L’equivoco semantico è molto chiaro. Viene chiamata “qualità della vita” ciò che non riguarda la vita, ma il modo in cui viene ingabbiata.
Una classifica che indica dove si vive meglio, certifica soltanto il buon funzionamento del sistema. E lo fa con la stessa freddezza di chi valuta una macchina per la velocità, l’efficienza, l’affidabilità del motore. Non si riferisce, certamente, al respiro, ai legami, alla grazia improvvisa che prende alle prime ore del mattino.
Quella “qualità della vita” altro non è che la qualità dell’apparato, ripartita per redditi, servizi, infrastrutture. È in realtà un’organizzazione della sopravvivenza, un furto linguistico.
Quella classifica certamente non si chiede come viviamo il dolore, la gioia, la perdita, il tempo, più semplicemente controlla quanto siamo integrati in un sistema di funzionamento continuo. Ma vivere non è essere quanto più possibile protetti da una rete integrata di servizi, non è sostituire la vita con la sua riduzione. E a nulla importa se chi primeggia viene poi lasciato dentro una infinita solitudine.
Il Sud non è una cosa persa, è un’altra misura delle ore e non deve essere detto “in ritardo” ma in un altro tempo.
Dove il Nord chiede accelerazione il Sud chiede di conservare la memoria, perché sta in una diversa modernità.
In questo altro tempo c’è qualcosa di ferocemente spirituale, nella maniera in cui il dolore viene condiviso, nel modo in cui nessuno appartiene solo a sé stesso.
Il Sud, in questa prospettiva, non è “mancanza di qualità della vita”. È piuttosto il luogo in cui l’umano è più vero, meno protetto e più esposto al sacro e al disastro.
Le classifiche questo non lo vedono, loro registrano il battito del sistema, e quanto il sistema sia capace di respirare senza affanno.
Capovolgere questa logica non significa proclamare, per contro, che al Sud si vive meglio: sarebbe come invertire un cartello stradale. Il rovesciamento vero è un altro, smettere di usare l’apparato come criterio ultimo del vivere e iniziare a chiedersi che cos’è la vita, che cosa resta dell’umano quando l’efficienza si interrompe.
Una terra non è mai solo il suo reddito, ma il modo in cui i suoi abitanti pregano o bestemmiano, si stringono o si respingono, si tengono in piedi a vicenda o si lasciano cadere.
Il Sud, con il suo altro tempo e la sua ostinata spiritualità, dovrà essere riconosciuto per ciò che è sempre stato: un paesaggio aperto, attraverso cui la vita ricorda a sé stessa che non potrà mai coincidere con i parametri che cercano di definirla.
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