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Chiara e le fate

Chiara

E si cade in un’illuminata freschezza: come se a guidarci fossero i passi di una bambina, e le sue fate che rilucono dall’alto.

Qui tutto è pacato, messo in equilibrio, senza vi sia un contrasto possibile.

Chiara appare appena nell’armonia che sa creare: non aggredisce turbando l’ascolto, ma carezza con la sua vena intimista. Sembra voglia spargere una polvere romantica nei nostri sogni, farci masticare le erbe della fantasia: affinché non si possa sperare meglio di così tanto.

Lei leva in alto i cuori immaginabili e oppone il suo appello alla crudeltà dei nostri tempi. Per ognuno di noi costruisce un nido, una culla che rimanga per tutti gli anni.

Chiara ci cerca con le mani bianche del suo talento: inconfondibile e onesto; come venisse da spazi lontani, per nulla aderenti alle bassure dello scenario musicale.

Le canzoni di questo suo nuovo album sono una collana infinita d’incanto: perle aggrappate a una magia che chiede di essere ascoltata.

Gli arrangiamenti di Mauro Pagani si distinguono, perché fioriscono in un’anima antica di bellezza, quasi classica: gli adagio che parlano al vento, o gli andanti che sferzano la posa del ritmo.

E Pacifico: che inchioda nei punti più alti le sue melodie, che le fa alzare la voce; che vuole giungere agli eccessi, alle vocalità delle anime.

E Giovanni Caccamo: che raccoglie in un componimento il motivo più bello; che trova nei respiri vicini il talismano per l’amore, proprio quando tutto si offusca e sembra perduto.

E gli altri autori e gli altri brani e sempre continuamente Chiara: una fragranza dolce o una spumeggiante e leggera figlia della gioia.

E a ogni canzone avanzano le fate, per la luce e l’immenso ideale, come volessero concedere uno spiraglio a  questo mondo che ha sempre sete d’amore.

 

Fiorella de la mancha -La Mannoia, la combattente-.

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È come trovarla accanto alle pale dei mulini, alle nostre volontà consumate.  Siamo uomini stanchi. Ci scendono nelle carni le ortiche, e le pietre cadono come fossero gridi mortali: la nostra vita piange per assuefazione al dolore: è finita in un universo di solitudini, di esclusioni e di siringhe avvelenate.

Noi siamo soltanto uomini in guerra, dove sarà mai la fine?

Lei lo sa che siamo limacce messe sulla terra del silenzio, e che non abbiamo sonagli sulle schiene e neanche un raggio felice negli occhi. E che non scendiamo mai nel giardino bellissimo dell’amore: quello delle invocazioni liete e delle  gioie messe tutte d’intorno.

Fiorella non si rassegna. Ha ogni nostro figlio nel petto e le brilla la voce e ci riserva un asilo politico nel cuore. Taglia, cuce, ricama medaglie di decoro per ogni ripudiato. E ogni volta si inventa una guardia civile, o all’improvviso quel chiaro rosso della rivoluzione.

No, ai suoi occhi non tutto è terminato. Perché per lei anche se la paura è piena, per come vuole la regola di un buio freddo e spaventoso, c’è sempre una possibilità di allungare le radici verso l’insurrezione. Fossero necessari cento anni di coltelli.

Fiorella è una goccia nel sangue, e divora cantando il nostro spavento; come una parte scelta apre i nostri mattini e la luce alle lune che verranno.

Combattente è il corpo del gigante, una coda di seta che risale verso il volo. Un’anima di neve, così finemente detta.

Stanotte ascolto Fiorella, e tremo come fossi un grappolo secco e debole.

Per calmarmi penso: chi ama si ama.

Ma non è così, se immagino le vie deserte e la povertà e i perfetti sconosciuti che incontro. Se immagino di non esserci più con garbo nella mia vita, se chiedo di lasciarmi alzare, e con la mia migliore voce virile urlare “il mio volto, ecco il mio volto mangiato dalla vostra indolenza e dai vostri orridi interessi. Lasciate suonare il corno del mio ultimo fiato. Lasciatemi andare, via. La mia insignificanza è come la cenere. L’ultima cenere.”

Riprendo ad ascoltare, e con Combattente nascono le rose e la voglia di rincorrere un sogno: quel fausto desiderio di un sole una felicità di non vedere l’ora di essere sereni. Affinché nulla sia più prigione, nulla più pena.

E penso, chi ama si ama.

Lettera tardiva a Mia Martini

mia-martini

Potessi aspetterei duemila o più di tremila anni pur di poterti cercare. Per poterti chiedere come sei poi riuscita a levarti di dosso la polvere dell’ostilità umana.

Per chiederti come adesso vedi gli asini e gli sciocchi: proprio quelli che hanno pianto quando sei partita, quelli che ti hanno creduta Donna illegittima; proprio quelli che ti hanno riempita di amaro le narici e le vene; quelli che ti hanno portato in dono le coppe colme di acido zecchino.

Per chiederti se il vento dall’universo abbia saputo rendere più dolce il tuo morire.

Già, la morte.

Cosa vorrà mai dire quando per come sei venuta te ne sei dopo andata? Agile cerva piombata in terra dall’ambiente di Dio: come anche il mare il cielo la luna e qualche altro cuore naturale. Poi diventata d’improvviso un pensiero di cenere e d’amore.

Hai deciso di chiuderci la tua casa.

Hai deciso di toglierci il mistero della tua voce: inimitabile e suprema, di quelle che non se ne hanno più.

Hai deciso che la vita fosse un’opposizione inutile alle tue qualità e allora l’hai aperta: con un grido dentro al seno della terra sganciando il lembo principale della gloria eterna: come sanno fare i rivoluzionari ci hai messo un ordigno e un fulmine e un rumore che ancora stanno rimbombando.

Che poi fossi la Storia, la luce radiosa, la vampa della canzone italiana, la voce mai più udita, potrebbe non interessare a chi, come me, ha un intento superiore e meglio saggio.

Per altre colpe sei stata nelle mani di cercatori di pietre, di matrone linguacciute, di venditori di bestiame; ti hanno bucato il palpito del petto e approfittando della tua stanchezza ti hanno messa in un letto di neve, per non fare più aprire alcuna gemma al tuo cuore.

Io, Mia, come per la fede degli innocenti ti celebro; senza vi sia una realtà adesso vera; come fossi la mia ala sottopelle, come fossi un sogno grandioso. Molto meglio una speranza.

Io, Mia, attendo l’incontro con la tua pura coscienza: cerco di immaginarlo fra le tue braccia senza debolezze per la lunghissima assenza. Attendo di finire nell’altezza della tua rifioritura; così semplicemente, come in un qualsiasi giorno primaverile.

Tu, Mia, per adesso dormi, bella tra le anime.