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Goran, Dio è meno vivace di te. (Ti supplico, torna indietro).

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Non credevo mi potessi lasciare un martello nella testa, mi mettessi in un universo vuoto.

Mi hai piantato qui, così.

Cazzo, potevi aspettare. Opporti a Dio: Lui sa solo farci andare in polvere, metterci le pietre in faccia; potevi suonargli la tua musica nel cervello, farlo svegliare dal buio della sua stanza; potevi dirglielo che la smettesse di essere un’entità ben truccata, il vero clandestino della vita.

Noi alla fine non vogliamo saperne nulla dei suoi mirabili disegni, dei suoi vari esiti spirituali, del suo equilibrio tra terra e cielo. Lui vuole farci andare fuori di senno, e non guarda se ci riempiamo di baci se ci abbracciamo perché siamo bisognosi di vivere. Lui getta via i nostri cuori, le nostre dita, le nostre braccia e tutto il resto nel grembo della morte: Lui ha sempre un’impronta pesante quando si fa sentire.

Potessi gli tirerei una scarpata, nel pieno della fronte. E sarei implacabile. Perché Dio merita anche la nostra rabbia. Gli scompiglierei le nuvole per coglierlo nudo, senza l’elmo del giustiziere.

Dio vuole far parlare di sé, e ci uccide. È furbo, pazzo. Sta tutto chiuso, sconciato; ci appare come un dolce frutto, un essere che profuma d’amore. Lui è la bestemmia, il rompiballe.

Goran, stanotte ci sarà qualcuno che veglierà la tua forma secca. E verranno altri che ci pianteranno fiori. Altri non sapranno a chi rivolgersi per farsi ascoltare da te. Ci saranno quelli che ti chiederanno di farti più in là, per fargli posto al tuo fianco. Stanotte, Goran, apriranno i recinti perché è morto il custode. E allora le canaglie, che sanno solo ingannare, trionferanno.

Dalla tua tomba fai uscire il tuo seno, quel solo fiore con i muscoli. Fammi ancora una volta sorridere con un suono gigantesco, fammi ancora comporre un verso per una canzone.

Dio, domani o quando la legge del trapasso indica , ti farà ballare, Goran, e suonerà la chitarra. Ma non saprà essere vivace. Perché non ti somiglia. Proprio per nulla.

Ti supplico, Goran, torna indietro.

Chiara e le fate

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E si cade in un’illuminata freschezza: come se a guidarci fossero i passi di una bambina, e le sue fate che rilucono dall’alto.

Qui tutto è pacato, messo in equilibrio, senza vi sia un contrasto possibile.

Chiara appare appena nell’armonia che sa creare: non aggredisce turbando l’ascolto, ma carezza con la sua vena intimista. Sembra voglia spargere una polvere romantica nei nostri sogni, farci masticare le erbe della fantasia: affinché non si possa sperare meglio di così tanto.

Lei leva in alto i cuori immaginabili e oppone il suo appello alla crudeltà dei nostri tempi. Per ognuno di noi costruisce un nido, una culla che rimanga per tutti gli anni.

Chiara ci cerca con le mani bianche del suo talento: inconfondibile e onesto; come venisse da spazi lontani, per nulla aderenti alle bassure dello scenario musicale.

Le canzoni di questo suo nuovo album sono una collana infinita d’incanto: perle aggrappate a una magia che chiede di essere ascoltata.

Gli arrangiamenti di Mauro Pagani si distinguono, perché fioriscono in un’anima antica di bellezza, quasi classica: gli adagio che parlano al vento, o gli andanti che sferzano la posa del ritmo.

E Pacifico: che inchioda nei punti più alti le sue melodie, che le fa alzare la voce; che vuole giungere agli eccessi, alle vocalità delle anime.

E Giovanni Caccamo: che raccoglie in un componimento il motivo più bello; che trova nei respiri vicini il talismano per l’amore, proprio quando tutto si offusca e sembra perduto.

E gli altri autori e gli altri brani e sempre continuamente Chiara: una fragranza dolce o una spumeggiante e leggera figlia della gioia.

E a ogni canzone avanzano le fate, per la luce e l’immenso ideale, come volessero concedere uno spiraglio a  questo mondo che ha sempre sete d’amore.

 

BATTISTI E PANELLA: LA CONVERSIONE DELLA CANZONETTA

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E non davvero a portata di mano, ma in nessun luogo ha scelto di rifugiare i verbi: per darci da piangere o da ridere, o ancora meglio la possibilità di escluderci da questa realtà; per arrivare fino ai tempi più lontani, inibiti all’accesso della comune immaginazione, quelli che lacerano le nostre lampade vitali, e anche premono per giungerci nelle costole, o in mezzo agli occhi, come fossero saette avventurose.

Ogni verso di quelle opere è una battaglia, data per l’indipendenza della parola.  Non ho mai visto altra ricerca onesta e più coraggiosa, mai nulla che fosse così immortale, così intenso e profondamente laico.

Quelle opere non hanno niente a che vedere con i regolamenti della composizione testuale, perché Panella ha insanguinato il piano musicale di Battisti, lo ha reso adulto, per sua scelta incomprensibile, come si consente a una vera vena dell’avanguardia.

Battisti e Panella sono stati l’uva, il vino corrente, l’unico futuribile sovversivo: anche se per alcuni, del mercato discografico, erano dei cavalli morti, degli stravaganti con una presunzione intellettuale.

Le poverissime visioni degli addetti, all’impiego delle canzoni, volevano condizionarli, intralciarne l’evoluzione: mettere al posto del talento una quiete protetta,  rendere Battisti un sereno anziano e costringere Panella a non infastidire i ritornelli per le serate a mare.

Ma loro due, che tendevano all’assoluto, hanno sequestrato la salute della canzone per cominciare in anticipo una nuova storia. L’uno ha scritto quaranta poesie l’altro ha composto quaranta sigilli d’Arte musicale.

Battisti, scegliendo l’ estro di Panella, ha voluto scacciare i fantasmi dalle bionde trecce, l’impolverata costruzione metrica e la regolarità tecnica di Mogol.

Non poteva continuare, era diventato un mestiere, un appuntamento solito con un ormai invecchiato giro melodico: Battisti non poteva starci, non ha mai servito nulla di altro che fosse oltre la patria del suo genio.

E non ha limitato la sua musica con i metodi elettronici, ne ha anzi usato le battute come fonte di battesimo per nuove armonie: dieci cento cambi di giro, e altrettanti refrain nascosti, come se in ogni tempo ritmico ci fosse una miniera.

Lui ha fatto declinare la canzone per poi riprenderla in una conversione incantevole.

Aveva deciso di avviarsi verso una nuova libertà.

E così abbiamo avuto la sposa occidentale, allontanando gli specchi opposti e per altri motivi, lo scenario, il don Giovanni, e cosa succederà alla ragazza, e l’apparenza (dell’anulare in bocca), e i ritorni, quasi sempre campati in aria. Tutti esattamente creati per far coincidere l’indipendenza espressiva con la bellezza musicale.

Quanta immensa complicità, tra i due, al di fuori dell’orecchio cantabile; a dismisura quanto talento al di fuori da ogni riparo abituale.

Panella sapeva di avere una venatura ostile: per grandezza poetica entrava e usciva dai misteri paralleli. E ne aveva felicità. Era la sua parte migliore molto lontana dalle canzoncine già scritte, negli anni passati, per sfuggire alla fame.

Battisti non è mai rimasto nell’angolo appartato del successo, come fan tutti, si è con decisione aperto alla sperimentazione. Nel suo prodigio creativo aveva scelto di non camminare tranquillo nel solito tappeto musicale, ma di rifilarsi in una piazza compositiva isolata, rischiosa e non misurabile: forse anche feroce, perché il silenzio sarebbe potuto cadere sul suo nome.

Mogol, dal canto suo, voleva sempre vincere: aveva costretto Battisti a essere un vulcano ordinato; aveva reso esauribile la sua creatività, gli aveva imposto la morte, lo aveva reso un vilissimo musicista.

FRANCESCO DI GIACOMO E RODOLFO MALTESE O DELLA NUOVA TEOLOGIA

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Oggi ricorre il terzo anniversario della sua morte. Ne avevo scritto, così.

 

A volte gli Angeli hanno bisogno di una diversa voce sentimentale, non solo di un’ugola capace di appassionarsi a un’estensione ma anche di un ruolo musicale da contrapporre allo sbaglio del caos: loro lo sanno che per la conversione incide di più una musica elevata che non i residuati brandelli della teologia.

È per questo che gli Angeli, a volte, cambiano le intonazioni degli uomini, alzandone le frequenze oltre il limite dei suoni. È un lavoro su ordinazione, e per quanto ne sappiamo svolto per raggiungere un senso migliore.

A Francesco l’hanno portato via di soprassalto; stava fischiettando e non pensava di essere un moribondo.
A Rodolfo gli hanno lasciato tutto il tempo per tremare, riempiendolo alla fine di materia secca.

Ma Dio, che ha una sua saggezza terribile, secondo noi da sterminatore, agisce per il primato della Creazione. Così mai Francesco avrebbe creduto di essere amato per reazione da Dio; mai Rodolfo avrebbe sospettato di ricevere nelle sue carni quel pericoloso dono.

Francesco era un non credente, un indispensabile comunista, e aveva l’onestà di non pentirsi di essere terreno: diceva di non avere alcuna corrispondenza con quello là. La sua realtà era talmente elevata da diventare una vocazione.

Rodolfo aveva una fede nuda e sapeva di appartenere a un cerchio vasto; non aveva nessuna inibizione a parlare di Anima perché era un bisogno dei vivi, pur trovandola in una lontananza assoluta rispetto all’uomo.

Francesco e Rodolfo avevano la stessa quiete profonda nelle parole. Una disciplina nell’amore infinitamente minuziosa. Un preciso suono, una nota alzata, erano sempre un viaggio al centro della vita. E portavano maestosi e liberi i loro messaggi di resistenza sociale. Francesco apriva la sua voce fin dove non ce la faceva nessuno, con un canto che era una massa di sangue, perché voleva farci preoccupare della deriva pubblica e della terribile perdizione in cui è stata infilata l’umanità. Rodolfo chiedeva alle corde musicali di protestare, di lamentarsi, di schernire quei fragili e comodi tappeti melodici.

Chi, come me, li ha frequentati non perderà mai neanche una loro riflessione: sulla vita, la tristezza, l’amicizia, la società, il piacere. Loro erano due Uomini al servizio dell’intelletto.

Adesso sono di nuovo insieme per un altro inizio: da eremiti liberi. Non aspettano più gli uomini, hanno iniziato le nuove esercitazioni nell’armonia celeste, e si lasciano baciare dai sacramenti del silenzioso infinito: due sposi vergini.

Dopo penseranno come riprendere a suonare, a non farci mancare la purissima bellezza nel cuore.

La loro morte è una pausa. Eccoli, in luce.

 

VECCHIONI, IL MERCANTE DI LUCE.

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E non è vero che solo gli altari riescono a far fronte alla morte: neanche fossero il grembo dell’universo, la nascita delle nascite.

Perché nell’Oltre, ed è certissimo, pur nella nostra infinita insicurezza, manteniamo intatta e intoccabile la coscienza della parola. E se così non fosse negli scaffali di un libraio si troverebbe pur sempre il segreto riparo: come in un sonno l’occhio, come in un guscio la mandorla.

Vecchioni lo sa e abita i luoghi del mondo negato: in un giallo di grano piuttosto che nel senso posticcio del vivere. È un solitario fanale messo alla prua della nave; un uomo che naviga, per portare in salvo la Poesia, i resti di Rimbaud, l’incanto della lontananza o, per come talvolta è accaduto, la fatica della propria esistenza.

È un uomo innamorato e melanconico, un inquieto che chiede si accenda una figura viva: che sia un treno, un cavallo, una sera intera in una fiamma.

È un figlio, per il padre una medicina d’oro, lo stesso che dopo una mano di dadi potrebbe dire: qui c’è un uomo, e ha un cilindro, un trucco, dopo il vino un singhiozzo; figlio mio la vita è solo una questione di partenze. Una gara, appunto. A colpi di tempo, di chiavi per lo stupore. E tutto si dovrebbe concludere, con le carte le scommesse i sogni: in un tramonto finale ma luminoso. Sì, “Papà, lasciamo tutto e andiamo via”.

E ancora la lotta contro questo secolo, fatto di destrutturazione del pensiero, di uccisione del sentimento. Per i figli, di tutti, oggetti permanenti nella noia, che hanno gli occhi mutilati e un’insistenza luttuosa: perché rammentino quanto sia comune la notte nell’animo. Perché lui l’ha visto Tommy, tremare nella luce: sembrava un uccello legato per il collo, con quella corda alzata al cielo. Leggero affinché nessuno potesse dargli del dannato.

Eccome se c’è stato anche l’inganno: la toga nera, la stanza nera, il cesso nero, l’insulto nero, la collezione di ombre nere. Il giudice, di nera potente pece.

Vecchioni apre brani come ring, per fare a pugni contro tutte quelle tristezze tumorali che gli hanno addentato la carne: ma è piccola la natura del male se c’è, da un mattino all’altro, quella forza invisibile del cuore; che lascia i suoni, i passi, e magari anche un battibecco, un rimbrotto: contro quel mistero secco che sta tentando di sprangare la porta. È il verso di ogni tumore, voler mettere intorno le pietre delle gelosie, e tante macerie scure. È la chiamata forte verso la sacra notte.

Ma, a ogni volta, basta una poesia, una singola rima per drizzarsi in piedi: perché un verso è un albero di sapienza e sa come mettersi d’obliquo nel piombo del cielo.

Non è per nulla vero che lui sia riuscito a fare un lavoro completo, una salvezza anche, nel suo e nel cuore degli altri. Perché nell’impeto delle sue camminate, tra le stelle e le case gialle di sole, ha lasciato un cratere, un dolore si dica, un patimento d’amore.

E ha avuto inganni enormi, quanto le grandi isole, mille mentitori in mezzo agli occhi. E ha posato il suo sguardo in altra parte, come un poeta pensieroso. Ma non ha mai voluto rimuovere le tenaglie dell’angoscia in nessuna parte della sua memoria. Perché la mente dell’uomo ha una sonorità uno spirito, a nessuno basta un calcolo di scavo per scendere fino all’anima.

E anche la speranza oltre la vita, come insegnamento di regolarità nell’amore: per un amico, il padre, una barca intera senza superstiti.

E il tormento a Firenze: in quella stazione, con i binari che gli entravano e uscivano dal cuore.

E sempre la forza infernale, e bella, della conquista. La danza che si rincorre per chitarra e tamburi.

E adesso si alza quel culo come un poema: lui anche morendo lo avrebbe cantato. Bello come un’opera implacabile, che gli andava incontro come fosse un contatto del paradiso.

E le rondini, le volpi che sono arrivate fino a lui. E poi le notti e l’inverno e i gufi, e utilmente ancora le stazioni.

Nelle luminarie di un palco continua a nascondersi: fino al fragile segnale di un vento notturno, per far volare i coltelli o gli ideali.

E infine il suo sorriso per Nina e Cloe e Francesca: due ali, il petto una farfalla intera.

 

 

Per le mie spine. Adieu, mes amour.

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Se avessi in un fascio i ricordi li terrei in alto fino a stancarmi la mano. Se non li avessi visti andare verso la solitudine, li metterei a festa. E quanto vorrei mi girasse il sangue verso il passato, verso quella gioventù che attendo torni.

Adieu mes amours metto davanti a me tutte le spine; io lo so che dall’altra parte c’è una sartoria per i cuori bucati. Lo so qual è l’abicì che dovrei tenere a mente, piuttosto che fingere di chiudere gli occhi per far scattare un’immagine rincuorante.

Tutto torna, dice Claudio Bondioli, e vorrei potergli credere. Non avessi davanti le stagioni assenti del mio presente.

Stasera preoccupo la mia anima, e metto la fronte al vento della giovinezza. E giro al suono della fisarmonica, e salto sulla bici di Valentino e mi incrocio in quell’abbraccio del conflitto civile.

Questa notte è balbuziente, o sembra avvenire dentro al salto di un grillo. È capace il mio rimpianto.

Se non ti avessi mai perduta, saremmo vivi. E non avrei cento zampogne nel dolore, non avrei nulla di incerto nel futuro.

Claudio Bondioli sembra abbia disponibili le stelle amiche, e quelle albe di sole fino; sembra possa farmi pensare al sereno. E affretta la rivolta, e apre la casa del vento con le dure chiavi che solitamente impediscono il cammino.

Adieu, e finché dura l’ascolto mi chiudo in un vincolo dorato. E guardo la mia mano dettare le note alle arpe, muoversi come stesse limando l’aria; come stesse contando i gambi di un grande mazzo di rose.

La nuvola di Ezio Bosso

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Un bruscolo, rimbalzato per missione: dalle sue dodici eternità, dall’illimitato tempo del non essere.

Un messaggero della beatitudine che riporta le stanze della nostra esistenza, fissandosi lui stesso nella dodicesima: della perfezione e della completezza.

Bosso, è ormai evidente, a Sanremo non ha suonato il piano, ma ci ha portati al valore sapienziale dell’Universo, agli specchi più puri creati dall’Essenza primordiale.

Il suo corpo in torsione, ma allineato ai campi cosmici, sembrava ai nostri occhi una rosa avvelenata, una spastica figura: ma non riusciremo mai a sapere quanto il suo spirito, quella sera, fosse vicino a Dio, alla scintilla della Bellezza.

Le sue espressioni erano volanti, come i segni che girano nella nostra memoria dando poi origine al giusto significato del Grandissimo.

Lui è davvero un innocente che proviene dal Paradiso: ha ventilato di chiarezza per tredici minuti il nostro sopore, la nostra arrendevolezza all’angoscia della vita: perché lui, che dava l’impressione di dover essere rianimato, ci ha dato ossigeno e fatto dimenticare quel sole nero che sembra ci abbia generati.

Bosso è un grand’Uomo: frantumato da una malattia, vive senza ossa verso la vecchiaia e si auto-partorisce ogni giorno, prima come una creatura sofferente e subito dopo come un’anima elevata.

È un cigno bianco; una nuvola: per immaginazione la nostra futura dimora.

Ha il colore della luna, come il figlio salvato dalla nostra discendenza: quando i serpenti e le dieci razze definirono la fine dell’umanità, senza prevedere le alte capacità dell’anima.

Lui si è lasciato allattare dall’infinito, come un sacerdote santo, per riportarci fuori dall’abisso, dai nostri preconcetti limitanti e così lontani dal Pensiero Celeste.

Bosso da Uomo forte, pur nel delitto che la vita gli ha dato, quella sera a Sanremo ha richiamato tutti gli istruttori della nostra esistenza sistemandoli in ordine, in una sequenza di note: rimettendoli vigili sul significato della vita: l’insieme.

È stato un ispiratore, per il nostro futuro.

 

La sera che Gaio Chiocchio non pianse, neanche per il dolore.

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Ha camminato la sua vita a culo indietro, come volesse tornare verso l’origine: e infilarsi di nuovo nelle acque della pancia, nel guscio dorato della protezione.

Gaio Chiocchio aspettava la sera, per nascere.

A quanti gli dicevano “torna a casa” ripeteva che non dovevano considerare un capriccio la sua assenza, perché lui era adatto per i baci del vento, e che nella notte recitava le preghiere contro il declino della Bellezza. Ma anche che anticipava il ritardo della nostra sensibilità, con scialuppe di vino a volte lanciate nel suo Tevere. Sotto i ponti.

Gaio confidava nelle stelle, in quella luce brillante che ammattiva ogni male. E sognava di avere una fune e polveri d’Amore: perché noi siamo piccoli, e nelle reti nere, miseri fino all’osso; assolutamente inutili all’architettura del Creato.

Gaio aveva scelto di non avere filtri, di non stare sotto l’occhio maggiore della società. Come un uccello o una gonna, per diverse altezze liberi, si sollevava in un balzo a rimproverare la nostra ubbidienza, la nostra cattivissima volontà: che è un ingresso nel niente, una  caduta per come si capisce mortale.

La sua anima è stata sempre in pericolo: legata ai sassi, agli spigoli dei marciapiedi, alla vertigine alcolica, che sapevano renderlo preda.

Non ci stava chiuso in casa, perché la vita lo guardava dalle porte. E i suoi occhi, zuppi di pianto, frenavano il talento dei suoi pensieri che volevano fuggire verso una gioia senza pari.

Gaio era un filo sottile, un fuso, in mezzo ai cazzotti che dava la nottata; era un vergine. Ma non immaginava ancora che si sarebbe infranto, senza neanche un ultimo vocabolo in bocca.

Gaio, richiamava tutti i sentieri della parola; scriveva versi come ghirlande, come fantasie tratte dai lampioni o dagli alberi. Ondeggiava per le strade come fosse un capriccio di mare; era il messaggero astuto della libertà. Meravigliosamente infantile. E si imbottiva le tasche con bottiglie di salvezza; teneva le dita unite davanti al petto per paura gli strappassero il cuore. Stava a buona ragione muto. Con tutti.

Gaio scriveva e ordinava le parole, in maniera che nessuno le potesse contaminare: seminava fiori per misurare la bontà della terra.

Ci è anche passato dalla piazza santa: come fosse il proprietario dell’Angelus, quella domenica del ’96. Si stava preparando alla morte: ed ha letto, lì, le preghiere cristiane, attraverso la terra e l’inferno. E aveva nelle mani una lamiera affilata, che anche la madonna ha tremato. E aveva già chiuso il suo conto, e l’espiazione della vita.

Gaio è stato un Angelo, un fuscello e un’aquila enorme.

La lingua di Dio gli aveva sussurrato alle spalle quale fosse la sua sorte. E lui l’ha ascoltata, nella sua agonia dolce e serena: perché la sua reggia era stata ricamata nella Poesia e nella malinconia; nella voglia strampalata di finire perduto nello stordimento.

Quale piccola tenerezza aveva mentre passava a una a una le osterie, mentre con un sorriso di sprezzo ordinava un mezzo rosso. Quale leggero piacere aveva nel sentirsi servo dei canti d’Amore dell’umanità.

Gaio ha vissuto in un inseguimento, nelle ali delle colombelle purissime. Nel panico che qualcuno lo svegliasse.

Quella sera finale è inciampato, e aveva il sangue alle tempie, e un cane che lo leccava. E il silenzio accanto.

Gaio non credo pianse, neanche per il dolore.

 

Fiorella de la mancha -La Mannoia, la combattente-.

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È come trovarla accanto alle pale dei mulini, alle nostre volontà consumate.  Siamo uomini stanchi. Ci scendono nelle carni le ortiche, e le pietre cadono come fossero gridi mortali: la nostra vita piange per assuefazione al dolore: è finita in un universo di solitudini, di esclusioni e di siringhe avvelenate.

Noi siamo soltanto uomini in guerra, dove sarà mai la fine?

Lei lo sa che siamo limacce messe sulla terra del silenzio, e che non abbiamo sonagli sulle schiene e neanche un raggio felice negli occhi. E che non scendiamo mai nel giardino bellissimo dell’amore: quello delle invocazioni liete e delle  gioie messe tutte d’intorno.

Fiorella non si rassegna. Ha ogni nostro figlio nel petto e le brilla la voce e ci riserva un asilo politico nel cuore. Taglia, cuce, ricama medaglie di decoro per ogni ripudiato. E ogni volta si inventa una guardia civile, o all’improvviso quel chiaro rosso della rivoluzione.

No, ai suoi occhi non tutto è terminato. Perché per lei anche se la paura è piena, per come vuole la regola di un buio freddo e spaventoso, c’è sempre una possibilità di allungare le radici verso l’insurrezione. Fossero necessari cento anni di coltelli.

Fiorella è una goccia nel sangue, e divora cantando il nostro spavento; come una parte scelta apre i nostri mattini e la luce alle lune che verranno.

Combattente è il corpo del gigante, una coda di seta che risale verso il volo. Un’anima di neve, così finemente detta.

Stanotte ascolto Fiorella, e tremo come fossi un grappolo secco e debole.

Per calmarmi penso: chi ama si ama.

Ma non è così, se immagino le vie deserte e la povertà e i perfetti sconosciuti che incontro. Se immagino di non esserci più con garbo nella mia vita, se chiedo di lasciarmi alzare, e con la mia migliore voce virile urlare “il mio volto, ecco il mio volto mangiato dalla vostra indolenza e dai vostri orridi interessi. Lasciate suonare il corno del mio ultimo fiato. Lasciatemi andare, via. La mia insignificanza è come la cenere. L’ultima cenere.”

Riprendo ad ascoltare, e con Combattente nascono le rose e la voglia di rincorrere un sogno: quel fausto desiderio di un sole una felicità di non vedere l’ora di essere sereni. Affinché nulla sia più prigione, nulla più pena.

E penso, chi ama si ama.

Lettera tardiva a Mia Martini

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Potessi aspetterei duemila o più di tremila anni pur di poterti cercare. Per poterti chiedere come sei poi riuscita a levarti di dosso la polvere dell’ostilità umana.

Per chiederti come adesso vedi gli asini e gli sciocchi: proprio quelli che hanno pianto quando sei partita, quelli che ti hanno creduta Donna illegittima; proprio quelli che ti hanno riempita di amaro le narici e le vene; quelli che ti hanno portato in dono le coppe colme di acido zecchino.

Per chiederti se il vento dall’universo abbia saputo rendere più dolce il tuo morire.

Già, la morte.

Cosa vorrà mai dire quando per come sei venuta te ne sei dopo andata? Agile cerva piombata in terra dall’ambiente di Dio: come anche il mare il cielo la luna e qualche altro cuore naturale. Poi diventata d’improvviso un pensiero di cenere e d’amore.

Hai deciso di chiuderci la tua casa.

Hai deciso di toglierci il mistero della tua voce: inimitabile e suprema, di quelle che non se ne hanno più.

Hai deciso che la vita fosse un’opposizione inutile alle tue qualità e allora l’hai aperta: con un grido dentro al seno della terra sganciando il lembo principale della gloria eterna: come sanno fare i rivoluzionari ci hai messo un ordigno e un fulmine e un rumore che ancora stanno rimbombando.

Che poi fossi la Storia, la luce radiosa, la vampa della canzone italiana, la voce mai più udita, potrebbe non interessare a chi, come me, ha un intento superiore e meglio saggio.

Per altre colpe sei stata nelle mani di cercatori di pietre, di matrone linguacciute, di venditori di bestiame; ti hanno bucato il palpito del petto e approfittando della tua stanchezza ti hanno messa in un letto di neve, per non fare più aprire alcuna gemma al tuo cuore.

Io, Mia, come per la fede degli innocenti ti celebro; senza vi sia una realtà adesso vera; come fossi la mia ala sottopelle, come fossi un sogno grandioso. Molto meglio una speranza.

Io, Mia, attendo l’incontro con la tua pura coscienza: cerco di immaginarlo fra le tue braccia senza debolezze per la lunghissima assenza. Attendo di finire nell’altezza della tua rifioritura; così semplicemente, come in un qualsiasi giorno primaverile.

Tu, Mia, per adesso dormi, bella tra le anime.