-di Michele Caccamo –
Siamo troppo pieni per custodire il profondo, il fragile, l’essenziale. Troppo attraversati da parole, stimoli, richieste. Il mondo ci reclama, ci attira in un vortice che ci strappa dal centro di noi stessi.
A volte è necessario fermarsi, riconciliarsi con ciò che siamo. Trovare un modo per tornare a sentire senza dover dire.
Serve disarmarsi, restare senza ruoli, senza funzioni. Togliere il peso di dover essere qualcosa, di dover rispondere a un’aspettativa.
Il ritiro non è una negazione, ma una sospensione necessaria affinché la vita non si riduca a semplice funzionamento. Serve per accorgersi che la vera minaccia non è il dolore, ma l’anestesia: quel torpore che ci allontana dalla nostra umanità.
Nello stare spogli, il tempo si allenta. Tornano visibili il respiro, la luce, la voce interiore.
In questa ripresa c’è una dolcezza segreta, il tempo si curva, diventa un cerchio quieto, una durata che non misura.
Sottraiamoci come atto filosofico: non per produrre effetti ma per aprire spazi. È questa la posizione mistica che, pur priva di scenografie spirituali, conduce all’essenziale.
Non agire non significa rassegnarsi, ma lasciar emergere ciò che esiste al di là del nostro sforzo.
Il tempo collettivo è ormai un’estrazione continua: energia, parola, attenzione, presenza. Tutto viene chiesto, tutto viene preso.
Sottrarsi diventa un gesto minimo, un passo indietro. È il rifiuto discreto della tirannia dell’efficienza, una ribellione silenziosa contro l’assurdo meccanismo del vivere.
Isolarsi non è fuga, ma restituzione. È togliere il superfluo, l’obbligo, l’eccesso. È lasciare che la realtà sia ciò che è, senza doverla piegare, controllare o giustificare.
Il distacco deve diventare la nostra lucidità finale, l’estrema vigilanza per tornare a esistere.
Può essere un gesto individuale, per poter poi diventare una resistenza collettiva, un dire “no” alla frenesia che ci vuole tutti uguali, tutti consumabili.
Scegliere di essere inutili, improduttivi, inattuali, è forse l’unica vera rivoluzione.
Il ritiro può diventare così un manifesto, un modo per riscoprire ciò che conta davvero.
Nel silenzio e nella rinuncia, nella distanza sociale, si intravede l’indispensabile verità oggi perduta nel caos.
Sottrarsi è un’arte, un movimento del cuore, un ascolto paziente, un ritorno alla radice di ciò che siamo. Un cammino spirituale che ho esplorato nelle pagine de “L’alfabeto inutile” e del “Manuale per la diserzione”, dove il sottrarsi è diventato un gesto di libertà, di abbandono, di rifiuto delle convenzioni. Un cammino che continuo a indagare nell’opera che sto scrivendo, “Meditazioni di un anarchico cosmico” (di futura pubblicazione).
Riflettiamo sul tempo e sulla sua vanità. Cerchiamo un’esistenza svincolata, che abbracci il vuoto come cielo di rinascita.
Troviamo il coraggio di stare fermi, di essere vulnerabili, di non avere risposte.
Sottrarsi è una cura.
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