di Michele Caccamo –

Hanno tracciato il tempo della solitudine, dell’abbandono. Un nuovo esilio per murarci ancora nel nulla.
Settantadueore per tenerci isolati, con il nostro tempio di cibo, acqua, medicinali, torce: il reliquiario che testimonierà la nostra caduta.
Ormai non si celebra più la vita ma la sua sospensione.
Non è una prova di prudenza, è la liturgia della paura. Un rito terroristico vestito da consiglio.
Il “kit d’emergenza” è l’oggetto sacro della nuova religione della sopravvivenza.
Vogliono farci inginocchiare dinnanzi alla scatola, al tabernacolo dell’emergenza. Prepararci a vivere soli, isolati, spaventati, separati. A diventare i monaci dell’angoscia; chiamati a fare silenzio a essere assenti.
Chi controlla le masse oggi non impone, non picchia, ma svuota, silenzia.
Il vero obiettivo non è l’autonomia ma la disgregazione. Ci stanno preparando a smettere di credere nell’umanità, a smettere di pensare che la salvezza possa ancora essere condivisa, comunitaria, umana. Che possa esserci l’incontro, la fratellanza, un’etica, una morale.
Stanno inaugurando la teologia del dominio, una nuova spiritualità dove l’uomo prega solo per sopravvivere, e smetta di invocare la verità, la giustizia, la sua libertà. Stanno costruendo una fede nell’abbandono, nella chiusura, nell’autoannientamento.
Il terrore non è più un evento. È un metodo. Si infiltra nel linguaggio, diventa premessa, condizione, profezia. È il vangelo del potere che sussurra, per far sì che la paura diventi la nuova catechesi.
L’obbedienza non è più scelta, ma obbligo.
Hanno sostituito l’Apocalisse con il protocollo, con le norme.
Usano il vuoto spirituale e la spaccatura sociale, per sottrarre, per disinnescare l’uomo dalla speranza. Renderlo docile, remissivo, addestrato alla rinuncia.
Non prepariamoci al peggio, prepariamoci al vero.
Torniamo a essere umani nel modo più elevato e sacro: come chi si riconosce nell’altro e si salva insieme.
Loro, sanno bene che il Pensiero quando diventa diffuso può rivoluzionare ogni ordine costituito.
Non abbiamo bisogno di un kit ma di un cammino da fare insieme.
Abbiamo bisogno di una mensa comune, di un abbraccio disobbediente.
Non abbiamo bisogno di vie di fuga ma di punti di contatto.
Urliamolo.
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