SONO FUORI TEMPO, E LO RIVENDICO.

Ho fatto una scelta di campo, quella di scrivere nella solitudine per un lettore solitario.

Perché non ho mai creduto che la letteratura debba farsi amabile.

Quello che scrivo, che siano opere letterarie o articoli, chiede al lettore lentezza, riflessione. Se questo spaventa il problema non è certo il testo ma il tempo, che è andato da tutta un’altra parte.

Non mi interessa se ciò che scrivo sia accessibile, e non mi chiedo chi mi leggerà. Mi chiedo cosa devo ancora dire e se quello che ho da dire è utile al raccoglimento e al Pensiero. Nell’atto spirituale funziona allo stesso modo. Chi prega non sta comunicando un contenuto immediatamente verificabile. La scrittura autentica e l’atto spirituale condividono la stessa struttura; entrambi accettano che il significato, ma anche la morale, non siano interamente disponibili, e questo né per chi scrive né per chi legge. Si tratta di chiedere una fiducia al buio.

Il mistero all’interno di un testo oggi è vissuto come un difetto, come qualcosa che un autore più bravo avrebbe risolto, che un editor attento avrebbe eliminato.

Il mercato editoriale lavora esattamente in questa direzione, chiarire senza lasciare spazio al ragionamento.

Io inserisco la meditazione nella narrazione. Non mi fermo a spiegare, perché la riflessione nei miei testi è interna al testo.

Ed è qui che si apre la vera distanza tra letteratura e romanzo.

Il romanzo è una forma. Ha convenzioni, ha un patto con il lettore, ha una architettura che deve essere riconoscibile: personaggi che si sviluppano, conflitti che si risolvono o non si risolvono, insomma un arco che si piega perfetto dentro a una struttura che tiene.

La letteratura è un’altra cosa perché attraversa la narrazione con lo stile e l’intelletto. Proust scrive il tempo. Kafka scrive l’impossibilità. Bernhard non racconta storie ma ossessiona. Dostoevskij mette l’abisso dentro i suoi personaggi.  

I romanzi sono fuori dalla letteratura perché sono diventati una successione di eventi, trame vuote a cospetto della comprensione di un qualsiasi mistero.

Il degrado non è avvenuto di colpo. È stato graduale e costante.

L’editoria ha imparato a chiedere agli scrittori storie più lineari, personaggi più riconoscibili, finali meno ambigui. E gli scrittori, nella maggior parte dei casi, hanno accettato.

Dall’altra parte, il lettore ha smesso di cercare.

Oggi sceglie per delega, segue le classifiche, i consigli degli algoritmi, le pile dei libri mostrati sui social da chi non ha strumenti critici ma ha molti follower.

La lettura è diventata un gesto sociale prima che interiore.

Si legge per poter dire di aver letto, per appartenere a una conversazione, per mettere la copertina giusta nella storia giusta.

Il libro è diventato un oggetto di identità ma non di conoscenza.

Il mercato vuole case che abbiano porte e finestre, vuole che tutto sia visibile. Vuole che il lettore arrivi alla fine con qualcosa in mano, che abbia una storia da raccontare a cena.

È per questo che la letteratura vende meno, o quasi nulla. Perché chiede una disponibilità, chiede al lettore di uscirne diverso da come è entrato.

Io scrivo per chi sente che una storia raccontata bene non basta, che il linguaggio può fare qualcosa di più che intrattenere: portare una morale, una spiritualità che non sia semplice conforto, una comprensione di Sé che non passi attraverso un personaggio astutamente costruito per essere amato.

Le mie opere si oppongono a questo mercato cannibale.  

Sono fuori tempo. Lo so, lo rivendico, e non me ne scuso.


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