Questo testo nasce all’interno di un progetto in corso, “La mula di Leonardo – meditazioni sulla lentezza”, dedicato alla necessità di liberarsi dall’accelerazione del presente, riavvicinarsi alle origini e riapprendere il linguaggio elementare della natura. Qui offro la mia voce al padre del bosco, immaginandone la meditazione più nascosta.
monologo immaginario di Nathan Trevallion
“Nel bosco l’anarchia è un clima. Sin dalla prima minuta macchia ho avuto l’impressione di potermi dissolvere nelle foglie.
Sono caduto nella lentezza.
L’assenza di rumore che ho intorno è un mare oscuro e caldo. La mia mente si distende, si scioglie; i miei attimi non hanno limiti e si fondono tra loro in un eterno rientro. Il tempo non mi morde alle spalle, è un fluido denso che mi avvolge.
Non mi aspetto più che arrivi domani.
All’inizio mi era sembrata una fuga.
Ho lasciato la città, il lavoro, i corridoi, i piani alti, le riunioni. Ho voltato le spalle alla geometria delle strade, all’orario spezzato in turni, ai vetri che riflettevano sempre la stessa faccia.
Ma dopo qualche giorno, nel bosco, la parola “fuga” si è sgonfiata e ho compreso di essermi immerso in un ventre infinito, nella mia parte mancante.
Io e la mia famiglia siamo diventati dei piccoli figli, con un’anima separata, autonoma. Resistenti ai tentativi di riconciliazione della società.
Dentro questo tessuto vivente non esiste più un alto e un basso. La terra non è inferiore al cielo, le radici non sono meno nobili delle fronde, il fango non è più sporco della luce. Tutto respira alla stessa quota. Le nostre identità si sbriciolano.
Le città sono aghi di prigionia, delle micro-apocalissi quotidiane che traversano sei strati di mattoni e cemento. Sono promesse vuote, costruite sulle illusioni del progresso, della sicurezza, del benessere. Sono bocche affamate di anime, di cellule del sangue, di spine dorsali.
Dentro il bosco c’è qualcosa che si muove, un nucleo puro e indivisibile. C’è una sovranità interiore, uno spazio sconfinato senza padroni e servi, un’autodeterminazione aperta.
Non si diventa “un altro”.
Si diventa meno.
Meno contorno, meno storia, meno giustificazioni. Si scopre che si può esistere senza lasciare tracce, che la vita non ha bisogno del nostro continuo commento per proseguire.
Più ci siamo ritirati, più siamo entrati. Più ci siamo fatti piccoli, più abbiamo percepito l’enormità del resto.
Vista da qui, in controluce, la città si mostra per quello che è: una fabbrica di tempo morto. Turni, spostamenti, attese in coda, ore passate a produrre ciò che non consola nessuno. La settimana come corridoio verso il fine settimana, il fine settimana come anticamera di un’altra settimana. Il lavoro come atto dovuto per poter pagare lo spazio in cui recuperare il fiato per altra produzione. Nessuno di noi aspetta il venerdì.
Il bosco non ci ha promesso “dopo” sarà meglio. Ha continuato a scorrere nella forma più semplice: mattino, pomeriggio, sera, notte; secco, pioggia, neve, disgelo.
Qui ogni cosa è già dentro il suo ciclo, perfettamente impegnata a far parte del ritmo del creato.
Le piante non scelgono di aiutarsi. Si ritrovano intrecciate. Gli animali non decidono di rispettarsi. Si regolano secondo bisogni. E allora perché noi continuiamo a moltiplicare sistemi, strutture, autorità, come se senza di essi non sapessimo esistere?
Forse perché abbiamo perso il contatto con la necessità? Con la contingenza? Forse perché abbiamo sostituito la vita con il progetto della vita?
Nulla di quello che abbiamo qui ha bisogno di leggi, eppure tutto si mantiene: gli alberi crescono, si contorcono, muoiono; gli insetti scavano, si nutrono, scompaiono; i licheni si estendono lentamente sulle rocce senza che nessuna autorità assegni loro un perimetro.
Nulla, qui, è fuori posto.
Questo sistema vivente, che si estende ovunque senza centro, senza perimetro definitivo, funziona. Non perché sia perfetto, ma perché non pretende di esserlo. È instabile, vulnerabile, ferito in ogni istante, ma si rigenera e continua.
L’uomo ha fallito proprio perché ha voluto stabilizzare ciò che è per sua natura mutevole, ha voluto normare l’irregolare, irrigidire il vivente. Le istituzioni, i sistemi le gerarchie, ogni costruzione umana che pretende di governare la complessità finisce per deformarla, per ridurla e svuotarla. Ogni tentativo di organizzare le esistenze in modelli ripetibili è una violenza fatta al respiro del mondo che è per sua logica irregolare.
“Lavora per costruire la tua vita”. Mi dicevano. Ma la mia vita veniva costruita da altri. Le fondamenta non erano mie. Il ritmo non era mio. E nemmeno lo sguardo con cui guardavo le cose. C’era solo il ciclo, l’illusione di un avanzamento.
E poi, l’attesa. Quella forma sottile di sospensione in cui siamo cresciuti. L’attesa della fine della giornata. L’attesa del fine settimana. L’attesa delle vacanze. L’attesa che il tempo “libero” arrivi, con la pensione, come se ci fosse un tempo che non sia nostro.
L’attesa è la forma più raffinata dell’alienazione, ti disgrega, ti svuota fino a sospenderti da te stesso.
Poi ho creduto di non dover aspettare più. Lo abbiamo deciso insieme, come si fa in una famiglia.
Noi siamo nati liberi, solo dopo ci hanno vestiti di strutture, di ruoli e funzioni. Solo dopo ci hanno insegnato a servire, a contrattare i nostri bisogni.
Solo dopo è venuta la gabbia. La schiena piegata, il linguaggio filtrato, la paura del giudizio, il bisogno di consenso, tutto è venuto dopo. All’origine, non c’era il potere. C’era il legame. Non c’era il governo. C’era il cerchio.
Alla lunga il clima anarchico del bosco cambia anche il modo di pensare alla libertà. Non diventa più un diritto e nemmeno un gesto eroico. Diventa qualcosa di più nascosto: il rifiuto di appartenere definitivamente a qualcuno o a qualcosa che non sia la vita stessa.
Governare è una forma di paura che si maschera da responsabilità.
Il politico, il legislatore, il capo, ognuno di loro agisce sulla base di un’angoscia più che di una visione. Non viene tollerato il movimento, il mutamento, il dissenso naturale delle cose. Tutto deve rientrare in elementi che siano identificabili, misurabili e correggibili.
In questa porzione di mondo non c’è nulla da correggere. Nulla da spiegare. C’è solo da lasciar passare ciò che arriva.
Alla fine, restare qui significa accettare di essere quattro fra miliardi di elementi, senza più alcun vantaggio particolare. Non è leggendario, non è spettacolare, non è utile. È soltanto vero.
E forse è proprio questa verità a rendere la natura il solo luogo dove l’esistenza si mostra senza scenografia: corpo, respiro, limite, relazione. Tutto il resto, città compresa, appare allora per quello che è: un tentativo rumoroso di dimenticarlo.
L’autogoverno è il frutto di una consapevolezza definitiva, che ogni essere ha in sé.
La democrazia è un’ingenuità. In essa l’essere umano diventa numero e poi percentuale. Nessuno lo ascolta perché l’altro è altrove, distratto, distante, superficiale e da dentro questo suo caos decide.
Io, qui, ho scelto una cosa sola: che almeno i miei figli vedano, una volta nella vita, cosa significa stare dentro un mondo che non ha bisogno di essere eletto per funzionare.
Se un giorno vorranno andarsene, lo faranno con questa memoria nelle ossa”.
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