Sulla natura asimmetrica della Fede e sul silenzio dell’Assoluto
C’è una disarmonia che smonta l’architettura consolatoria su cui molte fedi si reggono.
Noi crediamo in Dio, ma Dio non crede in noi.
Non è un’affermazione atea. È, semmai, la sua esatta contraddizione.
Credere in qualcosa significa avere bisogno di quella cosa come punto fermo.
Si crede in ciò che non si vede, in ciò che potrebbe anche non esserci.
La Fede è strutturalmente figlia del dubbio.
Noi crediamo in Dio perché siamo limitati, mortali, attraversati dall’angoscia del nulla. Ma Dio non può credere in noi nel medesimo senso.
La Fede presuppone distanza, incertezza, è strutturalmente figlia del dubbio. Per questo un Essere che conosce ogni cosa nella sua pienezza non può scommettere su nulla.
Dio non ha bisogno di credere perché la Fede presuppone una mancanza, e in Lui non c’è mancanza. Ma nemmeno il sapere gli appartiene davvero, perché sapere significa ancora stare di fronte a qualcosa, e Dio non sta di fronte a nulla, perché nulla gli è esterno. Lui non è dentro il tutto come una parte, ma è presente a tutto senza lasciarsi contenere dal tutto.
Nell’Essere Assoluto non c’è spazio per alcuna Fede.
L’Assoluto, per definizione, non ha relazione con nulla di esterno a Sé, perché nulla è esterno a Sé. Se Dio è infinito, non c’è un “noi” che gli stia davanti come interlocutore autonomo.
Noi siamo una piega interna dell’Assoluto.
La preghiera, nel senso convenzionale di dialogo tra due soggetti separati, diventa allora una forma simbolica necessaria. Necessaria per noi, non per Lui. E in questo scarto risiede tutta la tragica bellezza dell’esperienza religiosa: è un monologo che si vive come dialogo, una solitudine che si compie come comunione.
La Fede si rivela così per quello che più autenticamente è: non un’apertura verso qualcosa che risponde, ma un atto di auto-trascendimento.
Il mistico lo sa e non chiede a Dio di credere in lui, perché capisce che il punto non è essere visti da Dio, ma smettere di essere separati da Lui. E smettere di essere separati significa smettere di essere il soggetto che crede.
La Fede, nella sua forma più alta, è un cammino verso la propria abolizione.
Dio non crede in noi anche per certezza, perché ci conosce nella Sua stessa radice.
Noi siamo una Sua discendenza diretta, non in senso biologico né devozionale ma metafisico. Veniamo da Lui, portiamo in noi l’impronta di quell’origine, siamo fatti della Sua stessa sostanza primordiale. Noi, al contrario, dobbiamo credere in Lui proprio perché la nostra discesa si è compiuta nell’oscuro e nella tentazione.
Scendendo nell’esistenza finita, ci siamo allontanati dalla consapevolezza di quella radice.
Credere in Dio è il tentativo faticoso di ricordare da dove veniamo. È una Fedeltà a qualcosa che precede la nostra stessa nascita.
Ma perché questo cammino sia autentico, dobbiamo liberarci dalla tentazione più insidiosa di tutte: quella di fare della nostra discendenza divina una certezza già acquisita. È questa la cecità di chi trasforma l’origine in appartenenza, di chi crede di essere già dentro Dio per il solo fatto di provenire da Lui, come se la radice comune dispensasse dal cammino.
Questa non è Fede: è una rendita spirituale.
Noi crediamo proprio perché siamo contingenti, potremmo non esserci, e questa possibilità del nulla ci spinge a cercare ciò che non può non essere.
Dio non ha bisogno di cercarci perché non ci ha mai persi. Noi abbiamo bisogno di cercarlo perché abbiamo dimenticato di essere Suoi.
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