-di Michele Caccamo-

La morte, inflitta male, è diventata meno morte.
La sentenza di Venezia apre un abisso. Non solo per ciò che afferma ma per ciò che disegna, ovvero l’idea che si possa uccidere senza superare il confine.
È stata creata una distinzione tra gesto e intenzione. Come se l’inesperienza potesse disinnescare la crudeltà.
Secondo i giudici l’assassino non aveva competenza, non voleva far soffrire pur volendo uccidere. La sentenza non si limita a descrivere un crimine, lo interpreta in chiave tecnico-morale, come se esistesse un codice di stile per definire la violenza.
I giudici sembrano suggerire che senza un’intenzione “artistica” il male perda peso, come se la sofferenza della vittima dipendesse dalla bravura del carnefice.
I giudici hanno introdotto un nuovo e pericoloso criterio: la competenza etica del male. Non è più la sostanza del gesto a determinare la colpa ma la sua esecuzione.
È una sentenza che crea la gerarchia degli omicidi.
La crudeltà non starebbe più nella conseguenza di una violenza estrema ma nella sua progettazione consapevole. Nel gesto lucido e preciso, come quello di un assassino seriale.
È così che si arriva all’assurdo: nessun omicida al primo delitto sarebbe più da considerarsi crudele, perché è alla prima volta, perché non ha ancora imparato. Perché non è “esperto”.
Se il criterio è questo allora la crudeltà diventa un mestiere, un titolo che si conquista con la ripetizione del male.
Ed è qui che si tocca il nodo insostenibile, l’idea che la prima uccisione possa essere tenuta dentro un’area grigia, in una regione morale eticamente meno compromessa perché maldestra, compiuta con goffaggine, con panico, con confusione.
È il rovesciamento del principio della responsabilità individuale.
Uccidere è, in sé, un gesto crudele. Non c’è bisogno di maestria, non serve essere addestrati per essere spietati.
Chi compie un primo omicidio ha già oltrepassato il limite, ha saputo come farlo pur senza saperlo fare.
I giudici hanno introdotto una zona franca del male, un luogo in cui l’inesperienza diventa scudo, una quasi assoluzione. È come avessero detto che per poter stabilire la crudeltà la vittima debba essere collaborativa e saper morire.
Settantacinque coltellate non sono un errore tecnico, sono un’intenzione ripetuta, un grido di violenza che non ha bisogno di un manuale per essere compreso.
Un solo omicidio è sufficiente per stabilire la crudeltà, non per come è stato compiuto ma perché è stato compiuto.
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