Il romanzo come atto mistico
– di Michele Caccamo –

Non si arriva a Dio per spiegazione ma attraverso un denudamento.
Allo stesso modo, non si arriva al senso autentico di un romanzo tramite la trama ma attraverso il suono del suo linguaggio.
Viviamo in un tempo in cui, alla narrativa, si chiede di essere una struttura, un arco, un percorso, una funzione. Tutto deve accadere per qualcosa, ogni azione deve generare un effetto. Ogni personaggio deve desiderare, evolvere, concludere. Ma la letteratura non procede così: non serve, non accompagna, non intrattiene. Si presenta come un varco, un precipizio.
La trama, in questo tempo di rumore e fretta, si è ridotta a un alibi, a un espediente per evitare la caduta nella solitudine, nel dolore, nel vuoto dell’anima. Per evitare vi sia il tempo muto. Un buio dove il lettore non viene guidato ma lasciato.
I mistici lo comprendevano con una chiarezza abbagliante. Giovanni della Croce, Simone Weil, Isaac il Siro, Ildegarda di Bingen, nessuno di loro si affidava alla logica del discorso, alla coerenza di un sistema narrativo. Essi si immergevano, si consegnavano all’oscuro.
Scrivere, come loro pregavano, significa spogliarsi della costruzione, rinunciare al disegno, attraversare la visione con la sola parola che regge: quella che non spiega, ma contiene.
Il romanzo moderno è rimasto ingabbiato nell’impero delle trame, si è smarrito dalla sua radice originaria, profonda. Pensiamo a Kafka, a Blanchot, a Duras, a Bernhard, a Rilke, a Dickinson: la loro letteratura non si è mai nutrita di sequenze ordinate, di storie che procedono verso una meta. Si è nutrita di attimi sospesi, di ripetizioni, di squarci.
Il lettore contemporaneo, educato alla frenesia, si ostina a chiedere: “Che cosa succede adesso?”. Questa è la trappola che imprigiona l’esperienza della lettura entro i limiti del calcolo. Ma la domanda vera dovrebbe essere “Che cosa resta?”.
Il linguaggio precede la storia, la parola precede l’evento, e scrivere è un gesto che deve precedere persino la comprensione.
Chi pretende di afferrare tutto nell’istante, di ridurre il testo a una intesa con la storia, si smarrisce. Chi invece si lascia attraversare, chi accetta di essere ferito e trasformato, riconosce la verità che il testo custodisce.
Un romanzo può anche non condurre da nessuna parte, può rifiutare ogni approdo, ma se riesce a portare dentro, a spalancare un punto di osservazione che il lettore non sospettava, allora è compiuto.
L’inimmaginabile, l’inaudito, la grazia, il vuoto, sono realtà supreme, assolute, eterne, eppure immobili. Non hanno direzioni ma hanno corpo. È così che lo stile si fa luogo etico, materia viva.
Chi scrive non deve essere chiaro, non deve compiacere.
La verità non è mai lineare, non è mai accomodante e ordinata. Deve condurre in uno spazio vergine, inesplorato, senza ritorno. Deve avere una pienezza insostenibile.
Non c’è finale che possa superare la sensazione del vuoto, del mistero; di quell’incompiuto che resta perfetto.
La trama è una tiranna che tiene la scrittura in un assetto di accondiscendenza al mercato, al lettore. Che riduce il Pensiero a un esercizio di memoria.
Scrivere è un atto libero, un gesto compiuto al confine tra il dicibile e l’ineffabile, un’azione che non si aspetta ricompensa. È la necessità di non essere obbedienti.
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