A man in biblical attire sits in the ruins of a destroyed urban area.

ASPETTANDO LA PASQUA

Betlemme

Sono nato in un posto che puzzava di merda di bue.

Mia madre era una bambina.

Mio padre non era mio padre. 

A Beit Sahour, cinque minuti dalla grotta, le ruspe israeliane spianano la terra.

Portano via gli ulivi per farci i prefabbricati dei coloni.

Su quella stessa terra doveva nascere un ospedale per bambini. 

Gli israeliani arrivano di notte. Portano bombe. E gas che spruzzano dentro le case mentre i bambini dormono. 

Da me vennero i re.

Oro a un neonato.

Incenso a una stalla.

Mirra per i morti.

Sapevano già come sarebbe finita. 

Mi hanno cercato per ammazzarmi dopo pochi giorni.

Un re aveva ordinato di uccidere tutti i bambini sotto i due anni, solo per prendere me.

I soldati sfondavano le porte, guardavano nelle culle, strappavano i neonati dalle braccia delle madri. 

Adesso non entrano più. Buttano giù le case da lontano, con tutto quello che c’è dentro. Culle, corpi, bestie. 

Mia madre è scappata in Egitto.

Ha camminato nel deserto con me in braccio.

Di notte dormiva per terra, il suo corpo sopra il mio.

Le madri di oggi fanno la stessa strada.  E qui, dove sono nato io, adesso c’è una chiesa.

Candele, marmo, turisti che pagano il biglietto, portachiavi con la mia faccia.

Intorno alla chiesa c’è il muro. Otto metri di cemento armato.

Da una parte i turisti.

Dall’altra i bambini. 

I magi seguivano la stella.

I droni seguono le coordinate.

Quelli portavano doni.

Questi portano testate da centocinquanta chili con la firma del Congresso degli Stati Uniti.

Ogni bomba ha il suo codice.  Una sua destinazione.

Betlemme significa casa del pane.

Ma qui non c’è più pane.

Non c’è più casa. 

Dicono il mio nome prima di lanciare le bombe.

Lo dicono a Washington, e nelle chiese con la bandiera accanto all’altare. 

Io sono nato qui.

Avevo la pelle scura, i pidocchi in testa e i piedi neri di questa terra che stanno cancellando un metro dopo l’altro.

(segue)


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