“Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo «Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare»?”.
Se leggendo questa formula avete capito subito che cosa si sta votando, allora siete dei giuristi, o comunque persone che hanno gli strumenti per tradurre il linguaggio costituzionale. Se invece non l’avete capito e votate lo stesso, è probabile che la vostra scelta venga condizionata, da un amico, dal partito, da una fedeltà preventiva, da una reazione emotiva. Dunque, non state decidendo davvero sul testo ma state delegando la vostra interpretazione a qualcun altro.
Il punto non è che il tema sia troppo complesso per essere detto con chiarezza, il punto è che la chiarezza qui scompare proprio nel momento decisivo, quello della scheda.
Eppure, ciò su cui si vota è enorme perché riguarda la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, la creazione di due distinti Consigli superiori della magistratura, l’uscita della materia disciplinare dall’attuale sistema di autogoverno e il suo affidamento a una nuova Alta Corte. Non dettagli tecnici, ma una ristrutturazione profonda del rapporto tra giurisdizione e magistratura. Che cosa si vota, allora? La separazione definitiva tra giudici e pubblici ministeri: due carriere distinte, non più comunicanti. Due Consigli superiori della magistratura al posto di uno. E una nuova Alta Corte disciplinare, separata dall’autogoverno, che giudica i magistrati quando sbagliano. Non è un aggiustamento tecnico. È un riassetto del potere giurisdizionale. Significa che chi accusa e chi giudica non appartengono più allo stesso corpo, non condividono più la stessa carriera, non rispondono più allo stesso consiglio. Chi dice che è una garanzia di imparzialità. Chi dice che è una subordinazione della magistratura alla politica. Entrambi stanno dicendo qualcosa di vero. Ma tutto questo, sulla scheda, non appare. Non appare in modo comprensibile. E in una democrazia matura non è un incidente secondario, ma un problema politico. Il voto popolare non dovrebbe chiedere ai cittadini di decifrare una formula notarile; dovrebbe metterli in condizione di sapere, con immediatezza e senza mediazioni di parte, che cosa stanno approvando o respingendo.
Una democrazia seria pretenderebbe anche un’altra cosa: che l’informazione sia neutrale e accessibile. Pretenderebbe un quesito intellegibile. Pretenderebbe anche una campagna referendaria meno isterica e meno costruita su slogan reciproci. Invece lo spazio pubblico si riempie di urla, semplificazioni interessate e falsificazioni contrapposte, con il cittadino che viene spinto a schierarsi prima ancora di aver compreso. Siamo nel pieno della manipolazione. Accade così anche quando si dichiara di voler difendere la Costituzione.
Vale la pena ricordare che dal 1948 a oggi la Costituzione è stata modificata più di venti volte. Una ogni quattro anni, in media. Sono state riviste le immunità parlamentari, l’ordinamento regionale, la forma del bicameralismo, i principi del giusto processo. Ogni volta con schieramenti opposti che si accusavano di tradire i padri fondatori e ogni volta con la Costituzione che sopravviveva. Non è un’urna sacra ma un testo che la politica riscrive, e che ha senso discutere nel merito, non come fosse una reliquia.
In questo scenario, il rischio non è soltanto l’errore, ma il voto eterodiretto che non nasce dalla conoscenza ma da un riflesso.
Ed è qui che il silenzio di chi avrebbe il compito di chiarire diventa grave e colpevole. Costituzionalisti, editorialisti, scrittori, direttori di giornali, professori, intellettuali, figure pubbliche, tutti quelli che hanno voce e strumenti dovrebbero intervenire per rendere comprensibile la posta in gioco.
Questo, un tempo, aveva un nome. Parresia. Dire la verità in pubblico anche quando è scomoda. Anche quando costa una collaborazione, una recensione, un invito, una rendita di posizione. Oggi la parresia è rara perché è diventata economicamente sconveniente: il silenzio è remunerato, l’ambiguità premiata. Così l’ignoranza non viene contrastata ma amministrata.
Ed ecco il punto più inquietante: non che i cittadini non capiscano, ma che ci sia sempre qualcuno che possa guadagnare dal fatto che non capiscano.
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