciono concordi. Parlarne significherebbe riconoscere l’abisso, ammettere che il progresso ci ha portati alla distruzione, che la civiltà che abbiamo costruito produce solitudine e disperazione. Preferiamo la politica spettacolo, la guerra delle bandiere, preferiamo indignarci per lo scandalo del giorno.
La politica tribale è l’oppio perfetto: tiene occupate le masse, le fa sentire parte di qualcosa.
La destra grida patria e tradizione, mentre vende l’anima al mercato globale. La sinistra predica diritti e inclusione, mentre continua a ignorare chi è rimasto fuori dai banchetti. Entrambe promettono crescita, quando dovremmo imparare a decrescere.
Il progresso ci ha divorati. Il crollo è già avvenuto.
È nei ragazzi che si ammazzano, è negli adulti che hanno perso la capacità di contemplare, di meravigliarsi, di tacere. È in questa fatica immensa di esistere che ci portiamo addosso come una croce senza alcuna possibilità di resurrezione. È in quella sterilità spirituale che abbiamo scambiato per libertà.
E mentre tutto questo accade, noi tifiamo. Destra contro sinistra. La mia ragione contro la tua. Il mio odio contro il tuo. Come se dividere il mondo in campi potesse salvarlo. Come se il nemico fosse l’altro e non questo nostro essere nulla che ci divora da dentro.
La politica così com’è fa parte del problema. È sabotaggio, è sonnifero, è il gioco delle parti che impedisce di vedere la tragedia, che ci tiene intrappolati in un teatro di allarmi sociali e di guerre.
Non so come avverrà il dopo. So solo che continuare così è rafforzare il suicidio dell’umano. Forse la via è infilarsi addosso il vuoto invece di negarlo, è abitare i nostri abissi invece di nasconderli con le bandiere.
Dobbiamo far finire questa dipendenza dall’accumulo e tornare alla povertà radicale, pregare Dio anche se non ci risponde, rispettare il suo mistero. Comprendere che la spiritualità, oggi, non è consolazione ma è resistenza. È la fatica di restare umani quando tutto cospira a renderci merce. Altrimenti resterà solo l’abisso, con noi dentro.
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